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DELLO SPORCARSI LE MANI, OVVERO DELLA VISIBILITÀ DEL TRADUTTORE

written by Stefania Marinoni 17 marzo 2016

Da quando ho iniziato a tenere questa rubrica, ormai quasi sei mesi fa, ho conosciuto molti colleghi e aspiranti tali. Poi sono approdata su Twitter, e lì sono arrivati altri contatti e soddisfazioni: dalle persone che leggono una mia traduzione e mi scrivono che ne pensano, a chi addirittura mi dice che è un “onore” potermi conoscere.

Naturalmente sono un po’ sorpresa e molto lusingata, ma non è certo questo il motivo per cui ne parlo oggi. Questi mesi di modestissima esposizione mi hanno fatto capire che c’è un grande interesse verso la traduzione, da parte non solo degli addetti ai lavori, ma anche di diverse figure che ruotano attorno all’universo-libro. E questa mi sembra un’ottima notizia.

Sappiamo tutti qual sia lo stato dell’editoria italiana, le difficoltà con cui ci scontriamo quotidianamente per ottenere migliori condizioni remunerative e contrattuali e una maggiore visibilità. E visibilità, attenzione, non significa “fama” (non credo che alcun traduttore la cerchi, altrimenti avrebbe fatto altro nella vita!) ma il giusto riconoscimento del proprio ruolo creativo e culturale. Vi pare poco? Pensate che l’importante sia portare a casa la pagnotta, con buona pace del riconoscimento culturale? Be’, io credo che sia sempre più difficile ottenere la prima senza il secondo.

Ecco perché sostengo sia arrivato il momento di prendersela, questa visibilità. Con garbo (che di polemiche sterili è già pieno il web), ma con costanza. Che, per esempio, significa cercare di pubblicare con regolarità qui su Senzaudio, ma anche compiere tanti piccoli gesti, solo in apparenza vani.

Per esempio, da un po’ di settimane (cioè, da quando ho un account) ho indetto una mia personale campagna su Twitter. Quando esce una recensione a un libro tradotto da me, la leggo e, se il/la giornalista si è ricordato di citarmi, ritwitto la recensione con ringraziamento al recensore in questione. Sì, lo so che sarebbe tenuto a citarmi e che piuttosto dovrei riprendere chi non lo fa, ma credo sia meglio cominciare con le buone, no?

Be’, a quanto pare la mia “campagna di ringraziamento” è piaciuta, perché l’esperimento ha dato risultati inaspettati.

Vi cito giusto qualche Tweet in risposta ai miei:

“Citare il traduttore (o la traduttrice) è un gesto di buona creanza. Forza traduttori!!!”

 “È semplicemente giusto! Grazie alla tua bella scrittura riusciamo a leggere Benedetti.”

 “Da lettrice io sono molto grata a ki mi consente di leggere libri ke mi sarebbero inaccessibili.”

 Ora, ripeto, è chiaro che commenti di questo tipo mi riempiono di gioia e mi fanno arrossire, ma la cosa importante è un’altra: è bastato un semplice “grazie” per risvegliare interesse sulla figura del traduttore.

Interesse durato i canonici 15 minuti, ovvio, e d’altra parte per un’esordiente con pochi libri all’attivo che non ha ancora capito come usare Twitter, è molto.

E allora, che cosa succederebbe se traduttori ben più validi e affermati provassero a fare qualcosa di simile? Se tutti cominciassimo a prenderci la visibilità che ci spetta? So bene che ci sono tanti altri colleghi, più o meno noti, che si espongono e sono sicura che ognuno di loro, di voi, con un po’ di impegno, sa individuare un metodo che funziona per lui/lei. Forse non cambierà nulla ma intanto, nel nostro piccolo, cominciamo a sporcarci le mani.

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