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La stretta porta che conduce all’editoria

written by Stefania Marinoni 14 aprile 2016

Negli ultimi dieci giorni, tra fiere e presentazioni, ho conosciuto diverse persone tra cui varie aspiranti traduttrici. E la domanda di tutte è stata: come si fa a entrare DAVVERO nell’editoria? Che si debbano seguire master, fare stage, andare alle fiere e mandare proposte editoriali lo sanno meglio di me, glielo ripetono tutti.

Eppure, la sensazione diffusa è che questo non basti, che si entri nell’editoria o per caso (e per fortuna) o per conoscenze. È una considerazione ho sentito ripetere più volte anche durante l’incontro “Oltre i primi passi” al Formentini di Milano lo scorso febbraio, riportata anche per iscritto da una giovanissima collega, Ilaria Corti, sul blog di Traduzione Chiara (trovate tutto qui).

Grande è lo sconforto sotto il cielo e così, da ottimista incallita, ho deciso di dire la mia per tentare di rispondere a chi in questi giorni mi ha espresso la sua frustrazione perché vede l’editoria come “una porta troppo stretta”.

 

UNO SU MILLE CE LA FA

Parliamoci chiaro: è innegabile il mercato editoriale abbia subìto una forte contrazione negli ultimi anni. Di contro, si sono moltiplicati i corsi per aspiranti traduttori, e con essi il numero di chi vorrebbe intraprendere questa professione. E va detto che il mestiere del traduttore editoriale, come tutti i “mestieri” nel senso classico del termine, non fa per tutti: ci vuole intuito, intraprendenza e sensibilità verso le lingue, in particolare la nostra lingua (ricordate l’articolo sul fattore S?). Insomma, la porta che conduce all’editoria è stretta, ma qualcuno passa. Come?

 

LA FORTUNA

Come in tutte le cose ci vuole un po’ di fortuna: magari fai una proposta meravigliosa ma vieni battuta sul tempo da un collega, oppure ti propongono una traduzione con tempi risicati proprio nel mese in cui stai facendo uno stage all’estero. Cose che capitano. Però la fortuna, come si dice, aiuta gli audaci. E io ho avuto la fortuna di fare uno stage presso una casa editrice indipendente di grande qualità dove ho imparato tantissimo. Mi hanno scelta perché, fortunatamente, cercavano qualcuno che volesse tradurre dallo spagnolo ma con una buona conoscenza del tedesco perché proprio in quei giorni avevano disperato bisogno di qualcuno che capisse la lingua di Goethe. Insomma, sono stata fortunata. Ma anche audace: avevo conosciuto la casa editrice qualche settimana prima. a un Pisa Book Festival passato a saltellare tra gli stand… con le stampelle! Se fossi rimasta sul divano con la gamba alzata come mi avevano consigliato, probabilmente ora non scriverei su questo blog, che ho scoperto grazie a una recensione della mia traduzione per quella casa editrice… vedi a volte la fortuna ☺

 

LE CONOSCENZE

Tranquilli, non serve essere figli di (a meno che non siate figli di bilingui, che aiuta sempre!) o avere un cugino che fa il centralinista alla Mondadori. Ma è un dato di fatto che gli editor tendono ad affidare i lavori a persone che conoscono e di cui si fidano. E allora rieccoci con fiere, proposte, corsi, stage… Eppure non basta: è importante conoscere anche i colleghi, gli enti e istituti culturali che organizzano incontri o erogano finanziamenti e premi, gli agenti letterari e gli uffici diritti delle case editrici italiane ed estere. Insomma, una faticaccia. Anzi, doppia faticaccia: bisogna conoscere e allo stesso tempo farsi (ri)conoscere e ricordare. Quindi, sì, per entrare nell’editoria le conoscenze servono eccome ma non si tratta di nepotismi quanto di saper mettere in luce le nostre capacità e sfruttare appieno ogni occasione, non per metterci in mostra (dio solo sa quanto l’editoria sia circondata da personaggi tipo vedo-gente-faccio-cose) ma per dimostrare che meritiamo una possibilità.

 

MORALE: LO SBATTIMENTO PAGA

Insomma, come avrete capito la quantità di conoscenze e occasioni è direttamente proporzionale all’impegno profuso. Detto in soldoni: bisogna sbattersi. E non solo per varcare la soglia dell’editoria ma anche per non esserne buttati fuori. Considerando che questo settore è ben lontano da una condizione paradisiaca (avete notato che nell’immagine la porta si apre su uno sfondo buio?), una domanda attanaglia (quasi) tutti i traduttori: ne vale la pena? Vi confesso che i momenti di sconforto non mancano ma per quel che mi riguarda credo che, almeno per ora, ne sia valsa la pena. E per voi, ne vale la pena? Fatevi seriamente questa domanda, valutate bene i fattori e le probabilità, datevi un tempo massimo per provarci (un anno? due?) e se deciderete di tentarla… In bocca al lupo!

Commenti a questo post

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4 comments

denise silvestri 14 aprile 2016 at 9:56

Per me no, non ne vale la pena.
Se esistesse la possibilità di tornare indietro, ma con la consapevolezza di adesso, farei altre scelte al momento giusto. E in questi giorni sono ottimista, pensa un po’ 🙂

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