Archive for the ‘Notizie dall’interno’ Category

LETTURE ESTIVE PER TRADUTTORI ONNIVORI

giovedì, Luglio 28th, 2016

Non me ne vogliano vegetariani e vegani: per tradurre bene bisogna essere onnivori… almeno in quanto a gusti letterari.

Prima di lasciarvi per la pausa agostana, vorrei parlarvi di alcune mie recenti letture che forse potrebbero interessare anche a voi, mentre vi riposate sull’amaca in giardino (la mia è in copertina) o su un lettino in spiaggia. (altro…)

Vogliamo anche le royalties

giovedì, Giugno 16th, 2016

Verrà il momento in cui a noi traduttori (e traduttrici) editoriali saranno riconosciute le royalties? Forse i tempi non sono maturi, forse non lo saranno mai. E allora, tanto vale discuterne da subito.

Perché volete le royalties? Mica siete scrittori!

No, non siamo scrittori: non ci inventiamo i personaggi, né la trama e neppure lo stile. Ma lo riscriviamo facendo rivivere personaggi, trama e stile in un’altra lingua: è un processo creativo, dunque svolgiamo un’attività che ricade nel diritto d’autore. Lo dice la legge italiana, ma solo non quella: in quasi tutta l’Europa occidentale e negli Stati Uniti molti nostri colleghi percepiscono una percentuale sulle vendite, perché la fortuna di un libro dipende anche dal modo in cui è stato tradotto.

Ma allora fatevi pagare solo a royalties!

Tralasciando che agli scrittori spetta circa il 7% sul prezzo di copertina (corrisposto con un anticipo) mentre noi al massimo possiamo aspirare a un 1-3% a posteriori, la vera differenza è che lo scrittore, generalmente, PRIMA scrive il libro e POI lo propone a un editore. Tecnicamente non viene remunerato per il lavoro svolto ma percepisce una parte delle entrate generate dallo sfruttamento economico di un’opera che ha creato di sua iniziativa e ritiene degna di essere pubblicata (poi c’è chi scrive su commissione, chi si sottovaluta… non facciamo un trattato di sociologia editoriale).

Il traduttore, invece, lavora su commissione: l’editore ci incarica di tradurre un titolo e ci impone i tempi di consegna, noi mettiamo la nostra creatività al servizio della casa editrice per un determinato periodo e riceviamo un compenso a stralcio che (idealmente) corrisponde all’impegno profuso.

Traduciamo anche libri che non ci piacciono molto, o altri che secondo noi non andrebbero pubblicati in Italia in quel momento, da quel certo editore o con quel titolo: non possiamo accollarci il rischio di lavorare mesi a un libro che potrebbe non vendere nulla a causa di scelte su cui non abbiamo voce in capitolo. Per questo il compenso a stralcio non è in discussione, o meglio, andrebbe ridiscusso verso l’alto!

(Poi, oh, se mi offrissero un anticipo del 30% su un bestseller assicurato, non mi appellerei certo a questioni di principio!)

Vogliamo il compenso a stralcio, ma anche le royalties

C’è una questione di principio, che spiegavo all’inizio: siamo autori della traduzione e, in quanto tali, chiediamo di godere anche noi dei diritti derivanti dallo sfruttamento economico dell’opera.

Ma ci sono altre ragioni più concrete che, sebbene non applicabili a tutti i testi editoriali tradotti in Italia, possono costituire dei punti di partenza, dei grimaldelli con cui iniziare a far leva sugli editori.

Ci sono libri che abbiamo proposto noi e vorremo essere ricompensati per l’attività di scouting. Spesso non richiesta, è vero. Ma quando uno scrittore propone il suo romanzo, gliel’ha forse chiesto qualcuno?

Ci sono libri che vengono ritradotti: se la necessità avvertita dall’editore trova riscontro nel pubblico, buona parte del merito sarà nostro.

Ci sono libri che vincono premi letterari perché, tra le altre motivazioni, “sono scritti bene”. E solitamente la giura legge la versione italiana, creata da noi.

Ci sono libri che ci impegniamo a promuovere partecipando a presentazioni, segnalando premi e recensioni estere o traducendo interviste e altro materiale promozionale, spesso senza riconoscimento economico.

Ci sono libri che piacciono alla critica e sono recensiti sui grandi quotidiani. E talvolta qualche giornalista riconosce che il merito è anche nostro.

Ci sono libri che, semplicemente, vendono tanto: noi da un lato siamo orgogliosi di questo successo, dall’altro ci mangiamo le mani perché ci sentiamo esclusi da questa fortuna che abbiamo contribuito a creare.

E allora, perché non cominciare a chiedere l’1 o il 2% dalla prima ristampa, dopo un certo numero di copie (1.000, 3.000, 5.000 dipende dall’editore) o almeno sui libri proposti da noi? Magari non vedremo mai un centesimo o magari il libro avrà successo e quella piccola percentuale ci farà sentire meno “prestatori d’opera” e più collaboratori della casa editrice. Se le sorti del libro ci fossero meno oscure o, meglio, se ci riguardassero da vicino, partecipare alla fase di promozione del testo ci sembrerà più piacevole e i rapporti con gli uffici stampa ne gioverebbero, creando una collaborazione più fruttuosa che non si esaurirà nel momento in cui approviamo le bozze.

Ma in Italia, le royalties, non le percepisce proprio nessuno?

Se lo chiedono anche le mitiche Doppioverso, che proprio oggi pubblicano un post-inchiesta in cui fotografano la situazione.

(No, non è un caso: l’argomento ci stava particolarmente a cuore e abbiamo deciso di unire le nostre forze).

Chi vuole fare lo scout?

giovedì, Maggio 19th, 2016

Durante la mia estenuante quattro giorni al Salone del Libro, ho assistito a diversi incontri dell’Autore Invisibile, tra cui uno tenuto da Tiziana Bello (alias l’ufficio diritti di Minimum Fax) dal titolo “Il traduttore scout e i diritti di traduzione”.

Tiziana, oltre a fornirci utili indicazioni su come presentare una buona proposta editoriale (tema di cui vi ho già parlato in questo articolo), ha spiegato a grandi linee il meccanismo della compravendita dei diritti di traduzione e come scoprire non solo se questi sono liberi, ma anche chi li detiene. Questa è la parte che mi è sempre sembrata più ostica: trovare l’indirizzo email del responsabile diritti della casa editrice estera non è sempre una passeggiata perché non tutti gli editori hanno un sito completo e intuitivo. E il gioco si complica quando entrano in ballo agenti e subagenti, figure misteriose con cui noi traduttori entriamo in contatto solo di rado.

Oltre alle complicazioni pratiche, c’è la solita, annosa, questione di fondo: ha senso fare proposte di traduzione?

Spesso quando lo consiglio a qualche aspirante traduttore, questi mi obietta che è inutile inviare proposte agli editori, tanto le ricevono già dagli agenti.

Io credo ci siano almeno due validi motivi per continuare a battere questa strada:

  • Gli editori non ricevono segnalazioni da tutte le agenzie letterarie e non sono a conoscenza tutti i titoli pubblicati. Quindi secondo me è bene tentare, soprattutto se si tratta di un autore esordiente o di un libro uscito qualche anno prima. Senza contare che il lettore di turno potrebbe aver presentato una scheda poco interessante, o aver dato un giudizio negativo troppo affrettato (la scelta dell’aggettivo “affrettato” non è casuale: spesso ai lettori non viene dato il tempo di valutare il testo con la dovuta calma).
  • Il nostro principale obiettivo non è tanto far acquistare quel titolo all’editore, questo è l’interesse dell’agente letterario e della casa editrice estera, ma proporci come traduttori… o ricordare all’editore la nostra esistenza. Mi è capitato più di una volta di essere contattata per una prova di traduzione da editori che per diverse ragioni non avevano accettato la mia proposta, ma avevano apprezzato il mio saggio di traduzione e mi avevano inserito tra i potenziali collaboratori.

Altra obiezione che sento spesso è che le case editrici estere non rispondono alle richieste di informazioni. Gli agenti, poi, sono introvabili.

Lo so, è meno difficile trovare un bel titolo da proporre che scoprire chi ne detiene i diritti. Ma ricordiamoci che la casa editrice estera e l’agente o il subagente hanno tutto l’interesse a piazzare il titolo, quindi se ci poniamo nel modo corretto, le risposte arrivano. Tutto sta nello scrivere all’indirizzo giusto: è questo il vero scouting! Per cominciare, date un’occhiata qui.

Inoltre, a volte tendiamo a vedere l’agente come un avversario anziché un alleato e, purtroppo, la tendenza è reciproca. Nel caso degli agenti italiani che lavorano anche come traduttori, questo atteggiamento trova una sua – seppur debole – giustificazione. Negli altri casi, cerchiamo di far capire che non vogliamo togliere il lavoro a nessuno e che sarebbe più proficuo unire le nostre forze per portare quell’autore in Italia.

Infine, l’obiezione delle obiezioni: fare scouting richiede tempo, concentrazione e a volte anche soldi (vedi gli agenti di cui sopra che si rifiutano di inviarci il pdf). Chi me lo fa fare? Mi chiedono già tante cose per pagarmi una miseria!

A essere sincera, nei momenti di sconforto me lo chiedo anch’io. Però credo che continui a essere un ottimo modo per farsi conoscere da nuovi editori e per mantenersi in contatto con quelli che si conoscono già.

Analizzata secondo criteri di un esperto di marketing, la proposta di traduzione non è un’attività molto diversa dal tenere un blog per i propri clienti, inviare newsletter o le cosiddette cold mail. Io non mando più di 2-3 proposte l’anno e lo faccio nei periodi in cui ho meno lavoro: sempre meglio che stare a lamentarsi su Facebook, no? 😉

Ma analizzata secondo i criteri del traduttore editoriale, è l’ennesima incombenza non pagata che ci si sobbarca per la causa. Io credo che la soluzione non stia nel rifiutarsi di inviare proposte di traduzione, atteggiamento autolesionista, ma nel cercare di ottenere un riconoscimento per il “servizio aggiuntivo” che abbiamo svolto. Come? In un mondo ideale, secondo me al traduttore che ha proposto il libro, andrebbe riconosciuta una percentuale sulle royalty. Nel mondo reale vale la pena tentare questa strada, cercare di ottenere un compenso a cartella leggermente più alto, oppure… Anche noi accettiamo proposte dai traduttori!

Ci vediamo a Torino?

giovedì, Maggio 5th, 2016

Ormai ci siamo: il Salone è alle porte ed è tutto un confermare la presentazione agli eventi, tutto un rimpallarsi la classica domanda “Ma te ci sei a Torino?”. Sul Salone del Libro si è già scritto troppo e non spetta certo a me spiegarvi perché è importante andarci. Mi limiterò a qualche consiglio che potrà essere utile a chi non è ancora esperto dell’ambiente e che, spero, strapperà un sorriso ai veterani.

 

  1. LA PREPARAZIONE

Non state andando a un evento culturale: il Salone è un’ultra maratona, una scalata di un ottomila, una traversata del deserto in stile Esodo: non siete soli con qualche beduino ma in compagnia di un intero popolo di lettori-autori-traduttori-blogger-wannabe-curiosi-echipiùnehapiùnemetta.

E non si affronta un evento del genere senza la dovuta preparazione: per non lasciare la fiera con la sensazione di aver fatto un giro a vuoto, è importante prepararsi prima. Bisogna scegliere con cura quali eventi seguire (Venerdì alle 13 tutti alla presentazione di Teorie e tecniche d’indipendenza!), quali stand visitare (io mi segno anche la collocazione) e con quali persone parlare. Poi ben vengano gli incontri fortuiti e, se avanza tempo, una passeggiata tra i padiglioni meno frequentati!

 

  1. L’ABBIGLIAMENTO

Come in ogni gita che si rispetti: scarpe comode e abbigliamento a cipolla. Ma soprattutto, l’importante è farsi riconoscere dalle persone che abbiamo deciso di incontrare e con cui abbiamo avuto solo scambi virtuali. Quindi, togliete la foto del profilo in cui avevate diciassette anni (sì, lo so, da giovani eravamo tutti belli) o quella in cui siete appena usciti dal parrucchiere e mettetene una RECENTE e REALISTICA, perché dopo 10 ore nell’aria insalubre della fiera nessuno sembra uscito da un fotoromanzo. D’altronde, si va a Torino per incontrare gente, e se la gente non ci riconosce come facciamo a incontrarci?

Ode al nostro Gianluigi Bodi, che prima di venire al Book Pride si è scattato una fotografia con la maglietta a righe azzurre e blu che avrebbe indossato in fiera, permettendo a tutti di riconoscerlo. (Ho già comprato una canottiera a righe azzurre e nere, sapevatelo!)

 

  1. L’ATTREZZATURA

Io il curriculum a Torino non lo porto più: se qualcuno ve lo chiede, state sicuri che non è l’editor di quella casa editrice. Più utili i biglietti da visita, ma ricordatevi: l’obiettivo è sempre quello di ottenere in cambio l’indirizzo dell’editor di narrativa straniera o dell’ufficio diritti!

Indispensabile una penna e un taccuino su cui spuntare gli stand che si sono visitati e prendere qualche appunto dopo le conversazioni di lavoro: vi assicuro che se state a Torino per più di 3 giorni, alla fine non vi ricorderete più cosa avete detto a chi. Il taccuino, naturalmente, serve anche a prendere appunti durante gli incontri dell’Autore Invisibile!

Infine, indispensabile una borsa capiente da riempire di libri, brochure, cataloghi, biglietti da visita. Perché non comprare quella di un editore? 😉

 

  1. LA MAPPA

A proposito della borsa piena di libri, come tutti gli sport estremi, anche la fiera ha il suo rischio: quello di comprare decine di libri che non avremo MAI il tempo di leggere e andranno ad accumularsi nella libreria Billy già sull’orlo del cedimento. Io, ultimamente, mi sono convertita agli e-book e compro libri cartacei solo quando ne vale davvero la pena (ora potete insultarmi e picchiarmi). Però una cosa a Torino compratela: il catalogo completo degli espositori, che vi restituisce una buona mappa dell’editoria italiana (esclusa la micro editoria, ma per quella c’è una fiera apposita). Poi ad agosto, sotto l’ombrellone, ve lo leggete tutto dall’inizio alla fine e selezionate le case editrici a cui mandare una proposta di collaborazione. E quando il catalogo non vi serve più, potete usarlo per alzare lo schermo del computer ed evitare il mal di schiena. (Allego foto).

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  1. IL CAMPO BASE – SOLO PER ESCURSIONISTI ESPERTI

È una scocciatura girare per la fiera con la borsa piena di libri e la giacca sottobraccio… e se piove c’è pure l’ombrello! Se in qualche stand qualcuno vi vuole bene, questa è la sua occasione per dimostrarvelo: farvi da campo base. Un punto fisso nel marasma del salone a cui far ritorno di tanto in tanto per depositare nuove borse piene di libri e nuovi strati di vestiti (a un certo punto la situazione si fa hot), dove per riposare un po’, magari seduti. E se lo stand è davvero figo, potreste trovare anche una presa per ricaricare il telefono! Io ho già individuato il mio campo base, non mi resta che sperare nella benevolenza dei legittimi proprietari…

 

Mi ributto a capofitto nell’analisi del programma e… ci vediamo a Torino!

Amico, fammi un italiano. Corretto, grazie!

giovedì, Aprile 21st, 2016

Vi ricordate l’intervista alle organizzatrici di Italiano Corretto? Venerdì e sabato scorsi (15 e 16 aprile) la duegiorni tanto attesa è diventata realtà, tra neologismi, frasi fatte e gli immancabili anglicismi.

Vado a un convegno sull’Italiano: c’è una relatrice dell’Accademia della Crusca, un linguista, il compilatore di un dizionario, un laboratorio sulla punteggiatura… Sai che noia! In realtà, conoscendo STL e Doppioverso, ero preparata a incontri un po’ sui generis, con relatori seri e competenti ma poco “ingessati”, pronti a interrogarsi sullo stato della nostra lingua senza spocchia o preconcetti. E poi venerdì sera c’era lo spettacolo teatrale Un anno lercio. E dove c’è Lercio, c’è gioia!
E così, tra una riflessione sugli #hashtag, un video in doppiagese e presagi sulla morte di po’ (il cui accento resuscita in qual’è), scopro che la nostra lingua non se la passa poi così male.
E i congiuntivi che spariscono? E il che polivalente? E l’invasione dell’inglese? E il “c’è lo” dilagante sui social? I social, appunto: sono loro i primi responsabili di questo mutamento. Perché la lingua che usiamo su Facebook, pur essendo scritta, ripropone i meccanismi tipici della parlata orale (come ci spiegano le Doppioverso nel loro intervento) e tende a un’inevitabile semplificazione, dovuta in primis all’immediatezza della comunicazione.
Inoltre, i social danno voce a categorie di parlanti che prima, terminati gli studi, tendevano a esprimersi quasi esclusivamente in forma orale, riservando la scrittura solo a occasioni importanti o alla comunicazione privata e, pertanto, libera dal controllo di terzi (sulla lista della spesa possiamo scrivere come ci pare). Questi semianalfabeti, o analfabeti funzionali, si trovano improvvisamente a (ri)utilizzare la scrittura come forma di comunicazione quotidiana, con le inevitabili storpiature che ne conseguono e che, secondo Andrea De Benedetti, prima o poi finiranno con l’essere accettate anche da grammatiche e dizionari.
D’altra parte, ogni lingua si evolve grazie a storpiature e contaminazioni straniere, vanificando ogni tentativo di conservarne la “purezza”. Come quello intrapreso a suo tempo da Paolo Monelli, che in epoca fascista si scaglia contro i forestierismi nel suo Barbaro Dominio di cui Leonardo Marcello Pignataro ci ha letto alcuni brani che a noi posteri sembrano esilaranti, nonostante il serio intento dell’autore (chi si scandalizza, oggi, all’uso del termine “esperto”, bandito da Monelli perché di origine straniera?). E viene da chiedersi se un giorno, con buona pace dei grammarnazi di oggi, qualcuno riderà dei termini “esagerati” che Luca Mastrantonio ha raccolto in Pazzesco! Insomma, la lingua evolve ed è inutile gridare all’imbarbarimento.
E allora? Ognuno scrive come vuole? Naturalmente no! O meglio, bisogna distinguere tra i contesti in cui usiamo l’italiano per comunicare con gli amici (scrivereste mai “se l’avessi saputo, sarei venuto” in una chat su Whatsapp?, chiede Vera Gheno) e quelli in cui lo usiamo per lavoro, dove è bene salvaguardare la norma (dopo tante le pippe sul Fattore S, vi pare che ora getto tutto alle ortiche?), evitando di cadere nell’ipercorrettismo e in una lingua ormai stantia. Come ci ha dimostrato Giulio Mozzi nel suo intervento, l’infrazione della regola serve a creare di uno stile, beninteso che chi infrange la regola deve prima conoscerla.
Un’altra importante distinzione, a mio parere, va fatta tra l’errore grammaticale (commesso per ignoranza o distrazione) che strappa un sorriso e la scorrettezza sintattica che ostacola la comunicazione; tra il refuso e la scarsa capacità di argomentazione, spesso rimpiazzata dall’arroganza. Insomma, non demonizziamo chi commette qualche errore ma ricordiamoci che è nel nostro interesse saper padroneggiare al meglio l’italiano: chi vive nella convinzione che la grammatica non serva a niente, uscirà perdente davanti a un contratto di cui non comprende le cause o a un’accusa a cui non sa controbattere.
Perché la lingua resta innanzitutto uno strumento di potere. Possiamo difenderne un’artificiale purezza o salvaguardarla dalla semplificazione generalista, a cui fa da contraltare un linguaggio specialistico sempre più criptico, pieno di acronimi e anglismi (basti pensare all’economia); la decisione spetta a noi, e con “noi” non intendo solo chi lavora con l’italiano, ma l’intera comunità di parlanti perché, parafrasando un vecchio slogan, La lingua è di chi la parla.

 

P.S.:La foto in copertina è stata realizzata appositamente per Senzaudio da Silvia Ghiara, che ringraziamo infinitamente!

La stretta porta che conduce all’editoria

giovedì, Aprile 14th, 2016

Negli ultimi dieci giorni, tra fiere e presentazioni, ho conosciuto diverse persone tra cui varie aspiranti traduttrici. E la domanda di tutte è stata: come si fa a entrare DAVVERO nell’editoria? Che si debbano seguire master, fare stage, andare alle fiere e mandare proposte editoriali lo sanno meglio di me, glielo ripetono tutti.

Eppure, la sensazione diffusa è che questo non basti, che si entri nell’editoria o per caso (e per fortuna) o per conoscenze. È una considerazione ho sentito ripetere più volte anche durante l’incontro “Oltre i primi passi” al Formentini di Milano lo scorso febbraio, riportata anche per iscritto da una giovanissima collega, Ilaria Corti, sul blog di Traduzione Chiara (trovate tutto qui).

Grande è lo sconforto sotto il cielo e così, da ottimista incallita, ho deciso di dire la mia per tentare di rispondere a chi in questi giorni mi ha espresso la sua frustrazione perché vede l’editoria come “una porta troppo stretta”.

 

UNO SU MILLE CE LA FA

Parliamoci chiaro: è innegabile il mercato editoriale abbia subìto una forte contrazione negli ultimi anni. Di contro, si sono moltiplicati i corsi per aspiranti traduttori, e con essi il numero di chi vorrebbe intraprendere questa professione. E va detto che il mestiere del traduttore editoriale, come tutti i “mestieri” nel senso classico del termine, non fa per tutti: ci vuole intuito, intraprendenza e sensibilità verso le lingue, in particolare la nostra lingua (ricordate l’articolo sul fattore S?). Insomma, la porta che conduce all’editoria è stretta, ma qualcuno passa. Come?

 

LA FORTUNA

Come in tutte le cose ci vuole un po’ di fortuna: magari fai una proposta meravigliosa ma vieni battuta sul tempo da un collega, oppure ti propongono una traduzione con tempi risicati proprio nel mese in cui stai facendo uno stage all’estero. Cose che capitano. Però la fortuna, come si dice, aiuta gli audaci. E io ho avuto la fortuna di fare uno stage presso una casa editrice indipendente di grande qualità dove ho imparato tantissimo. Mi hanno scelta perché, fortunatamente, cercavano qualcuno che volesse tradurre dallo spagnolo ma con una buona conoscenza del tedesco perché proprio in quei giorni avevano disperato bisogno di qualcuno che capisse la lingua di Goethe. Insomma, sono stata fortunata. Ma anche audace: avevo conosciuto la casa editrice qualche settimana prima. a un Pisa Book Festival passato a saltellare tra gli stand… con le stampelle! Se fossi rimasta sul divano con la gamba alzata come mi avevano consigliato, probabilmente ora non scriverei su questo blog, che ho scoperto grazie a una recensione della mia traduzione per quella casa editrice… vedi a volte la fortuna ☺

 

LE CONOSCENZE

Tranquilli, non serve essere figli di (a meno che non siate figli di bilingui, che aiuta sempre!) o avere un cugino che fa il centralinista alla Mondadori. Ma è un dato di fatto che gli editor tendono ad affidare i lavori a persone che conoscono e di cui si fidano. E allora rieccoci con fiere, proposte, corsi, stage… Eppure non basta: è importante conoscere anche i colleghi, gli enti e istituti culturali che organizzano incontri o erogano finanziamenti e premi, gli agenti letterari e gli uffici diritti delle case editrici italiane ed estere. Insomma, una faticaccia. Anzi, doppia faticaccia: bisogna conoscere e allo stesso tempo farsi (ri)conoscere e ricordare. Quindi, sì, per entrare nell’editoria le conoscenze servono eccome ma non si tratta di nepotismi quanto di saper mettere in luce le nostre capacità e sfruttare appieno ogni occasione, non per metterci in mostra (dio solo sa quanto l’editoria sia circondata da personaggi tipo vedo-gente-faccio-cose) ma per dimostrare che meritiamo una possibilità.

 

MORALE: LO SBATTIMENTO PAGA

Insomma, come avrete capito la quantità di conoscenze e occasioni è direttamente proporzionale all’impegno profuso. Detto in soldoni: bisogna sbattersi. E non solo per varcare la soglia dell’editoria ma anche per non esserne buttati fuori. Considerando che questo settore è ben lontano da una condizione paradisiaca (avete notato che nell’immagine la porta si apre su uno sfondo buio?), una domanda attanaglia (quasi) tutti i traduttori: ne vale la pena? Vi confesso che i momenti di sconforto non mancano ma per quel che mi riguarda credo che, almeno per ora, ne sia valsa la pena. E per voi, ne vale la pena? Fatevi seriamente questa domanda, valutate bene i fattori e le probabilità, datevi un tempo massimo per provarci (un anno? due?) e se deciderete di tentarla… In bocca al lupo!

CommonSpaces: prepararsi al mondo del lavoro oltre l’Università

giovedì, Marzo 24th, 2016

L’Università, lo sappiamo, non sempre offre gli strumenti adeguati per inserirsi nel mondo del lavoro. Soprattutto quando si decide di intraprendere una professione autonoma, come quella di traduttore, dove vengono richieste competenze e risorse che esulano dal semplice svolgimento della propria attività, nel nostro caso la traduzione di un testo. Bene, e se vi dicessi che esiste una piattaforma online che offre gli strumenti necessari per avvicinarsi al mondo del lavoro? E che tutte le risorse sono gratuite e open-source? E che non dovete limitarvi a imparare ma potete mettere in campo le vostre competenze, dimostrando (prima di tutto a voi stessi) che anche voi avete qualcosa da insegnare? Vi sembra impossibile? Eppure ora esiste, si chiama CommonSpaces e oggi abbiamo intervistato uno dei suoi principali promotori, Andrea Spila.

Andrea, ti va di spiegarci come funziona il progetto di CommonSpaces? Cosa s’intende con “comunità di pratica”?
CommonSpaces nasce all’interno del programma europeo Erasmus+ ed è una piattaforma online progettata principalmente per aiutare i giovani laureati e laureandi a entrare nel mondo del lavoro con le competenze professionali necessarie a sviluppare la propria carriera. L’obiettivo finale è migliorare la cosiddetta “occupabilità” dei giovani, ossia le loro opportunità di trovare un lavoro adeguato ai propri studi e interessi, avvicinando i curriculum accademici al mercato del lavoro in costante trasformazione. CommonSpaces si rivolge anche ai professionisti senior, offrendo percorsi di apprendimento adatti a chi vuole mantenersi costantemente aggiornato, in un’ottica di formazione professionale continua. Le principali aree di apprendimento sono le tecnologie, l’imprenditorialità e le lingue.

Per promuovere queste opportunità di formazione abbiamo scelto tre strumenti principali: le OER, ossia le risorse educative aperte, le comunità di pratica (CoP) e il mentoring online. Il nostro modello di formazione online prevede la creazione di CoP che si dedicano a un obiettivo formativo specifico. Queste comunità di pratica, coordinate da un supervisore esperto della materia, partono dalla ricerca e dalla catalogazione collettiva di OER per costruire percorsi di apprendimento rivolti a competenze immediatamente spendibili nel mondo del lavoro. Le OER sono risorse didattiche reperibili sul web e caratterizzate da una licenza aperta, come le licenze Creative Commons, e quindi possono essere utilizzate liberamente e gratuitamente da tutti per la propria formazione. A questo modello aperto e collaborativo si aggiunge il mentoring, ossia la creazione di relazioni uno a uno in cui un mentore sostiene un allievo nel muovere i primi passi nel proprio percorso lavorativo. Così professionisti junior e senior collaborano per migliorare le competenze e le opportunità lavorative del proprio settore, a vantaggio di tutti.

La piattaforma scardina il concetto di didattica tradizionale, suggerendo l’idea che tutti abbiano qualcosa da imparare e da insegnare. Tra i partner del progetto c’è anche l’Università La Sapienza: pensi che questo metodo di insegnamento riuscirà a farsi spazio anche nelle università? Molti aspiranti traduttori lamentano la difficoltà di trasporre la teoria imparata sui banchi nella pratica lavorativa…
Si parla molto oggi di “flipped classroom”, ossia di classe rovesciata, un modello pedagogico che prevede una vera e propria rivoluzione educativa. Gli studenti arrivano in classe dopo essersi formati autonomamente su materiali online (videolezioni, dispense elettroniche, ecc.) e la classe diventa il luogo in cui confrontarsi con i propri pari e con il docente che assume il ruolo di animatore in un processo di costruzione della conoscenza che vede tutti gli attori attivi e partecipi. È il modello della Khan Academy, dei Mooc, di tante esperienze formative in cui si rimette l’allievo al centro del processo educativo. Anche l’università si sta aprendo a questo modello e Sapienza, il nostro coordinatore, ha avviato esperienze di questo genere, proprio per superare una formazione troppo chiusa nei circoli accademici e poco sensibile alle domande che provengono dal mondo del lavoro. Con CommonSpaces cerchiamo di partire dalle esigenze e dalle conoscenze degli studenti universitari per prepararli a quello che troveranno una volta usciti dalle aule universitarie. Prima si fa durante il corso di studi universitari e meglio è. E per i traduttori questo è particolarmente importante, soprattutto perché molti di loro costruiranno una carriera come freelance, una scelta lavorativa che richiede una profonda conoscenza delle tecnologie e delle competenze imprenditoriali, entrambe spesso trascurate dalle università.

A proposito di traduttori, all’interno di CommonSpaces ci sono alcuni progetti rivolti ai freelance, oltre a uno per traduttori, coordinati da EST, la European School of Translation, di cui sei direttore. Perché EST ha deciso di aderire al progetto? Non c’è una sorta di “conflitto d’interessi” nel favorire la circolazione di risorse gratuite e open source?
Abbiamo abbracciato il mondo delle risorse educative aperte perché siamo convinti che solo la condivisione della ricchezza del web possa permetterci di affrontare insieme le sfide colossali di questo nuovo millennio. La European School of Translation ha pertanto abbandonato un modello di business puramente commerciale per promuovere questa grande rivoluzione del sapere. Per sostenersi troverà fondi pubblici e privati e promuoverà anche alcune attività a pagamento, come laboratori in aula e certificazioni. Ma i contenuti rimarranno disponibili gratuitamente sulla piattaforma CommonSpaces, un patrimonio costruito in modo collaborativo da tutti per tutti.

Due settimane fa è stata presentata al pubblico la versione beta della piattaforma. Puoi dirci quali saranno le prossime tappe?

Ci sono già parecchi progetti attivi, dedicati per esempio alle tecnologie per freelance, alla traduzione audiovisiva, alla traduzione automatica e al post-editing, al web content management, solo per fare qualche esempio. Sono piccole comunità di pratica aperte a tutti che utilizzano strumenti collaborativi per autoformarsi ma anche per fare rete, aiutarsi reciprocamente, guardare fuori dai confini della propria professione e del proprio paese. Il prossimo passo è lo sviluppo della comunità internazionale di CommonSpaces, inizialmente in Italia, Regno Unito e Portogallo, i paesi dei partner del progetto. L’obiettivo è creare occasioni di networking a livello europeo, formarsi insieme per trovare e creare lavoro, il nostro obiettivo principale. Inoltre, stiamo lavorando attivamente all’avvio di programmi di mentoring per i giovani. Uno di questi, promosso dalla nostra scuola, riguarderà i traduttori. Voglio cogliere l’occasione per invitare i colleghi, giovani e meno giovani, a iscriversi alla piattaforma e a cominciare a partecipare alle nostre comunità di pratica. Ricordo anche che abbiamo un gruppo su Facebook, la CommonSpaces Sandbox, che permette ai nuovi arrivati di orientarsi. Potete anche seguire il nostro nuovo account Twitter @commonspaceseu. Vi aspettiamo online!

 

SpilaAndrea Spila è traduttore editoriale e tecnico, interprete, consulente web e formatore online. È fondatore di AlfaBeta, la società di consulenza che da venticinque anni offre servizi di comunicazione per il mercato internazionale. Dai primi anni Novanta lavora sul web e con il web e tutta la sua attività professionale (creazione di siti, traduzione e formazione online) nasce e si sviluppa sulla grande ragnatela. Dirige dal 2009 la European School of Translation e dal 1999 coordina l’attività dei Traduttori per la Pace. Dal 2014 si occupa del community development di CommonSpaces. Quando non è in rete, ama andare in canoa, praticare yoga, camminare, meditare e cantare.

DELLO SPORCARSI LE MANI, OVVERO DELLA VISIBILITÀ DEL TRADUTTORE

giovedì, Marzo 17th, 2016

Da quando ho iniziato a tenere questa rubrica, ormai quasi sei mesi fa, ho conosciuto molti colleghi e aspiranti tali. Poi sono approdata su Twitter, e lì sono arrivati altri contatti e soddisfazioni: dalle persone che leggono una mia traduzione e mi scrivono che ne pensano, a chi addirittura mi dice che è un “onore” potermi conoscere.

Naturalmente sono un po’ sorpresa e molto lusingata, ma non è certo questo il motivo per cui ne parlo oggi. Questi mesi di modestissima esposizione mi hanno fatto capire che c’è un grande interesse verso la traduzione, da parte non solo degli addetti ai lavori, ma anche di diverse figure che ruotano attorno all’universo-libro. E questa mi sembra un’ottima notizia.

Sappiamo tutti qual sia lo stato dell’editoria italiana, le difficoltà con cui ci scontriamo quotidianamente per ottenere migliori condizioni remunerative e contrattuali e una maggiore visibilità. E visibilità, attenzione, non significa “fama” (non credo che alcun traduttore la cerchi, altrimenti avrebbe fatto altro nella vita!) ma il giusto riconoscimento del proprio ruolo creativo e culturale. Vi pare poco? Pensate che l’importante sia portare a casa la pagnotta, con buona pace del riconoscimento culturale? Be’, io credo che sia sempre più difficile ottenere la prima senza il secondo.

Ecco perché sostengo sia arrivato il momento di prendersela, questa visibilità. Con garbo (che di polemiche sterili è già pieno il web), ma con costanza. Che, per esempio, significa cercare di pubblicare con regolarità qui su Senzaudio, ma anche compiere tanti piccoli gesti, solo in apparenza vani.

Per esempio, da un po’ di settimane (cioè, da quando ho un account) ho indetto una mia personale campagna su Twitter. Quando esce una recensione a un libro tradotto da me, la leggo e, se il/la giornalista si è ricordato di citarmi, ritwitto la recensione con ringraziamento al recensore in questione. Sì, lo so che sarebbe tenuto a citarmi e che piuttosto dovrei riprendere chi non lo fa, ma credo sia meglio cominciare con le buone, no?

Be’, a quanto pare la mia “campagna di ringraziamento” è piaciuta, perché l’esperimento ha dato risultati inaspettati.

Vi cito giusto qualche Tweet in risposta ai miei:

“Citare il traduttore (o la traduttrice) è un gesto di buona creanza. Forza traduttori!!!”

 “È semplicemente giusto! Grazie alla tua bella scrittura riusciamo a leggere Benedetti.”

 “Da lettrice io sono molto grata a ki mi consente di leggere libri ke mi sarebbero inaccessibili.”

 Ora, ripeto, è chiaro che commenti di questo tipo mi riempiono di gioia e mi fanno arrossire, ma la cosa importante è un’altra: è bastato un semplice “grazie” per risvegliare interesse sulla figura del traduttore.

Interesse durato i canonici 15 minuti, ovvio, e d’altra parte per un’esordiente con pochi libri all’attivo che non ha ancora capito come usare Twitter, è molto.

E allora, che cosa succederebbe se traduttori ben più validi e affermati provassero a fare qualcosa di simile? Se tutti cominciassimo a prenderci la visibilità che ci spetta? So bene che ci sono tanti altri colleghi, più o meno noti, che si espongono e sono sicura che ognuno di loro, di voi, con un po’ di impegno, sa individuare un metodo che funziona per lui/lei. Forse non cambierà nulla ma intanto, nel nostro piccolo, cominciamo a sporcarci le mani.

Buoni consigli per chi inizia a tradurre

giovedì, Febbraio 25th, 2016

Consigli spassionati e speriamo ben accetti su come sviluppare il “fattore S” del traduttore.

Ci riflettevo durante l’incontro “Oltre i primi passi” che si è tenuto martedì 16 febbraio al Laboratorio Formentini e di cui ha già parlato Thais Siciliano nel suo Diario di una traduttrice (trovate tutto qui), poi è arrivata l’intervista alle organizzatrici di Italiano Corretto e ora la simpatica vicenda di #petaloso.

Insomma, per fare i traduttori editoriali bisogna sempre ricordarsi del fattore S, la Scrittura. La bella scrittura, per la precisione. Non è un caso che il traduttore di libri sia considerato alla stregua di un autore: il nostro lavoro consiste nella riscrittura di un testo in un’altra lingua. Però, direte voi, non s’inventa nulla: la trama è quella, le descrizioni anche, i dialoghi pure… Certo, ma il bravo traduttore dev’essere anche (e soprattutto) fedele allo stile del testo originale, cioè reinventare quello stile in italiano.

Sembrano considerazioni scontate, lo so, eppure ho l’impressione che questo aspetto venga spesso relegato in secondo piano: all’aspirante traduttore non si dice che, o sa scrivere bene, o non c’è trippa per gatti. Durante una prova di traduzione, al netto degli errori (si spera sempre pochi), è la resa in italiano a fare la differenza e, qualche volta, a generare giudizi contestabili perché la percezione di cosa sia “scritto bene” è in parte soggettiva e spesso difficile da argomentare. Lo dico in barba ai milioni di corsi di scrittura creativa, che di certo aiutano e dovrebbero essere parte della nostra formazione professionale continua, ma che difficilmente consentono di farsi l’orecchio e imparare a sentire quando una frase “funziona” e quando invece ha bisogno di una limatina.

E allora cosa può fare il traduttore per migliorare le sue doti di scrittore?

Leggere. Ma non solo i libri tradotti bene o quelli di bravi autori italiani. Bisogna leggere le circolari dell’INPS, per riconoscere i tecnicismi vuoti e imparare a rifuggirne, leggere i commenti su Facebook (i post non valgono, generalmente sono più meditati) per assorbire la parlata comune, emendarla dagli errori e farla nostra (perché traduci “to come” con “giungere” se nella vita reale non lo scriveresti mai?), leggere le vecchie traduzioni dei classici per riappropriarci di parole ormai in disuso e saperle usare all’occorrenza (ho detto all’occorrenza, eh!). E leggere qualche testo mal tradotto, chiedendosi onestamente: qualche volta, nella fretta della consegna, ho scritto anch’io una cosa del genere?

Ascoltare. I film doppiati, per ridere di qualche fottuto traducente che non scriveremmo mai. Le fiction italiane, chiedendoci come mai gli sceneggiatori adorino i dialoghi patetici e irriproducibili nella vita reale. Le pubblicità, per impadronirci delle tecniche di persuasione verbale e usarle nelle e-mail agli editori (ehm, no, volevo dire…). Le conversazioni per strada, in treno, al bar, così vere e così diverse in ogni angolo d’Italia, per scoprire come mai su carta non funzionano. Ascoltare la nostra voce mentre rilegge la traduzione che abbiamo scritto, sentire dove s’inceppa, dove esita, dove zoppica.

Registrare. Sì, è un esperimento che mi è capitato di fare per un laboratorio di traduzione ed è stato utilissimo. Dovevamo registrare due o tre conversazioni con amici, o discorsi tra estranei in situazioni informali, sbobinarle e leggerle ad alta voce in classe. Risultato? Nessuno parla come un libro stampato… proprio per questo scrivere un libro che deve essere stampato è così difficile! Censuriamo le cacofonie, i regionalismi, ma così facendo finiamo per censurare anche la lingua reale, producendo quelle frasi aspre e involute che esistono solo sulla carta. Che fare allora per evitarlo?

Scrivere. Ma scrivere per gli altri, e possibilmente testi utili che ci costringano a essere chiari. Raccontare un episodio divertente con un messaggio scritto, anziché vocale. Scrivere per chiedere un chiarimento a un consulente, anziché telefonare. Scrivere alla mamma le indicazioni per utilizzare un nuovo software, anziché spiegarle a voce (questa è dura, eh?). Scrivere per un blog, come no! E poi scrivere traduzioni, ricordandosi, appunto, che tradurre un libro significa anche scriverlo.

Allora, forse, avremo meno paura di essere originali, di trovare soluzioni non scontate che ci permettano di filtrare lo stile di un autore straniero attraverso la nostra lingua e la percezione che ne abbiamo. E, con la dovuta umiltà nei confronti del testo, faremo nostro il fattore S del traduttore.

Ma che italiano parli?

giovedì, Febbraio 18th, 2016

Ve lo immaginate un convegno sull’italiano con il Lercio.it e l’Accademia della Crusca? No, eh? Eppure sarà proprio quello che avverrà a Pisa i prossimi 15 e 16 aprile durante Italiano Corretto, una due giorni per riflettere sui cambiamenti in atto nella nostra lingua.

Perché “corretto” non è solo l’italiano delle grammatiche, come ci spiega il linguista Andrea De Benedetti, ma quello che assorbiamo tramite il “doppiaggese” dei film, di cui ci parla il traduttore Leonardo Marcello Pignataro. E tra anglicismi e altre parole “assurde”, come quelle raccolte da Luca Mastrantonio in Pazzesco!, sperimentazione sulla punteggiatura con lo scrittore Giulio Mozzi e consigli sull’uso degli hashtag (chi meglio delle doppioverso?), salta fuori che anche l’Accademia della Crusca ha una Twitter Manager, Vera Gheno. Come avrete capito, Italiano Corretto vuole essere un’occasione per riflettere sulla lingua reale, alla cui trasformazione contribuiamo tutti, ogni giorno, quando scriviamo (per noi stessi o per lavoro) e quando parliamo. Anche l’impostazione dell’evento riflette la democraticità di questo processo: non il classico convegno ingessato ma sei incontri strutturati come laboratori e, venerdì sera, la serata teatrale “Un anno Lercio”, che prevede un’intervista semi-seria di Vera Gheno ad Andrea Michielotto, una delle storiche firme della rivista satirica online. 

A questo punto vi starete chiedendo: Ma chi l’ha pensato un evento così? STL Formazione e doppioverso, ovvero: Sabrina Tursi, Laura Baldini, Barbara Ronca e Chiara Rizzo. E io le ho intervistate per voi.

Sabrina, ormai sei una veterana nell’organizzazione di eventi di formazione e di incontro per traduttori, dai classici seminari fino alla Giornata del Traduttore. Con Italiano Corretto però sei andata oltre, proponendo un evento che non si rivolge solo a noi traduttori ma rivolto a chiunque “ha fatto della nostra lingua viva e delle sue inevitabili evoluzioni uno strumento di lavoro, ma anche a lettori e semplici appassionati”, come recita la presentazione sul sito. Come hai deciso di fare questo salto?

Sembra un salto ma in realtà si è trattato di tanti piccoli, a volte piccolissimi passi, che, uno dopo l’altro, ci hanno portato fin qui. Dopo tanti anni trascorsi in aula insieme ai traduttori, a spaccare il capello in quattro nella ricerca di una corrispondenza spesso non facile nella lingua di arrivo, occuparci in modo accurato dell’italiano ci è venuto abbastanza naturale. Tra l’altro i nostri allievi l’hanno chiesto a gran voce e noi abbiamo semplicemente fatto quello che facciamo sempre: abbiamo ascoltato e cominciato a far muovere le idee per soddisfare un bisogno formativo implicito nell’attività di qualsiasi traduttore. 
Abbiamo quindi identificato obiettivi didattici, contenuti, metodi da adottare per realizzare quella che non era più solo un’idea ma un progetto concreto e ci siamo rese conto che la nostra iniziativa avrebbe potuto interessare anche un pubblico più vasto. Da qui il “salto” come dici tu. 
Il bello del mio lavoro è che, ogni volta che mi confronto con i colleghi in aula o ad un convegno, si accende qualche lampadina, si mettono in moto le connessioni, e nasce sempre qualcosa di nuovo. Per carattere odio la staticità e mi piace fare cose diverse, esplorare nuovi contenuti. Se poi si ha, come me, la fortuna di lavorare con colleghe curiose, serie e motivate, proporre nuove occasioni di apprendimento non solo è divertente, ma dà anche soddisfazione. Si torna sempre lì, la passione smuove le montagne!

Laura, raccontaci cosa c’è dietro l’organizzazione di un evento di questo tipo che, immagino, richieda una lunga preparazione e competenze specifiche…

Innanzi tutto c’è la voglia di fare, di lavorare su argomenti stimolanti. La lingua italiana, negli ultimi tempi, anche se spesso bistrattata e offesa, sta guadagnando spazi e attenzioni davvero inattese: basta guardare la frequenza con la quale escono in rete articoli e post su questo argomento, trasmissioni televisive e radiofoniche tenute da linguisti e… insomma quando anche la Nutella decide di uscire con i barattoli che riportano frasi dialettali delle varie parti d’Italia significa proprio che l’attenzione sull’italiano c’è, anche tra il grande pubblico.

Abbiamo quindi deciso di organizzare questo evento chiamando docenti provenienti da esperienze professionali diverse, che, ognuno a proprio modo, con il registro che più gli è congeniale, potessero tenere una lezione o un laboratorio sulla lingua italiana, offrendo il loro punto di vista e mettendoci dentro un po’ della propria esperienza. Quando, subito dopo l’estate, abbiamo iniziato a parlarne, siamo partite da questa idea e poi ognuna di noi ha curato l’aspetto sul quale si sentiva più competente: Sabrina, avendo una pluriennale esperienza di corsi di formazione con STL, è, tra le altre cose, un’eccellente organizzatrice, Barbara e Chiara, gestendo doppioverso, blog seguitissimo, sono comunicatrici esperte e creative, io, avendo un’esperienza nell’organizzazione di eventi e, avendo gestito per tanti anni una libreria, mi sono occupata prevalentemente di programmare la parte di “scrittura creativa” e ho curato le interviste ad alcuni docenti.

La cosa bella però, nell’organizzare Italiano Corretto, è che, dopo l’iniziale suddivisione dei compiti, abbiamo finito per collaborare su tutto e condividere l’intera programmazione. E questo, credo, per noi tutte, rappresenti l’esperienza più preziosa e gratificante.

Barbara, Chiara, questa è l’ultima (per ora!) “evoluzione” di doppioverso. Spingersi oltre il proprio ambito di specializzazione è una scommessa che richiede tempo e impegno e il cui esito non è sempre scontato. Eppure, sempre più spesso diventa una necessità per i traduttori editoriali. Avete qualche consiglio da dare in questa direzione? Tornando indietro, rifareste tutto?

Quella del traduttore 3.0, del traduttore “mutante”, è una fissazione che ci portiamo dietro da parecchio tempo, e che l’esperienza di doppioverso ha contribuito a radicare profondamente.

Aprirci ad attività diverse dalla traduzione ci ha aiutate a distillare le nostre competenze e ci ha permesso di dare libero sfogo alla nostra immaginazione che prima era un po’ imbrigliata tra le maglie delle cartelle di testo da macinare.

Certo, anche nel reinventare se stessi professionalmente è importante armarsi di autenticità e sincerità. Prendete spunto dai vostri interessi più genuini, non improvvisatevi nei settori che “tirano”, non seguite le mode ma ripartite da voi, da quello che vi piace. Un modo per trasformare le inclinazioni più profonde in qualcosa di monetizzabile c’è sempre, se si rimane concreti e si lasciano da parte romanticismi inutili e teorizzazioni estreme.

L’avventura di Italiano Corretto si inserisce perfettamente in questa logica, perché è una riflessione a tutto tondo sul linguaggio come strumento di lavoro, letto in chiave “operativa”, senza ansie da grammarnazi o elucubrazioni da fini linguisti. Oltretutto la genesi di quest’evento è stata anche un esempio perfetto di come per reinventarsi e diversificarsi sia necessario un confronto con altre specializzazioni e altri ambiti di attività. Se poi il confronto e la sinergia avvengono con fucine di operatività e attivismo come le amiche di STL è chiaro che tutto diventa ancora più stimolante.

Voi sarete presenti a Italiano Corretto anche in qualità di relatrici. Come si prepara un intervento di questo tipo? E soprattutto, come lo si prepara in due?

L’essere in due era un aspetto che ci preoccupava quando si è trattato di sviluppare i primi interventi per eventi a cui ci avevano invitate. In realtà anche in questo caso, essendo molto complementari, abbiamo scoperto che “two is megl che one” e che avere un “partner in crime” ci aiuta a smorzare l’ansia da prestazione e individuare punti di vista a cui singolarmente non avevamo pensato.

Dalla nostra attività di traduttrici abbiamo mutuato una forte capacità di osservazione e analisi, e la tendenza ad approfondire e informarci costantemente. Per questo in prima battuta riflettiamo separatamente sugli spunti che ognuna vorrebbe trattare, e solo dopo facciamo una megasessione di brainstorming in cui scriviamo TUTTO ciò che ci sembra interessante in modalità flusso di coscienza: è in questa fase che spesso partoriamo le metafore più efficaci e individuiamo gli assi portanti del discorso. Una volta buttato giù lo scheletro dell’intervento lo spezzettiamo in tronconi e li ordiniamo, e poi da lì passiamo alla parte visiva e alla realizzazione delle slide, di cui in genere si occupa Barbara perché è la più “grafica” delle due, mentre Chiara è più incline a partorire claim e titoli a effetto. Il risultato? A noi piace, e a quanto abbiamo visto piace spesso anche a chi ci guarda, forse perché manteniamo sempre una visione un po’ ironica, dissacrante.

Se volete sapere cosa ci inventeremo stavolta vi aspettiamo a Pisa ad aprile, ovviamente!