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Buoni consigli per chi inizia a tradurre

written by Stefania Marinoni 25 febbraio 2016

Consigli spassionati e speriamo ben accetti su come sviluppare il “fattore S” del traduttore.

Ci riflettevo durante l’incontro “Oltre i primi passi” che si è tenuto martedì 16 febbraio al Laboratorio Formentini e di cui ha già parlato Thais Siciliano nel suo Diario di una traduttrice (trovate tutto qui), poi è arrivata l’intervista alle organizzatrici di Italiano Corretto e ora la simpatica vicenda di #petaloso.

Insomma, per fare i traduttori editoriali bisogna sempre ricordarsi del fattore S, la Scrittura. La bella scrittura, per la precisione. Non è un caso che il traduttore di libri sia considerato alla stregua di un autore: il nostro lavoro consiste nella riscrittura di un testo in un’altra lingua. Però, direte voi, non s’inventa nulla: la trama è quella, le descrizioni anche, i dialoghi pure… Certo, ma il bravo traduttore dev’essere anche (e soprattutto) fedele allo stile del testo originale, cioè reinventare quello stile in italiano.

Sembrano considerazioni scontate, lo so, eppure ho l’impressione che questo aspetto venga spesso relegato in secondo piano: all’aspirante traduttore non si dice che, o sa scrivere bene, o non c’è trippa per gatti. Durante una prova di traduzione, al netto degli errori (si spera sempre pochi), è la resa in italiano a fare la differenza e, qualche volta, a generare giudizi contestabili perché la percezione di cosa sia “scritto bene” è in parte soggettiva e spesso difficile da argomentare. Lo dico in barba ai milioni di corsi di scrittura creativa, che di certo aiutano e dovrebbero essere parte della nostra formazione professionale continua, ma che difficilmente consentono di farsi l’orecchio e imparare a sentire quando una frase “funziona” e quando invece ha bisogno di una limatina.

E allora cosa può fare il traduttore per migliorare le sue doti di scrittore?

Leggere. Ma non solo i libri tradotti bene o quelli di bravi autori italiani. Bisogna leggere le circolari dell’INPS, per riconoscere i tecnicismi vuoti e imparare a rifuggirne, leggere i commenti su Facebook (i post non valgono, generalmente sono più meditati) per assorbire la parlata comune, emendarla dagli errori e farla nostra (perché traduci “to come” con “giungere” se nella vita reale non lo scriveresti mai?), leggere le vecchie traduzioni dei classici per riappropriarci di parole ormai in disuso e saperle usare all’occorrenza (ho detto all’occorrenza, eh!). E leggere qualche testo mal tradotto, chiedendosi onestamente: qualche volta, nella fretta della consegna, ho scritto anch’io una cosa del genere?

Ascoltare. I film doppiati, per ridere di qualche fottuto traducente che non scriveremmo mai. Le fiction italiane, chiedendoci come mai gli sceneggiatori adorino i dialoghi patetici e irriproducibili nella vita reale. Le pubblicità, per impadronirci delle tecniche di persuasione verbale e usarle nelle e-mail agli editori (ehm, no, volevo dire…). Le conversazioni per strada, in treno, al bar, così vere e così diverse in ogni angolo d’Italia, per scoprire come mai su carta non funzionano. Ascoltare la nostra voce mentre rilegge la traduzione che abbiamo scritto, sentire dove s’inceppa, dove esita, dove zoppica.

Registrare. Sì, è un esperimento che mi è capitato di fare per un laboratorio di traduzione ed è stato utilissimo. Dovevamo registrare due o tre conversazioni con amici, o discorsi tra estranei in situazioni informali, sbobinarle e leggerle ad alta voce in classe. Risultato? Nessuno parla come un libro stampato… proprio per questo scrivere un libro che deve essere stampato è così difficile! Censuriamo le cacofonie, i regionalismi, ma così facendo finiamo per censurare anche la lingua reale, producendo quelle frasi aspre e involute che esistono solo sulla carta. Che fare allora per evitarlo?

Scrivere. Ma scrivere per gli altri, e possibilmente testi utili che ci costringano a essere chiari. Raccontare un episodio divertente con un messaggio scritto, anziché vocale. Scrivere per chiedere un chiarimento a un consulente, anziché telefonare. Scrivere alla mamma le indicazioni per utilizzare un nuovo software, anziché spiegarle a voce (questa è dura, eh?). Scrivere per un blog, come no! E poi scrivere traduzioni, ricordandosi, appunto, che tradurre un libro significa anche scriverlo.

Allora, forse, avremo meno paura di essere originali, di trovare soluzioni non scontate che ci permettano di filtrare lo stile di un autore straniero attraverso la nostra lingua e la percezione che ne abbiamo. E, con la dovuta umiltà nei confronti del testo, faremo nostro il fattore S del traduttore.

Commenti a questo post

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17 comments

Francesca Mentasti 26 febbraio 2016 at 10:06

Articolo utile e originale! 🙂 il mondo della traduzione letteraria e’ davvero tosto!

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Il fattore S – tpnpro 28 febbraio 2016 at 18:04

[…] interessante articolo di Stefania […]

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La stretta porta che conduce all’editoria | Senzaudio 14 aprile 2016 at 9:21

[…] e sensibilità verso le lingue, in particolare la nostra lingua (ricordate l’articolo sul fattore S?). Insomma, la porta che conduce all’editoria è stretta, ma qualcuno passa. […]

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Amico, fammi un italiano. Corretto, grazie! | Senzaudio 21 aprile 2016 at 13:12

[…] e quelli in cui lo usiamo per lavoro, dove è bene salvaguardare la norma (dopo tante le pippe sul Fattore S, vi pare che ora getto tutto alle ortiche?), evitando di cadere nell’ipercorrettismo e in una […]

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