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Patience ha un limite, lo spazio tempo no

written by Angelo Orlando Meloni 8 aprile 2016

PATIENCE_(c)_Daniel ClowesPatience, pubblicata in Italia da Bao publishing (Fantagraphics Books negli USA), è l’ultima opera di Daniel Clowes, autore di fumetti vintage-retro-sci-pop-beatnik-fi-e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta ormai omaggiato di un più che meritato culto, di un ossequioso rispetto, di degna attenzione sia da parte dei veraci amanti del comic book tutto muscoli sia dagli efebici estimatori della più raffinata, ineffabile autorialità. Chi lo sa, forse persino quelli che “il fumetto, anzi, il graphic novel cambierà il mondo” si sono fatti un giro per le sue strampalate, psichedelicissime & depressissime pagine. Per le pagine, per esempio, di questa lunga storia di fantascienza e d’amore di cui, prima di aver letto una sola vignetta, mi sono assuppato su di un forum una discussione abbastanza invelenita, di quelle che prendono l’entusiasmo a sberle. Perché poi l’abbia fatto non lo so, ma siccome Daniel Clowes non è  mai stato un mattacchione, possiamo dire che prima di spararmi la sua ultima opera un tocco di masochismo ci stava tutto. Patience è la storia di due perdenti e di un amore che rischia di finire malissimo, nonché del tentativo di aggiustare le cose rompendo le barriere del tempo. Detto così non sembra questa gran novità, lo riconosco, ma per quel che vale il mio parere di fronte agli infiniti forum del megaverso a fumetti, devo dire che Patience mi è piaciuto un sacco. Clowes è un pop-raccontatore del mal di vivere, della sfiga e della tristezza. Non è un allegrone, ma è colorato, fantaqualcosa, genialoide. E se solo fossi in vena di usare il bieco trucco detto “metafora della vita”, potrei dire che il tema del viaggio nel tempo qui diventa un pretesto per parlare d’amore. Ma se cominciassimo a ragionare così anche il film Interstellar diventerebbe un pretesto per raccontarci, tra un buco nero e un super robot, che omnia vincit amor. Il che poi non è neanche troppo lontano dalla verità, forse. Ma tant’è…

LLLL04webRicordo L’antologia di Lloyd LLewellyn, prima (penso) opera di Daniel Clowes, pubblicata in Italia dalla Telemaco Comics nei primi anni novanta. Fu una vera scoperta. Un fumetto esuberante, pieno di creatività “anticata”, retrodatata e futuribile. Ma all’epoca leggevo William Burroughs e quindi era un invito a nozze. Ah, come? Non lo trovate? Non conoscete L’antologia di Lloyd LLewellyn? Io invece sì. Bei tempi, quelli, la Rete in pratica esisteva solo nelle pagine di Neuromante. La chiamavamo cyberspazio e sarebbe diventata asilo di intelligenze artificiali e altre cose del genere. La Rete avrebbe cambiato il mondo. Poi sono arrivati i social e adesso la Rete serve essenzialmente per sacramentare, per protestare, per sfogarsi contro tutto e tutti, anche contro la traduzione italiana di Patience, su cui però non mi sento di esprimere giudizi, specialmente se l’autore ci ha messo del suo. Prendiamo per esempio il passaggio con le considerazioni-contorsioni mentali sul “corpus”. Cosa avrà mai voluto dire? Boh, mistero. Ma sono andato avanti lo stesso, perché la storia e i disegni di questo fumettone acchiappano che è un piacere. Per non parlare del vezzo di troncare vignette e dialoghi qua e là, un espediente che a prima vista mi ha fatto pensare a un errore di stampa, che mi ha fatto gridare al complotto, all’assassinio dell’Arte, all’insulto perpetrato contro la Giustizia e la Bellezza e la Verità. La Rete fa bene a lamentarsi, ho pensato, questo mondo è insopportabile. Poi ho bevuto un bicchiere d’acqua e in meno di dieci secondi mi sono sentito un imbecille, perché quella era una cosa voluta, un effetto, arte. E il tempo ha ripreso a scorrere. La realtà si è aggiustata e il mio sé dal futuro mi ha guardato, si è acceso una cicca, ha sospirato e si è dissolto nel fiume eterno del multiverso. Omnia vincit amor.

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