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Tradurre i manga – Intervista a Federica Lippi

written by Stefania Marinoni 21 gennaio 2016

I fedeli seguaci di questa rubrica ricorderanno il polverone alzato dall’intervista Eris edizioni, che in un commento all’articolo ha dichiarato di non fare sempre un contratto ai traduttori di fumetti, nonostante la sua attenzione ai lavoratori. Noi ci siamo chiesti: ma la situazione dei traduttori di fumetti è davvero così nera? Per darci una risposta, abbiamo deciso di intervistare una che di fumetti, e di traduzioni, se ne intende – Federica Lippi.

Innanzitutto ti vorrei chiedere di presentarti brevemente, raccontare com’è nata la tua passione per i manga giapponesi e come hai mosso i tuoi primi passi in questo settore.

Il fumetto è una forma narrativa che mi ha sempre affascinato, forse perché ho imparato a leggere con Topolino. Fin da piccolissima ho sempre trascorso molte ore assorta su riviste e giornalini, prima Topolino e il Corriere dei Piccoli, poi i manga, il cui arrivo in Italia ha dato una svolta alla mia vita, cambiandola radicalmente. Da adolescente ho divorato pile e pile di fumetti giapponesi, e l’interesse per la lingua e la cultura di quel paese lontano è cresciuto esponenzialmente. A 21 anni ho iniziato a studiare il giapponese e a 22 ho fatto il primo viaggio in quella che vedevo un po’ come la terra promessa, oppure Marte. Ne sono seguiti molti altri, incluso un trasferimento di un anno. Sapevo che avrei voluto lavorare con la lingua giapponese, e l’amore per i manga non è mai tramontato, così ho semplicemente mandato il curriculum a tutte le case editrici che conoscevo. Una di esse mi ha proposto i primi lavori sporadici e poi l’anno successivo, era il 2008, ho iniziato a lavorare in maniera più continuativa, stando sempre molto dietro alle case editrici che mi interessavano.

Da quando hai iniziato, com’è cambiato il mondo del fumetto in Italia e soprattutto come è cambiata la situazione dei traduttori?

In Italia il mondo del fumetto, e insieme senza dubbio la percezione del medium, negli ultimi vent’anni è cambiato radicalmente. Da passatempo di nicchia, masticato da uno zoccolo duro di appassionati, spesso considerati degli sfigati, è diventato argomento di conversazione nei salotti, nei telegiornali, nelle riviste di letteratura e di costume. Per restare nel mio ambito, anche la situazione dei manga ha subito evoluzioni inarrestabili, dal boom degli anni Novanta all’assestamento dei primi anni Duemila, all’impietoso declino dell’ultimo periodo, che dura ormai da parecchio.

Io lavoro come traduttrice da quasi dieci anni e mi basta dire che oggi guadagno un terzo in meno rispetto agli inizi per far capire la gravità della crisi che ha colpito il settore. Volendo semplificare, la bolla è esplosa, le testate si sono moltiplicate, i lettori hanno meno soldi da spendere e i costi strutturali sono aumentati. È un discorso banale, gli editori hanno meno profitti (o almeno questo è quello che dicono, ma è abbastanza evidente che il mercato sia piuttosto saturo) e tagliano dove possono tagliare, in primo luogo sui compensi dei collaboratori esterni. Non solo traduttori, ma anche adattatori, editor, grafici, tutte le risorse umane non vincolate da contratto di assunzione. Immagino capiti così un po’ dovunque. Per proteggere i lavoratori interni si sacrificano quelli esterni, i freelance. La situazione economica è cambiata dunque in peggio, mentre alcune pratiche spiacevoli sono rimaste le stesse. Ovvero nulla è cambiato in meglio.

Quali sono a tuo avviso le criticità su cui è più urgente intervenire? E come?

Il lavoro del traduttore è zeppo di criticità, questo si sa. Resta in ogni caso il lavoro più bello del mondo, perciò merita almeno qualche sforzo per essere tutelato.

Premettendo che parlo per esperienze passate e non soltanto mie, e che oggi posso ritenermi molto fortunata per il grado di reciproca fiducia che mi lega ai miei committenti, non posso negare che nell’ambito dei fumetti, alle “normali” criticità riscontrate da qualunque collega (compensi risibili, scadenze impossibili, mancati pagamenti, committenti incapaci, ecc.), se ne affiancano altre addirittura più gravi, come ad esempio l’inesistenza di specifici contratti di traduzione. A mio avviso è grave che in questo settore editoriale si ritenga normale accordarsi per una traduzione (di un singolo volume o di un’intera serie) semplicemente con uno scambio di mail.

“Vuoi tradurre la serie X?” “Certo.”

“Il compenso è tot a pagina, pagamento a tot giorni.” “Ok.”

“Ti mando i volumi. Grazie.”

Ecco un accordo standard tra casa editrice e traduttore. Anni di battaglie e conquiste, ottenute con impegno e sforzo da parte di tanti colleghi, andati in fumo. Inesistenti.

Ed ecco che, di conseguenza, se il nome nel colophon è sbagliato, non ci si può far nulla (e capita più spesso di quanto non dovrebbe), ecco che i diritti vengono ceduti per tutta la vita e non per un numero congruo di anni, ecco che il traduttore non ha l’ultima parola sulla sua traduzione, a volte stravolta in fase di editing.

Non mi spiego come mai in editoria si usino due pesi e due misure per quanto riguarda libri di sole parole e libri con immagini e parole. Non è un po’ strano? Un libro è un libro sempre, una traduzione è una traduzione sempre. C’è sicuramente il modo di stipulare un accordo ovviando all’evidente scomodità di redigere contratti di continuo per ogni singolo volume o albo a fumetti (capita che in un anno se ne traducano facilmente venti o trenta), ma quello che manca è la volontà. E grossa colpa è da imputare all’ignoranza, perché nell’ambito dei fumetti “si è sempre fatto così”. Non ci si pone proprio il problema.

Come intervenire è affare spinoso, perché il più delle volte sono i traduttori stessi a disinteressarsene completamente. Cosa cambia avere un contratto o no? Tanto poi se l’editore non vuole pagare, non paga lo stesso.

Ma come sperare di raggiungere un accordo sulle tariffe, ad esempio, se noi per primi ci facciamo deliberatamente considerare professionisti di serie B, non degni nemmeno dello stesso trattamento dei colleghi che traducono narrativa? Come si può trattare con un editore senza avere alcuno strumento in nostro possesso? I traduttori non sono esenti da responsabilità, a mio avviso, e i primi a dover rendersi conto di tante cose sono proprio loro.

Quello dei fumetti è un settore che affascina molti aspiranti traduttori, i quali però non sono sempre consci delle reali condizioni di lavoro e nemmeno di quali siano i loro diritti. Che consigli ti sentiresti di dare a chi sta muovendo i primi passi in questa direzione?

Intanto direi che non è un bel momento. Cioè, per i fumetti lo è senz’altro perché mai come adesso sono seguiti, rispettati (quando più, quando meno) e soprattutto letti, mentre per i traduttori non lo è, per la crisi di cui sopra. I diritti di un traduttore di fumetti sono esattamente gli stessi di un traduttore di narrativa o saggistica, identici. Il mio consiglio è di informarsi su quali siano, per esserne almeno a conoscenza e poter parlare con cognizione di causa. Detto questo, come biasimare chi vuole tradurre fumetti? È una cosa che molti fanno gratis online (realizzando i famosi fansub) quindi pensare di essere pagati per farlo è quasi utopia. E invece no, è un lavoro.

Leggere fumetti è già un buon punto di partenza, risulterà più facile tradurre un linguaggio che già si conosce. Conoscere bene la lingua di partenza è ovviamente necessario, ma è altrettanto importante avere un’ottima padronanza dell’italiano (ma questo vale per la professione di traduttore in generale). La prassi poi è la stessa per tutti, ovvero mandare il CV o proporsi in qualche modo per una prova di traduzione. Aiuta senz’altro conoscere la linea editoriale delle varie case editrici, sapere quali autori e generi pubblicano, mostrarsi competenti sull’argomento. Non è facile, specie in un momento di crisi come questo, e serve una buona dose di fortuna, ma perseverare secondo me porta qualche risultato. Si può iniziare traducendo serie porno da quattro soldi e ritrovarsi anni dopo a spaccarsi la testa su Taniguchi. Parola mia!

Grazie!

 

Federica Lippi è nata e vive a Roma. Laureata in Storia del cinema, lavora all’Istituto Giapponese di Cultura e traduce manga professionalmente dal 2007. Ha collaborato con studi editoriali, associazioni e riviste di settore, e suoi contributi appaiono su saggi e siti dedicati al cinema e ai fumetti. È autrice della monografia Mitsuru Adachi – L’espressione del quotidiano (Iacobelli, 2011) sull’omonimo fumettista, e co-autrice di Keep calm e guarda un film (Newton Compton, 2015).

 

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