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Tradurre per royalties: il caso Babelcube

giovedì, Luglio 14th, 2016

Alcuni traduttori esordienti mi hanno chiesto cosa ne penso di Babelcube, la piattaforma che mette in contatto diretto autori e traduttori e ricompensando questi ultimi in royalties, secondo uno schema apparentemente molto allettante (lo trovate qui). Di seguito trovate la mia personale, e dunque opinabilissima, opinione. Se avete provato Babelcube, v’invito a raccontare com’è andata!

 

Se lo fate per soldi…

…che detto così sembra una cosa brutta, invece è sacrosanta: il lavoro non pagato è un ossimoro che non dovrebbe essere nemmeno concepito. E difatti, Babelcube paga. Attenzione però: non c’è un compenso fisso a cartella, si percepisce solo una percentuale sulle vendite, le famose royalties. Del perché questa forma di retribuzione secondo me non è la più adatta al nostro lavoro, ne ho già parlato qui. Babelcube, però, non propone al traduttore un misero 2-3%, ma il 55% del ricavato per i primi 2.000 $.

Ora, ammettiamo che decidiate di tradurre un romanzo di media lunghezza, diciamo 150 cartelle. Un editore **serio** vi pagherebbe almeno 12 € a cartella, quindi ci ricavereste 1.800 € lordi. Certo, ci sono editori che pagano molto meno, ma do per scontato che vogliate tradurre per lavoro e non per hobby. Ci sono anche editori che pagano di più, ma per un esordiente mi sembra un inizio accettabile.

Quante copie deve vendere il testo che avete tradotto tramite Babelcube perché riusciate a guadagnare la stessa cifra? Ipotizzando un prezzo medio di 7 $ a libro (la piattaforma consiglia un prezzo compresi tra 2,99 e 9,99 $), considerando che vi saranno decurtate le spese di distribuzione, le copie omaggio (Babelcube può decidere di mettere il libro in offerta gratuita per un massimo di sette giorni al mese, a sua totale discrezione) e le tasse, bene che vada servono almeno 600 copie (non vi sto a fare tutti i calcoli, fidatevi o fateli da soli).

 

L’ufficio stampa

Avete una vaga idea di come sia difficile per un piccolo editore riuscire a vendere 600 copie di un testo tradotto? Bisogna contattare giornalisti e blogger per le recensioni e inviare loro copie omaggio, organizzare presentazioni nelle librerie e, se possibile, alle fiere editoriali. E magari coinvolgere un critico letterario quotato o meglio ancora far venire l’autore dall’estero… Ma tutto questo richiede un budget notevole, tantissimo tempo e competenze adeguate. Insomma, serve un ufficio stampa. E nel caso di Babelcube, la promozione in Italia è lasciata completamente a voi, che probabilmente non avete nemmeno le conoscenze minime (non ditemi che avete gli indirizzi dei giornalisti a cui proporre la recensione!) e non potete far leva su un gruppo di lettori affezionati, come avviene per le case editrici. Insomma, se conoscete qualcuno che è riuscito a vendere più di 600 copie di un testo tradotto per Babelcube, vi prego di presentarmelo: potrebbe diventare un ottimo ufficio stampa…

 

Fa curriculum

Appurato che traducendo per Babelcube difficilmente si diventa ricchi, potreste decidere di tradurre un libro per avere qualcosa da mettere nel curriculum. Almeno dimostrate di aver “fatto un’esperienza”, no? Ecco, secondo me no. Prima di tutto, molti editori non vedono di buon occhio la piattaforma, percepita non tanto come un concorrente quanto come una realtà poco professionale, dato che la prova di traduzione viene valutata dall’autore, il quale può anche chiedere di apportare modifiche alla resa italiana, pur non essendo madrelingua. Inoltre, non è prevista una revisione esterna, né alcun giro di bozze. A questo proposito, Babelcube consiglia di lavorare in coppia con un collega che faccia da revisore e correttore. Ottima idea, ma se siete in due alle prime armi non è scontato che otteniate un risultato di qualità (e vi dovrete pure dividere il magro compenso!). E poi, ma questo è un mio parere personalissimo, io preferirei non far sapere al mio potenziale committente che ho tradotto un libro intero senza un revisore competente e senza la certezza del compenso. Se l’editore è serio, potrebbe percepirmi come sprovveduta o poco professionale, se non è serio potrebbe pensare che sia facile approfittarsi di me… Poi c’è la questione della detenzione dei diritti morali di traduzione, che secondo il contratto proposto da Babelcube non restano al traduttore. Ma di questo riparleremo in un altro articolo.

 

Che fare?

Insomma, se proprio volete mettere qualcosa in curriculum, frequentate un corso di formazione serio e riconosciuto, inviate proposte di traduzione, proponetevi per uno stage in casa editrice. Oppure, chiedere di tradurre qualche articolo sul blog della casa editrice, se ne ha uno: anche qui non c’è un compenso, ma sono poche cartelle e almeno siete certi qualcuno di competente leggerà e valuterà il vostro lavoro. Se poi decidere di tentare comunque la strada di Babelcube, vi faccio un mega in bocca al lupo e vi esorto a raccontarmi com’è andata!

Io e Mabel. O dell’audacia in traduzione

giovedì, Giugno 30th, 2016

Dato che Senzaudio si occupa principalmente di recensioni, oggi ho deciso di parlarvi anch’io di un libro. Tranquilli, non intendo rubare il lavoro agli altri (super) collaboratori, vi voglio parlare della traduzione.

Il libro è Io e Mabel di Helen Macdonald, edizioni Einaudi, traduzione di Anna Rusconi. Sulla traduttrice non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se invece volete conoscere meglio l’autrice vi consiglio questo articolo tradotto da Tessa Bernardi per Sotto il vulcano, il blog di edizioni SUR.

Raramente leggo letteratura tradotta, un po’ perché preferisco l’originale (se in una lingua a me accessibile), un po’ perché davanti a una traduzione mi concentro più sulla resa in italiano che sulla trama (è più forte di me) e un po’ perché spesso ho il tempo di leggere soltanto per lavoro (che, per carità, ci sono lavori peggiori).

Ma questa volta, dicevo, ho fatto un’eccezione. Prima di tutto perché sono andata a una presentazione del libro un po’ particolare: era organizzata da una libreria di Pistoia (Les Bouquinistes), era presente la traduttrice (cosa ahimè non scontata) e ai partecipanti veniva regalata una sovra-copertina con un titolo (M come Mabel) e una grafica più simili all’edizione originale inglese. Operazione che ho trovato deliziosa, forse perché non partorita dal reparto marketing della casa editrice.

Tornata a casa, il libro avvolto nel suo bel cappottino (era febbraio), mi sono ripromessa di leggerlo subito… inutile dirvi che l’ho iniziato a maggio e finito settimana scorsa. Ad ogni modo l’ho letto, dandogli la priorità in una lista d’attesa che manco se devi prenotare una radiografia.

La trama, a grandi linee, la conoscevo già: la protagonista, alter-ego dell’autrice, è sconvolta dalla morte improvvisa del padre e scivola in una profonda depressione da cui cerca di risollevarsi addestrando un rapace, e più precisamente un astore femmina di nome Mabel. Il contatto quasi esclusivo con l’animale la fa sprofondare in un isolamento sempre più cupo, fino a quando…

Grazie alla lettura di alcuni brani alla presentazione pistoiese, mi ero fatta un’idea dello stile: l’autrice è naturalista e ricercatrice di storia e filosofia della scienza e il libro ha un linguaggio molto preciso che spesso scivola in un gergo tecnico e poetico allo stesso tempo. Non a caso ha vinto il Samuel Johnson Prize, il più importante premio britannico per la non-fiction.

Quanto alla traduzione, non vi sto a dire che Anna è molto brava, non credo ci sia bisogno del mio articolo per scoprilo. Quello che mi ha colpito è stata, per così dire, la sua audacia. Tantissimi termini provenienti dal mondo della falconeria e resi con precisione in italiano, senza paura di “spaventare il lettore”; descrizioni con aggettivi non banali ma sempre cristalline, parole italiane insolite ma sempre calzanti, mai utilizzate per vezzo.

Ci sono anche espressioni o giri di frase che, personalmente, avrei reso in modo diverso. Non perché penso di poter tradurre meglio di Anna (ci mancherebbe!) o di essere più brava dei redattori Einaudi (non dimentichiamoci che ogni scelta è mediata dalla casa editrice), semplicemente la stessa frase si poteva rendere in più modi e io ne avrei scelto un altro. Pura scelta autoriale, insomma.

Perché il punto è proprio questo: leggendo il testo, non ho potuto fare a meno di notare che Anna, nel pieno rispetto delle intenzioni di Helen (di un rigore quasi maniacale nel descrivere il piumaggio di un rapace, la vegetazione di una collina, i propri stati d’animo) ha saputo imporre scelte sempre meditate, spesso coraggiose, a volte opinabili nel senso proprio del termine: che ti permettono, cioè, di avere una tua opinione sulla resa. Ed è questo che fa di un traduttore editoriale l’autore della traduzione.

Lo so, mi direte voi: certe case editrici non lo lasciano fare, certi testi non lo permettono, i tempi sono stretti. Tutto sacrosanto, però io nel leggere questa traduzione mi sono chiesta: sono mai stata così coraggiosa? Sono mai riuscita a imprimere uno stile che rispecchiasse pienamente le intenzioni dell’autore senza appiattire l’italiano?

Compito delle vacanze – Leggetevi Io e Mabel e chiedetevi (chiediamoci): posso tradurre con l’audacia di un rapace senza allontanarmi troppo dal guanto dell’autore?

Guida (personalissima) alle fiere editoriali

giovedì, Marzo 31st, 2016

Domani inizierà il Book Pride e io inaugurerò la mia stagione di fiere editoriali 2016. Ogni anno vengo presa dalla smania di partecipare a qualsiasi fiera in qualunque remoto angolo d’Italia ma, complici il tempo e il budget, sono costretta a fare una dolorosa selezione. Se anche voi tendete a farvi prendere dalla febbre delle fiere, leggete la mia personalissima (e pertanto discutibile) classifica delle fiere imperdibili per i traduttori e ditemi che ne pensate. E, soprattutto, fatemi sapere dove ci incontreremo!

PREMESSA: L’ORGANIZZAZIONE PRIMA DI TUTTO

Quando ero un’ingenua studentessa di traduzione, andavo alle fiere carica di entusiasmo e completamente allo sbaraglio: cominciavo a girare tra gli stand chiedendo se potevo mandare una proposta editoriale o, peggio, lasciare il curriculum. (Ho già raccontato qui che fine fanno i curriculum e qualsiasi altro materiale cartaceo consegnato alle fiere.)

Poi ho capito che il metodo “sparo nel mucchio” è fallimentare e sono passata a un sistema più rigoroso che prevede:

– analisi preliminare del catalogo degli editori con cui voglio parlare

– attenta lettura del programma per individuare gli incontri interessanti (non partecipate solo a quelli per traduttori, andate anche alle presentazioni in cui avete più probabilità di incontrare gli editor!)

– avvio dell’indagine tra colleghi “Ci vediamo alla fiera?”

– contatto preliminare con gli addetti ai lavori che devo assolutamente vedere

– ORGANIZZAZIONE LIVELLO GOLD: piano annuale delle fiere con date già fissate sul calendario, prenotazione anticipata di trasporti e pernottamenti e stima del budget dedicato (perché, diciamocelo, le fiere sono una spesa)

Il piano annuale delle fiere si basa sulla mia Hit Parade, che comprende:

BOOK PRIDE, Milano, 1-3 aprile

Come dicevo all’inizio del post, il Book Pride aprirà la mia stagione fieristica. L’evento clou per i traduttori, a cui spero di partecipare, sarà la presentazione del protocollo d’intesa tra STradE (il Sindacato dei Traduttori Editoriali) e ODEI (l’Osservatorio degli Editori Indipendenti, che organizza la fiera) che aspira a migliorare le condizioni contrattuali dei traduttori (qui trovate informazioni più dettagliate). Naturalmente si tratta solo di linee guida, ma credo sia già un grande passo avanti!

BOLOGNA CHILDREN’S BOOK FAIR, Bologna, 4-7 aprile

Se vi interessa l’editoria per l’infanzia, non potete perdervela. È una fiera per addetti ai lavori ed è utilissima per entrare in contatto con agenti e case editrici estere, nonché con i responsabili culturali dei molti paesi presenti alla manifestazione. E poi ci sono gli incontri del Translators Café, il concorso per esordienti In altre parole e la possibilità di iscriversi alla World Directory of Children’s Book Translators, la banca dati dei traduttori editoriali specializzati in letteratura per l’infanzia.

SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO, Torino, 12-16 maggio

Il “salone di Torino” non ha bisogno di presentazioni. Semmai, di qualche raccomandazione: andateci con un rigoroso piano d’azione che comprende gli incontri da seguire, le persone da incontrare, gli editori da importunare. E cercate, per quanto possibile, di rispettarlo. Altrimenti, a fine fiera vi troverete con un volume di brochure e volantini superiore ai libri acquistati, un gran mal di testa e le vesciche ai piedi.

UNA MARINA DI LIBRI, Palermo, 9-12 giugno

Vi dicevo che a volte si deve rinunciare a una fiera per questioni di tempo o budget: Palermo è sicuramente la più scomoda da raggiungere se come me abitate nel centro e avete agganci solo nel nord, ma una volta nella vita bisogna andarci. L’anno scorso, dopo la fiera, che si teneva nel cortile della Galleria d’Arte Moderna, ho visitato l’Orto Botanico della città e ne sono rimasta estasiata. Bene: quest’anno la fiera si terrà proprio nell’Orto Botanico! Nel mio calendario è accompagnata da un grande punto di domanda che spero di poter trasformare presto in un punto esclamativo. Ci sono fiere a cui si va per dovere e fiere a cui si va per piacere 🙂

PISA BOOK FESTIVAL, Pisa, 11-13 novembre

Non dico nulla sul Pisa Book Festival perché non sarei oggettiva. È stata la prima fiera a cui ho partecipato, nella città in cui ho vissuto per anni e in cui mi sento ancora a casa. Vi segnalo solo il PBF Centre for Translation: incontri organizzati da Ilide Carmignani sullo stile di quelli di Torino ma senza il frastuono e la calca del Salone: se volete “abbordare” un editor a fine incontro, questa è la sede migliore.

PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI, Roma, 7-11 dicembre

Dopo Torino è sicuramente la fiera editoriale più grande e frequentata, con un ricco programma di incontri e presentazioni. Eppure, da traduttrice non la trovo così interessante, vuoi per la mancanza di una sezione dedicata ai traduttori in cui “sentirsi a casa”, vuoi perché la visito sempre in fretta e furia, perché mi dà una sensazione di claustrofobia (vedi l’immagine di copertina)… Traduttori e traduttrici all’ascolto, voi che ne pensate? Convincetemi che anche la fiera di Roma merita una visita approfondita!

Allora, dove ci vedremo?

Dal fansubbing all’adattamento professionale. Una strada percorribile?

giovedì, Marzo 10th, 2016

Dopo il sondaggio di alcune settimane fa, continua la nostra indagine sul mondo del fansubbing. Oggi intervistiamo Federica, ex-fansubber e ora sottotitolatrice e adattatrice audiovisiva che ci racconta della sua esperienza in una community e di come è diventata una traduttrice professionista.

Ciao Federica, grazie per la tua disponibilità. Per iniziare, raccontami un po’ della tua esperienza come fansubber: quanto è durata? Che cosa ti ha lasciato?
La mia esperienza ha avuto inizio nel giugno 2011. È iniziato tutto come un gioco, che nel tempo si è trasformato in una parte piuttosto importante della mia vita. Ho smesso di collaborare alle traduzioni l’anno scorso, più o meno in questo periodo, per diversi motivi. In quei quattro anni la mia vita è cambiata drasticamente e su più livelli. Nel 2012 ho intrapreso l’avventura Erasmus, nel 2013 mi sono trasferita a 500 km di distanza dal luogo dove sono nata e cresciuta, l’anno dopo mi sono laureata e nel 2015 ho preso la specializzazione in traduzione audiovisiva. È innegabile che la passione per il cinema e per le serie TV abbia giocato un ruolo importante sulle scelte che ho fatto in questi anni formativi, così come è innegabile che, se oggi sono una sottotitolatrice professionista, lo devo anche alla spinta motivazionale dell’attività di fansubber. Se dovessi dire che il fansubbing mi ha aiutato nella pratica della traduzione direi una bugia. Sono laureata in lingue e letterature moderne e la mia tesi di magistrale è consistita nella traduzione di una serie di racconti brevi. In sostanza, se sono una buona traduttrice lo devo soprattutto alla formazione che ho ricevuto, agli insegnanti che ho incontrato sulla strada e a un impegno personale. Il fansubbing, invece, è stato una palestra, nel senso stretto del termine: un esercizio grazie al quale sono riuscita ad allenare l’orecchio ai diversi accenti della lingua inglese e agli slang e gerghi tipici di alcune fasce sociali o anagrafiche. Alla fine, posso dire che ciò che mi ha lasciato è l’amore per un tipo di traduzione che nella maggior parte degli ambienti accademici non trova grande respiro, e una comprensione molto più profonda del linguaggio giovanile e gergale americano, quello su cui traduttori e adattatori cadono fin troppo facilmente.

Per riassumere, pensi questa esperienza ti sia servita per trovare i primi contatti nel mondo della traduzione professionale?
No. I primi contatti li ho ottenuti dopo il master, che mi ha aperto diverse porte in questo ramo della traduzione.

Spesso le community di fansubbing riescono a pubblicare i sottotitoli nel giro di una notte, soprattutto quando si tratta di serie TV molto seguite. Immagino che sia necessaria una grande coordinazione! Ti va di raccontarci come funziona il processo di assegnazione degli incarichi? 
È in effetti una macchina ben oliata. Il processo in realtà è piuttosto semplice. Un traduttore esperto e con anzianità all’interno della community prende una serie di suo gradimento e ne diventa il “project manager” e revisore (sarà lui o lei a organizzare le traduzioni episodio per episodio, a pubblicare i sottotitoli, a revisionare i contenuti e più raramente a tradurre parti di episodi rimaste scoperte) e sottopone quindi una proposta di traduzione al bacino di traduttori della community. Questi, se interessati, chiederanno di poter entrare a fare parte della squadra che seguirà poi tutta la stagione. La presenza di un numero limitato di persone nella traduzione di una stagione della stessa serie offre una certa continuità e dovrebbe almeno in teoria ridurre alcuni errori (quelli dei termini legati strettamente alla serie). A questo punto, può partire la traduzione. Nella maggior parte dei casi si è armati di un file di sottotitoli in inglese: si divide il numero di battute presenti nel file per il numero di traduttori presenti per l’episodio in questione, si stabilisce una scadenza per la consegna e tutti si mettono al lavoro. Se non c’è un file di sottotitoli, si divide l’episodio sulla base della durata del video. Quando ognuno avrà consegnato, il traduttore esperto prenderà i vari “pezzetti” e li unirà, verificandone l’uniformità per quel che riguarda toni, forme di cortesia, nomi e così via. Una volta terminata la revisione, i sottotitoli verranno pubblicati sul sito e chiunque potrà scaricarli e guardare l’ultimo episodio della propria serie preferita. Per quel che riguarda le traduzioni fatte “in nottata”, queste vengono fatte più che altro per grossi eventi (finale di serie o di stagione, per esempio) e il processo è sempre lo stesso.

C’è una certa ritrosia da parte delle agenzie e di molti traduttori professionisti, che non vedono di buon occhio il fansubbing. Secondo te c’è un concreto “pericolo” che l’amateur indebolisca la figura del professionista o i due piani restano distinti?
Non vedo un pericolo, soprattutto ora con l’arrivo di servizi come Netflix. Finché il fansubbing resterà un hobby e non verrà pagato né utilizzato per scopi commerciali, credo che non ci sia pericolo per le figure professionali. Penso che in questo caso sia più pericoloso accettare una tariffa molto bassa. Credo che quello indebolisca veramente la figura del sottotitolatore professionista. Oltretutto, i parametri utilizzati nel fansubbing sono decisamente più permissivi di quelli in genere imposti nella sottotitolazione professionale. Per fare un esempio, dove il fansubbing vanta 45 caratteri per riga, il professionista potrebbe anche doversi accontentare di 37 caratteri (nei casi peggiori). Anche la velocità di lettura del sottotitolo è diversa. I fansubber scrivono dei sottotitoli molto pieni e molto veloci, mentre il sottotitolatore dovrà condensare i dialoghi (mantenendo ovviamente il senso e il significato dell’originale) per ottenere dei sottotitoli lenti e la cui lettura sia comoda anche per coloro che leggono più lentamente. Per questo credo e spero che i due piani resteranno sempre separati l’uno dall’altro. Per dirla in parole povere, anche io so fare delle torte buonissime, ma non per questo sono una pasticcera professionista!

DSCN4026Mi chiamo Federica e ho 27 anni. Buona parte di questi anni li ho passati in Umbria con la mia famiglia dove ho coltivato la mia passione per le lingue straniere. Ho frequentato il liceo linguistico e ho poi perfezionato gli studi all’Università di Perugia, che mi ha dato la possibilità di passare sei mesi (fra i migliori della mia vita) in Galles con il programma Erasmus. Al termine della magistrale, mi sono laureata in inglese con una tesi che consisteva nella traduzione di alcuni racconti di Neil Gaiman. All’interno di questi anni formativi, ho scoperto che mi intrigava l’idea di tradurre per la TV o per il cinema e sono approdata al mondo del fansubbing, dove sono rimasta per diversi anni, coltivando aspetti della lingua che nessuno mi aveva mai insegnato. Tutti questi fattori mi hanno portata in Piemonte, dove l’anno scorso ho conseguito il master in traduzione audiovisiva a Torino e ora lavoro come sottotitolatrice e adattatrice freelance.

Chi sono i fansubber?

giovedì, Febbraio 11th, 2016

Chi sono i fansubber?

Continua la nostra esplorazione nel mondo del traduttore che non vive di (soli) romanzi. Questa volta ci occupiamo di audiovisivi e partiamo dall’argomento più spinoso: le community di fansubber.

***NON PRENDETEVELA PER L’IMMAGINE, UN PO’ D’IRONIA, SU!***

Avete presente i fansubber? Quel sottobosco di volontari amati da chi vuole vedere le serie TV in anteprima e meno amati dai traduttori professionisti che spesso li vedono come “concorrenti”? Ecco, proprio loro. Ma come stanno realmente le cose: il mondo della traduzione audiovisiva e quello dei fansubber hanno dei punti di contatto o sono due realtà a sé stanti? Più concretamente, il fansubbing apre le porte della traduzione professionale?

Premetto che le mie conoscenze al riguardo sono piuttosto scarse, e tutte indirette, perché non guardo serie TV sottotitolate, e nemmeno in lingua originale… Ok, lo ammetto, non le guardo proprio: ci ho provato, ma non mi appassionano (ora potete insultarmi). E così, per avvicinarmi a questo mondo, ho pensato di rivolgermi ai diretti interessati, tramite un sondaggio che ho proposto due settimane fa.

Hanno risposto in 59: tanti o pochi, fate voi. Di certo, molto disponibili perché diversi partecipanti non si sono limitati a spuntare le caselline ma hanno aggiunto commenti e consigli. Ne approfitto per ringraziare quanti hanno preso parte al sondaggio e quanti mi hanno aiutato a pubblicizzare l’iniziativa.

Vi riporto qui sotto i risultati, con qualche breve commento. Poi, a voi la parola!

Domanda 1:

Quanti anni hai?

  • meno di 24 (11 risposte, 19%)
  • 24-30 (26 risposte, 44%)
  • più di 30 (22 risposte 37%)

A essere sincera, mi aspettavo un bel gruppo di under 24… Insomma, credevo si trattasse di un hobby tipico di studenti universitari e neolaureati. Invece, a quanto pare, molti riescono a conciliare questa attività con il lavoro. A meno che, cari fansubber, non mi vogliate svelare che siete tutti disoccupati e studenti fuori corso!

Domanda 2:
Da quanto tempo collabori (o per quanto tempo hai collaborato) come volontario per una community?·

  • Meno di 6 mesi (5 risposte, 8%)
  • 6 mesi-1anno (11 risposte, 19%)
  • Più di 1 anno (43 risposte, 73%)

Forse le opzioni a disposizione non erano le più adeguate: ho sottovalutato la tenacia degli appassionati di serie TV! Ho dato per scontato che il fansubbing fosse, come dicevo prima, un’attività per giovanissimi, svolta soprattutto da aspiranti traduttori che, si spera, dopo un anno di volontariato riescono a trovare la loro strada. Ma anche qui, cari fansubber, smentitemi pure!

Domanda 3:

Lavori come traduttore professionista?

  • Sì (16 risposte, 27%)
  • No (43 risposte, 73%)

Dunque, il 27% dei partecipanti al sondaggio dichiara di essere traduttore professionista. Una persona però, nei commenti, specifica di aver risposto “sì” pur essendo ancora un’aspirante traduttrice. Naturalmente con professionista intendo chi ha un reddito che gli permette di mantenersi, in cui la traduzione sia l’attività principale o una delle attività principali. Riduco quindi a 15 il numero dei professionisti. Naturalmente, so bene che non tutti i fansubber aspirano a diventare traduttori.

Domanda 4
Se sì, questa esperienza ti ha aiutato concretamente a trovare le prime collaborazioni retribuite nel campo della traduzione?

  • Sì (7 risposte, 19%)
  • No (29 risposte, 81%)

Non mi è molto chiaro il motivo per cui, se i traduttori sono 15 o 16, le risposte a questa domanda sono state ben 36. In ogni caso, abbiamo 7 persone che lavorano come traduttori professionisti e a cui l’esperienza del fansubbing è servita per trovare le prime esperienze retribuite. Ma in che modo? La risposta è nella domanda successiva.

Domanda 5

Se sì, perché?

Qui, dei 7 che hanno risposto affermativamente alla domanda precedente, 5 hanno dato una spiegazione più approfondita. Per 4 di loro si è trattato di un’utilità, passatemi il termine, “indiretta”: collaborare con la community ha permesso loro di prendere confidenza con i programmi di sottotitolaggio e di approfondire le conoscenze linguistiche.

Ma una persona scrive che tramite questa esperienza è entrata in contatto con un adattatore dialoghista che, immagino, le ha spianato la strada verso le prime collaborazioni retribuite. Insomma, su 59 fansubber, solo uno (o una) è riuscito a sfruttare questa esperienza per inserirsi nel mondo della traduzione. E ci tengo a sottolineare che si tratta di una mia deduzione: la persona ha scritto solo “contatto con adattatore dialoghista”, che io immagino abbia fatto fruttare…

Domanda 6

Vuoi aggiungere altro?

Qui le risposte sono state 12. Alcuni hanno specificato di essere ancora studenti e di aspirare a diventare un giorno traduttori professionisti (ecco, allora il target che avevo in mente esiste davvero!); altri dichiarano che è un’attività che fanno per passione, consapevoli che non permetterà loro di diventare traduttori ma utile per trovare contatti e nuove amicizie e approfondire la conoscenza della lingua inglese. Qualcuno si lamenta per la scarsa attenzione riservata all’italiano, cosa che mi è stata confermata da diverse persone che guardano film e serie TV sottotitolate: sull’inglese non si esprimono perché non ne hanno le competenze, ma sull’italiano avrebbero qualcosa da ridire (ecco perché non dovete prendervela per l’immagine di copertina).

Naturalmente il sondaggio era anonimo, quindi non mi è possibile risalire alle persone che hanno dato queste risposte. Mi permetto comunque di riportarne due che ho trovato molto interessanti. Spero che i diretti interessati non abbiano nulla in contrario! E se per caso leggeranno questo articolo e vogliono contattarmi per un approfondimento o un’intervista, molto volentieri.

La prima risposta che voglio segnalarvi è di una traduttrice professionista, specializzata in traduzione audiovisiva e con una esperienza quinquennale nel fansubbing, la quale afferma: “Non me la sento di dire che sia merito del fansubbing se sono qua, perché ho sempre avuto una grande passione per le lingue e per la traduzione, nata molto prima dell’arrivo del fansubbing. Dirò, però, che sicuramente ho acquisito un controllo dell’inglese […]e mi ha dato una conoscenza dell’inglese informale che lo studio accademico non copre”.

La seconda è forse ancora più interessante, perché può essere utile ai tanti che sognano una carriera nella traduzione audiovisiva: “Alcuni tramite fansubbing hanno trovato dei contatti ma sono pochissimi, per gli altri è più un “lavoro” che si fa per passione e per non perdere l’allenamento. Se questa è la tua strada, ti consiglio TED talk che dà molta più visibilità. Altrimenti, ci sono tante associazioni x cui puoi tradurre come volontario facendo del bene (ex: Save the Children e simili)”.

Insomma, sembra che il fansubbing non sia la strada migliore per diventare traduttori professionisti e che i due punti abbiano pochi punti di contatto. O almeno, questo è quanto emerge dal mio limitato sondaggio.

Voi che ne pensate?

Tradurre i manga – Intervista a Federica Lippi

giovedì, Gennaio 21st, 2016

I fedeli seguaci di questa rubrica ricorderanno il polverone alzato dall’intervista Eris edizioni, che in un commento all’articolo ha dichiarato di non fare sempre un contratto ai traduttori di fumetti, nonostante la sua attenzione ai lavoratori. Noi ci siamo chiesti: ma la situazione dei traduttori di fumetti è davvero così nera? Per darci una risposta, abbiamo deciso di intervistare una che di fumetti, e di traduzioni, se ne intende – Federica Lippi.

Innanzitutto ti vorrei chiedere di presentarti brevemente, raccontare com’è nata la tua passione per i manga giapponesi e come hai mosso i tuoi primi passi in questo settore.

Il fumetto è una forma narrativa che mi ha sempre affascinato, forse perché ho imparato a leggere con Topolino. Fin da piccolissima ho sempre trascorso molte ore assorta su riviste e giornalini, prima Topolino e il Corriere dei Piccoli, poi i manga, il cui arrivo in Italia ha dato una svolta alla mia vita, cambiandola radicalmente. Da adolescente ho divorato pile e pile di fumetti giapponesi, e l’interesse per la lingua e la cultura di quel paese lontano è cresciuto esponenzialmente. A 21 anni ho iniziato a studiare il giapponese e a 22 ho fatto il primo viaggio in quella che vedevo un po’ come la terra promessa, oppure Marte. Ne sono seguiti molti altri, incluso un trasferimento di un anno. Sapevo che avrei voluto lavorare con la lingua giapponese, e l’amore per i manga non è mai tramontato, così ho semplicemente mandato il curriculum a tutte le case editrici che conoscevo. Una di esse mi ha proposto i primi lavori sporadici e poi l’anno successivo, era il 2008, ho iniziato a lavorare in maniera più continuativa, stando sempre molto dietro alle case editrici che mi interessavano.

Da quando hai iniziato, com’è cambiato il mondo del fumetto in Italia e soprattutto come è cambiata la situazione dei traduttori?

In Italia il mondo del fumetto, e insieme senza dubbio la percezione del medium, negli ultimi vent’anni è cambiato radicalmente. Da passatempo di nicchia, masticato da uno zoccolo duro di appassionati, spesso considerati degli sfigati, è diventato argomento di conversazione nei salotti, nei telegiornali, nelle riviste di letteratura e di costume. Per restare nel mio ambito, anche la situazione dei manga ha subito evoluzioni inarrestabili, dal boom degli anni Novanta all’assestamento dei primi anni Duemila, all’impietoso declino dell’ultimo periodo, che dura ormai da parecchio.

Io lavoro come traduttrice da quasi dieci anni e mi basta dire che oggi guadagno un terzo in meno rispetto agli inizi per far capire la gravità della crisi che ha colpito il settore. Volendo semplificare, la bolla è esplosa, le testate si sono moltiplicate, i lettori hanno meno soldi da spendere e i costi strutturali sono aumentati. È un discorso banale, gli editori hanno meno profitti (o almeno questo è quello che dicono, ma è abbastanza evidente che il mercato sia piuttosto saturo) e tagliano dove possono tagliare, in primo luogo sui compensi dei collaboratori esterni. Non solo traduttori, ma anche adattatori, editor, grafici, tutte le risorse umane non vincolate da contratto di assunzione. Immagino capiti così un po’ dovunque. Per proteggere i lavoratori interni si sacrificano quelli esterni, i freelance. La situazione economica è cambiata dunque in peggio, mentre alcune pratiche spiacevoli sono rimaste le stesse. Ovvero nulla è cambiato in meglio.

Quali sono a tuo avviso le criticità su cui è più urgente intervenire? E come?

Il lavoro del traduttore è zeppo di criticità, questo si sa. Resta in ogni caso il lavoro più bello del mondo, perciò merita almeno qualche sforzo per essere tutelato.

Premettendo che parlo per esperienze passate e non soltanto mie, e che oggi posso ritenermi molto fortunata per il grado di reciproca fiducia che mi lega ai miei committenti, non posso negare che nell’ambito dei fumetti, alle “normali” criticità riscontrate da qualunque collega (compensi risibili, scadenze impossibili, mancati pagamenti, committenti incapaci, ecc.), se ne affiancano altre addirittura più gravi, come ad esempio l’inesistenza di specifici contratti di traduzione. A mio avviso è grave che in questo settore editoriale si ritenga normale accordarsi per una traduzione (di un singolo volume o di un’intera serie) semplicemente con uno scambio di mail.

“Vuoi tradurre la serie X?” “Certo.”

“Il compenso è tot a pagina, pagamento a tot giorni.” “Ok.”

“Ti mando i volumi. Grazie.”

Ecco un accordo standard tra casa editrice e traduttore. Anni di battaglie e conquiste, ottenute con impegno e sforzo da parte di tanti colleghi, andati in fumo. Inesistenti.

Ed ecco che, di conseguenza, se il nome nel colophon è sbagliato, non ci si può far nulla (e capita più spesso di quanto non dovrebbe), ecco che i diritti vengono ceduti per tutta la vita e non per un numero congruo di anni, ecco che il traduttore non ha l’ultima parola sulla sua traduzione, a volte stravolta in fase di editing.

Non mi spiego come mai in editoria si usino due pesi e due misure per quanto riguarda libri di sole parole e libri con immagini e parole. Non è un po’ strano? Un libro è un libro sempre, una traduzione è una traduzione sempre. C’è sicuramente il modo di stipulare un accordo ovviando all’evidente scomodità di redigere contratti di continuo per ogni singolo volume o albo a fumetti (capita che in un anno se ne traducano facilmente venti o trenta), ma quello che manca è la volontà. E grossa colpa è da imputare all’ignoranza, perché nell’ambito dei fumetti “si è sempre fatto così”. Non ci si pone proprio il problema.

Come intervenire è affare spinoso, perché il più delle volte sono i traduttori stessi a disinteressarsene completamente. Cosa cambia avere un contratto o no? Tanto poi se l’editore non vuole pagare, non paga lo stesso.

Ma come sperare di raggiungere un accordo sulle tariffe, ad esempio, se noi per primi ci facciamo deliberatamente considerare professionisti di serie B, non degni nemmeno dello stesso trattamento dei colleghi che traducono narrativa? Come si può trattare con un editore senza avere alcuno strumento in nostro possesso? I traduttori non sono esenti da responsabilità, a mio avviso, e i primi a dover rendersi conto di tante cose sono proprio loro.

Quello dei fumetti è un settore che affascina molti aspiranti traduttori, i quali però non sono sempre consci delle reali condizioni di lavoro e nemmeno di quali siano i loro diritti. Che consigli ti sentiresti di dare a chi sta muovendo i primi passi in questa direzione?

Intanto direi che non è un bel momento. Cioè, per i fumetti lo è senz’altro perché mai come adesso sono seguiti, rispettati (quando più, quando meno) e soprattutto letti, mentre per i traduttori non lo è, per la crisi di cui sopra. I diritti di un traduttore di fumetti sono esattamente gli stessi di un traduttore di narrativa o saggistica, identici. Il mio consiglio è di informarsi su quali siano, per esserne almeno a conoscenza e poter parlare con cognizione di causa. Detto questo, come biasimare chi vuole tradurre fumetti? È una cosa che molti fanno gratis online (realizzando i famosi fansub) quindi pensare di essere pagati per farlo è quasi utopia. E invece no, è un lavoro.

Leggere fumetti è già un buon punto di partenza, risulterà più facile tradurre un linguaggio che già si conosce. Conoscere bene la lingua di partenza è ovviamente necessario, ma è altrettanto importante avere un’ottima padronanza dell’italiano (ma questo vale per la professione di traduttore in generale). La prassi poi è la stessa per tutti, ovvero mandare il CV o proporsi in qualche modo per una prova di traduzione. Aiuta senz’altro conoscere la linea editoriale delle varie case editrici, sapere quali autori e generi pubblicano, mostrarsi competenti sull’argomento. Non è facile, specie in un momento di crisi come questo, e serve una buona dose di fortuna, ma perseverare secondo me porta qualche risultato. Si può iniziare traducendo serie porno da quattro soldi e ritrovarsi anni dopo a spaccarsi la testa su Taniguchi. Parola mia!

Grazie!

 

Federica Lippi è nata e vive a Roma. Laureata in Storia del cinema, lavora all’Istituto Giapponese di Cultura e traduce manga professionalmente dal 2007. Ha collaborato con studi editoriali, associazioni e riviste di settore, e suoi contributi appaiono su saggi e siti dedicati al cinema e ai fumetti. È autrice della monografia Mitsuru Adachi – L’espressione del quotidiano (Iacobelli, 2011) sull’omonimo fumettista, e co-autrice di Keep calm e guarda un film (Newton Compton, 2015).

 

Intervista a Riccardo Duranti

giovedì, Novembre 19th, 2015

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Riccardo Duranti è il traduttore di tutta l’opera di Raymond Carver. E di Omaggio alla Catalogna. E di tanti altri romanzi. E raccolte di poesie. E poi ci sono quelle che scrive lui, di poesie. E i racconti. Ah, è anche editore. Insomma, potrei fargli domande a non finire. Ma temo che non ne sarebbe molto contento, così ho scelto un tema su cui incentrare l’intervista: la poesia. E anche limitando il campo, mi sono trovata davanti a tanti Riccardo diversi: il traduttore, il poeta (in italiano e inglese), l’editore. E il Riccardo olivicoltore, forse il più affascinante di tutti.

Partiamo, appunto, dal Riccardo traduttore di poesia: c’è un aspetto del testo originale a cui non vuoi rinunciare per nessun motivo? Penso al ritmo, al suono, alle immagini… O dipende di volta in volta dal testo che hai davanti?

Dipende dal testo, ma ci sono delle costanti. Certe caratteristiche dei versi sono così intimamente connesse con la cultura di provenienza che ci si sforza di riprodurle, ma è un’impresa disperata. Per esempio, nessuno, in nessuna lingua riesce a riprodurre pari pari il ritmo e l’intonazione della poesia russa e si procede quindi per approssimazione, per inclusione di alcuni aspetti fondamentali del senso dell’originale, ricorrendo all’arsenale fornito dalla propria tradizione poetica e usandolo secondo la propria sensibilità. Quando do la mia personale e paradossale definizione della traduzione, “Una cosa impossibile che si può fare”, intendo proprio questo: si fa quel che si può nel portare avanti un compito impossibile perché l’equivalenza perfetta coincide solo con il testo originale. Certo, mi sforzo di riprodurre ritmo, suono, immagini nelle mie versioni, ma la cosa che mi interessa preservare e trasmettere più di ogni altra, in una traduzione, è l’energia dell’originale che risulta sì dalle singole componenti del testo, ma anche le trascende. Per esempio, questo comporta anche lo scarto dalla tradizione precedente, il grado di originalità, di autonomia che la poesia raggiunge a partire dalle proprie esigenze interne. Questo fattore per me è determinante sia per farmi piacere il testo, sia per investire i miei sforzi al fine di riprodurlo nella mia lingua.

E questo vale anche nella mia scrittura personale e deriva da una dialettica stabilita sin dall’infanzia con le filastrocche che mi recitava mia madre: mi affascinavano, mi aprivano la porta a un mondo espressivo altro, ma intuivo che quei ritmi, quei metri non soddisfacevano le mie esigenze espressive e che quelle dovevo plasmarle secondo altri criteri che si formavano e si sostanziavano da quello che avevo da dire.

Invece, al Riccardo poeta vorrei chiedere se c’è un’influenza diretta tra quello che traduci e quello che scrivi o se li consideri due processi distinti. Per esempio, ti capita mai di utilizzare in un tuo testo, inconsciamente o no, un termine o un’immagine che hai incontrato traducendo o viceversa?

Probabilmente sì, ma non ne sono consapevole. Certo tutta la poesia, in diverse lingue e in diverse traduzioni italiane, che ho letto in vita mia contribuisce a influenzare in qualche modo la mia scrittura, ma più in termini generali che a livello di singole parole o immagini. Il processo d’ispirazione è talmente complesso e collegato a fattori inconsci mescolati con dati oggettivi che credo sia difficile determinare influenze dirette e riconoscibili. E poi, ho sviluppato negli anni una specie di sesto senso per cui se un verso me ne ricorda consapevolmente un altro che ho letto da qualche parte, cambio subito il verso e la direzione della poesia.

Curiosando su internet, mi sono imbattuta in The Archer’s Paradox. Questo è forse il Riccardo che mi ha colpito di più: come mai hai deciso di scrivere un libro di poesie in inglese? Il processo creativo è stato lo stesso di quando scrivi in italiano?

The Archer’s Paradox è una plaquette pubblicata a Londra nel ’91, ma non è il solo mio libro che contiene poesie scritte direttamente in inglese. Già Bivio di voce (dell’87) contiene dei testi inglesi e anzi, il titolo è ispirato proprio a questa diglossia per cui l’ispirazione può imboccare una o l’altra lingua. Anche in Meditamondo (2013) tornano poesie in inglese, tradotte poi in italiano col testo a fronte. Ho cominciato a scrivere in inglese nei primi anni ’70, durante un soggiorno-studio negli Stati Uniti. Anzi, il fenomeno è strettamente legato con il processo traduttivo. In gioventù scrivevo in italiano, ma con tutti i condizionamenti e le remore che avere 700 anni di tradizione poetica italiana alle spalle comporta. La scoperta della poesia anglofona è stata per me una rivelazione: c’era la possibilità di scrivere in maniera più libera. Il senso di esilarante liberazione che deriva dallo scrivere in una lingua-amante piuttosto che nella tua lingua-madre ha nutrito per anni la mia poesia. L’ulteriore scoperta che poi quel senso di liberazione può anche trasmettersi alla lingua-madre e non solo sopravvive, ma si moltiplica attraverso la traduzione, ha fatto sì che ancora adesso alterno le due lingue per esprimermi, sia in prosa che in poesia. Dipende dalle circostanze e dagli interlocutori, dai sogni che faccio e dal perlage di parole che si mette a cavitare nel mio inconscio.

Come dicevo, c’è anche il Riccardo editore: ti va di raccontare un po’ di Coazinzola Press? Come ti è venuta l’idea, che cosa bolle in pentola, come ti fai conoscere…

L’idea l’ho covata per tutti i quarant’anni che ho trascorso in contatto con l’editoria, prima e sempre come lettore, poi anche come critico, insegnante di letteratura, traduttore, editor/revisore, animatore di corsi di scrittura creativa, scrittore. Non ho potuto far meno di rendermi conto che accanto agli evidenti aspetti positivi c’erano anche molti difetti nel sistema. Per sintetizzare al massimo: nel circuito scrittura-lettura l’elemento di mediazione costituito dall’editore ha sempre più teso, negli anni, ad arrogarsi prerogative di egemonia e controllo sugli altri due poli. In nome del proprio preponderante potere economico, gli editori, dopo essersi ridefiniti manager, hanno cominciato a imporre agli scrittori cosa scrivere e ai lettori cosa leggere, cioè le cose da cui l’industria da loro rappresentata poteva trarre un profitto sicuro. Secondo me, è stato questo che ha provocato la crisi della lettura in cui ci dibattiamo ora: la sostituzione di parametri quantitativi a quelli qualitativi ha portato a un calo evidente di questi ultimi.

Bene, in modo donchisciottesco e facendo ricorso alle cose imparate in tanti anni di frequentazione del mondo del libro, ho messo in piedi questo progetto di una micro-casa editrice che cerca testi originali e non riconducibili a generi e li pubblica a proprio rischio e pericolo, senza chiedere contributi agli autori, né condizionandoli in alcun modo, basandosi esclusivamente sui propri criteri di gusto, scommettendo sull’esistenza di qualche lettore li condividerà, e sottraendosi ai circuiti parassitari della distribuzione (che molto spesso coincidono con gli editori di cui sopra).

Finora ho pubblicato quattro libri di poesia (tre di autori italiani e uno in traduzione, le straordinarie Collected Poems di John Berger), due romanzi (uno di un’esordiente, Stella Sacchini, Fuori posto – e per inciso è il nostro bestseller – e uno di uno straordinario veterano, Fabio Ciriachi, Uomini che si voltano, un romanzo a racconti), un catalogo d’arte e un dizionario del dialetto della zona in cui abito. Le difficoltà di vendita sono enormi, gli investimenti pubblicitari pressoché nulli in quanto i costi sono proibitivi; tenere la testa fuori dall’acqua melmosa dei debiti è difficile, ma finora bene o male, ce l’abbiamo fatta.

In pentola sobbolle una potentissima raccolta di poesie in dialetto trapanese e altri progetti di poesia e di prosa. La pubblicità è limitata per ora al Web (https://www.facebook.com/CoazinzolaPress/https://www.coazinzolapress.it ) e al circuito di vendita di Amazon.it. Il rapporto con le librerie è difficile (ho un sacco di copie in conto vendita, ma quasi nessuna libreria sembra pagare o fare rese; evidentemente, sono ancor più in crisi degli editori). Insomma, contiamo più che altro sul passaparola e la diffusione militante.

Finché ce la facciamo e con il sostegno di un nucleo ristretto di lettori andremo avanti. Intanto la soddisfazione di aver pubblicato dei bei libri permane e ci incoraggia ad andare avanti.

 

Grazie a tutti i Riccardo (ormai la schizofrenia impera)!

 

Riccardo Duranti ha insegnato a lungo Letteratura Inglese e Traduzione Letteraria alla Sapienza. Ha ricevuto il premio nazionale per la traduzione nel 1996 e il premio Catullo nel 2014. Ha tradotto l’opera omnia di Raymond Carver e autori come John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Michael Ondaatje, Nathanael West, Richard Brautigan, Caryl Churchill, Elizabeth Bishop, Henry David Thoreau, Edward Bond. Tra i suoi libri di poesia: Bivio di voce (Empirìa, 1987), The Archer’s Paradox (The Many Press, 1993), L’affettuosa fantasia (Aracne, 1998), Made in Mompeo, haiku e immagini (con Rino Bianchi, Corbu, 2007) e Meditamondo (Coazinzola Press, 2013). A dicembre Ianieri pubblicherà un suo libro di racconti: L’orsacchiotto Carver e altri misteri. Vive sui Monti Sabini dove gestisce la Coazinzola Press e un uliveto.

Leonardo Rizzi – Tradurre a fumetti 2: Providence

lunedì, Ottobre 19th, 2015

Come vi abbiamo anticipato giovedì, pubblichiamo la seconda parte dell’articolo di Leonardo Rizzi, dedicato alla traduzione di Providence, la nuova maxiserie di Alan Moore. E come promesso, vi mostriamo alcune tavole in anteprima gentilmente concesse dall’editore, Panini, che ringraziamo per la disponibilità. Se vi siete persi la prima parte dell’articolo, la trovate qui. Buona lettura!

A partire dal mese prossimo, Panini Comics pubblicherà Providence, l’ultimissima fatica di Moore. Questa maxiserie in dodici capitoli si inserisce nella ricerca di Moore sul materiale di H.P. Lovecraft, lo scrittore americano di inizio Novecento che ha rivoluzionato la letteratura horror trasformandola in metafisica, facendo scontrare la piccolezza dell’uomo con un orrore inconoscibile troppo più grande di lui. Lovecraft pubblicava i suoi racconti e romanzi su riviste pulp difficilmente ascrivibili alla letteratura più elevata, ma la capacità delle sue idee di contagiare generazioni di lettori non deve essere assolutamente sottovalutata. L’interesse di Moore è proprio nella forza dei memi di Lovecraft, nella sua capacità di creare una mitologia che si intesse nella nostra realtà. Scrivendo Providence, Moore sta creando una burla gigantesca. Ha preso una miriade di racconti lovecraftiani e li ha composti in un unico spaventoso mosaico, inserendoli con coerenza nel nostro universo, in cui l’orrore è dietro l’angolo. E così facendo crea un universo letterario unico, un gigantesco atto magico e creativo.

Le difficoltà di tradurre Providence sono molteplici. La prima è quella di riproporre tutti i testi lovecraftiani (e non solo) citati da Moore e riproporli in una traduzione italiana coerente, utilizzando tutte le versioni con cui Lovecraft è conosciuto in Italia. L’operazione è più complessa di quanto non sembri. Se da un lato è relativamente facile tradurre in versi poetici rimati una poesia inedita nel nostro paese, il resto dei suoi racconti e romanzi e componenti poetici sono stati volti nella nostra lingua da diversi traduttori e le incoerenze sono frequenti. Durante il lavoro, si è cercato quindi di ricreare un mondo lovecraftiano coerente anche nella nostra lingua.

    Tradurre un autore come Moore significa fare del proprio meglio per riprodurre in italiano anche tutte le sue idiosincrasie e il suo sfrenato senso dell’umorismo. Uno dei casi più complessi incontrati in Providence sono le decine di pagine ambientate nell’equivalente della cittadina protagonista del racconto La maschera di Innsmouth. Nel racconto originale di Lovecraft, Innsmouth è una cittadina di mare in cui alcune pratiche contro natura avevano prodotto degli incroci fra esseri umani e mostruosità marine. Nelle pagine di Providence, Moore coglie l’occasione per creare per la cittadina un linguaggio specifico, dove i giochi di parole e i riferimenti al mare sono comunissimi. Sicuro di far disperare ogni traduttore che avesse dovuto affrontare i suoi testi, Moore ha pensato di scrivere anche il facsimile di un bollettino della parrocchia locale, in cui almeno metà delle parole contengono incessanti giochi di parole. Tutte le nozioni ecclesiastiche o le informazioni destinate alla comunità portuale vengono infatti trasfigurate sotto forma di giochi di parole in modo da contenere idee primitive orrorifiche, riferimenti marittimi, ittici o mitologici. Questa strategia narrativa è cruciale per il significato di tutto Providence: Moore giocando in un territorio a metà tra il piacere intellettuale e l’umor nero.

      Si potrà dire che V for Vendetta e Providence siano due casi estremi delle difficoltà che un traduttore di fumetti può incontrare, soprattutto quando è alle prese con gli autori più complessi. Eppure la necessità continua di reinventare la lingua per rispettare una strategia narrativa nella maniera più efficace e immediata resta sempre la problematica maggiore che si incontra in qualsiasi fumetto. Ed è un bene che sia così. Soltanto così il traduttore riesce a comunicare davvero con i lettori, evitando le loro resistenze ed entrando nel loro inconscio più profondo, per riempirlo di calore e di immaginazione. Senza quasi che se ne accorgano.

      Leonardo Rizzi

      La foto di copertina che ritrae Leonardo Rizzi è di  Gareth Munden.

      Leonardo Rizzi – Tradurre a fumetti 1: V for Vendetta

      giovedì, Ottobre 15th, 2015

      Inauguriamo oggi la rubrica “Non di soli romanzi vive il traduttore” occupandoci di un genere che sta suscitando sempre più interesse, quello del fumetto. E lo facciamo attraverso le parole di Leonardo Rizzi che in questo articolo ci parla

      Foto di Gareth Munden

      Foto di Gareth Munden

      delle sue traduzioni di Alan Moore, in particolare V for Vendetta e Providence, la nuova maxi-serie dell’autore che Panini pubblicherà a partire da novembre. L’articolo di Leonardo è talmente ghiotto che abbiamo deciso di dividerlo in due parti: oggi l’introduzione e la parte su V for Vendetta con tavole originali e tradotte e lunedì la parte su Providence, con immagini in anteprima (sì, avete capito bene!), gentilmente concesse da Panini. Godetevi la prima parte e non perdertevi la seconda lunedì possimo!

      "TM & © 2015 DC Comics. All Rights Reserved"

      “TM & © 2015 DC Comics. All Rights Reserved”

      Tradurre un fumetto vuol dire affrontare complessità ingannevoli. Eppure tutto questo mezzo di comunicazione instaura con il lettore un dialogo basato su una semplicità solo apparente. La sua grande immediatezza deriva dall’impatto che le immagini hanno sul lettore e dall’ordine in cui queste sono disposte. È proprio questa sequenza che permette poi al lettore di riempire i buchi narrativi e iniziare una sorta di dialogo con la pagina stampata. La grande forza della narrazione fumettistica è quindi il rapporto che riesce a instaurare con i lettori, facendo loro intuire cosa succede tra vignetta e vignetta, invitandoli a investire intellettualmente ed emotivamente in quello che leggono. Per certi versi la parola scritta, il testo che riempie le nuvolette o le didascalie di una tavola, è solo il terzo strumento comunicativo di questo medium. È l’equilibrio tra immagine, sequenza narrativa e testo che rende il fumetto tanto speciale. In questo mezzo di comunicazione la parola scritta non ha lo stesso primato che detiene nel romanzo e viene relegata a essere uno dei principali componenti della comunicazione. Ma se le immagini e la sequenza in cui sono disposte permettono di veicolare gran parte della narrazione fondamentale, sono proprio le parole che consentono di scavare ancora di più in quanto è descritto graficamente. Il testo permette di approfondire tutto quello che non è possibile disegnare, come ad esempio i paradossi e i concetti più astratti.

      "TM & © 2015 DC Comics. All Rights Reserved"

      “TM & © 2015 DC Comics. All Rights Reserved”

      La difficoltà generale della traduzione del fumetto è chiaramente rappresentata dai suoi limiti spaziali. Il testo tradotto non può essere più lungo di quello di partenza, se lo si vuole infilare in un balloon. Per il traduttore questo significa operare continuamente sacrifici testuali; comprendere la strategia narrativa messa in atto dall’autore e crearne un equivalente. In pratica, è l’equivalente letterario di giocare una partita di calcio contro la squadra più forte del campionato: l’obiettivo del traduttore è solo segnare gli stessi punti che segnano gli avversari, accontentandosi di pareggiare o almeno di non fare troppa brutta figura. Oppure, se vogliamo usare un’altra similitudine, potremmo dire che il traduttore è una sorta di prestigiatore impegnato ad ammaliare il pubblico senza far scoprire i propri trucchi.

      Se una manipolazione maldestra o un trucco malriuscito vengono avvistati dal lettore, allora la sospensione dell’incredulità viene rapidamente smarrita. E con quella vanno via il gioco, il divertimento, la malia del testo. Questo significa che cercare di risolvere un problema traduttivo con una nota pie’ di pagina è sempre una soluzione molto maldestra. Le note a pie’ di pagina, infatti, fanno incespicare la scansione narrativa costringendo gli occhi del lettore a scendere in fondo alla pagina. La strategia narrativa dell’autore viene modificata. Per quanto possa sembrare una questione molto sottile, l’inserimento di una nota a pie’ di pagina modifica in maniera profonda il rapporto emozionale con la narrazione. È quindi opportuno che un buon traduttore scelga sempre la via più impervia: riprodurre sempre nella propria lingua, nel modo più economico possibile, la strategia narrativa. Ovvero far credere, almeno per un istante, che il fumetto tradotto sia stato scritto davvero nella nostra lingua.

      Se il fumetto è poco parlato o rivolto ai più piccoli, spesso questo problema non sussiste. Ma quando la scrittura è affidata a un autore più audace, il testo fumettistico può arrivare a dominare la narrazione. E allora possono succedere le cose più strane. Proprio perché gran parte delle informazioni indispensabili vengono veicolate con le immagini, gli autori più audaci utilizzano il testo per sbizzarrirsi in linguaggi inventati, paradossali, stilizzazioni estreme.

      Per toccare praticamente di alcuni dei problemi principali che ho incontrato nei miei anni di traduzione fumettistica, è forse il caso di parlare di uno degli autori più brillanti e complessi degli ultimi trent’anni. Uno scrittore che dà sempre molto filo da torcere ai suoi traduttori. È l’inglese Alan Moore, uno dei principali innovatori degli ultimi decenni, uno dei primi a introdurre una forte complessità letteraria in questo mondo spingendo il linguaggio verso i suoi confini più estremi. Nella sua bibliografia sterminata non si possono non ricordare classici come V for Vendetta, Watchmen e From Hell. Nel corso degli anni, ho avuto tanto il piacere di tradurre la maggior parte delle sue opere sia fumettistiche che letterarie, di esplorare la sua voce narrativa e di imparare le più spregiudicate tecniche di sceneggiatura da lui esplorate. Mi sembra interessante quindi dare un’occhiata a due dei suoi lavori più impegnativi: V for Vendetta e Providence.

      Disegnato con toni foschi e raffinati dal meraviglioso David Lloyd, V for Vendetta è un graphic novel orwelliano ambientato in una futuristica Inghilterra neofascista in cui il vigilante mascherato “V” getta i semi della rivoluzione con un panache alla Cyrano de Bergerac. (Per inciso, V indossa la maschera del dinamitardo Guy Fawkes, che da spauracchio della cultura inglese è ora diventato simbolo degli attivisti Anonymous.) Questo graphic novel ha conosciuto in Italia una decina di edizioni diverse diventando uno dei principali long-seller della nostra editoria. Al di là della forza della sua premessa e della sua narrazione, uno dei grandissimi piaceri nel leggere V for Vendetta è proprio il lavoro fatto da Moore sulla lingua. E questo significa che in quelle trecento pagine i problemi traduttivi non fanno che moltiplicarsi.

        Una difficoltà generale è stata riuscire a prendere un’intera cultura inglese piena di assonanze, di riferimenti visibili solo in filigrana, di battute e filastrocche che si imparano alla scuola elementare, e in qualche modo renderle in italiano, facendo in modo che tutti quei riferimenti diventassero chiari per un lettore italiano anche senza rinunciare al loro esotismo. Come si traduce una canzone da birreria con un tema che rispecchi quello del romanzo, quando le nostre vanno principalmente nella direzione di “Osteria numero cento”? E come rendere i funambolismi in rima di una canzone da cabaret piena di allusioni sessuali e nazifasciste in modo da far sorridere d’orrore anche i lettori? Questo senza dimenticare che il titolo di ogni capitolo deve iniziare con la lettera “V”, simbolo che percorre ossessivamente tutto il graphic novel riecheggiando Thomas Pynchon.

          Uno dei principali problemi traduttivi è stato poi tradurre This Vicious Cabaret, una canzone che funge da introduzione alla seconda parte del romanzo e che ne riassume le vicende. Questo non è semplicemente un testo in rima da tradurre tutto sommato con una certa libertà, pur rispettando le esigenze dell’autore. Per l’orrore di tutti i traduttori, la canzone viene riprodotta anche su uno spartito. Una vecchia edizione del romanzo aveva evitato il problema a pie’ pari, affiancando allo spartito con il testo in inglese una traduzione letterale italiana. Eppure, risolvendo così il problema, la vecchia edizione presentava uno scollamento tra testo inglese e testo italiano e il lettore non poteva trarre alcun piacere emotivo dalla genialità dell’autore. L’unica soluzione, ahimè, è stata quella di trovare una traduzione che conservasse il senso del testo originale, lo schema delle rime, lo schema delle assonanze e anche la precisissima scansione metrica, perché fosse possibile adattare la canzone alla partitura. Lascio solo immaginare i lettori quanti giorni di lavoro siano andati via per tradurre queste sei pagine.

          Un altro problema interessante è stato trovare un linguaggio italiano per il protagonista V. Questo misterioso anarchico con la maschera di Guy Fawkes che inizialmente si esprime con uno stile naturalistico, ma lentamente inizia a rivelare la sua natura di rivoluzionario romantico, di entertainer della distruzione, parlando con una cadenza di versi non rimati (generalmente pentametri giambici, accompagnati da senari e ottonari). Una caratterizzazione talmente prepotente aveva bisogno di un suo corrispettivo italiano, raggiunto dopo una faticosa traduzione e rielaborazione dei versi originali. I metri usati non corrispondono esattamente a quelli di Moore, ma credo che il senso del suo parlare sia equivalente. Il lento sciabordio dei versi di V, nei suoi monologhi, nei suoi dialoghi, acquista un tono profetico e rivelatore.

          Leonardo Rizzi