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Intervista a Paolo Cognetti

written by Gianluigi Bodi 20 febbraio 2017
Paolo Cognetti

Crediamo che Paolo Cognetti non abbia bisogno di lunghe introduzioni. Conosciuto agli amanti del genere come scrittore di racconti “Manuale per ragazze di successo”, “Una cosa piccola che sta per esplodere” editi per Minimum Fax e il romanzo per racconti “Sofia veste sempre di nero” sempre Minimum Fax, ora Cognetti è in tutte le librerie con “Le otto montagne“. Primo romanzo vero e proprio edito da Einaudi. Il libro ha avuto un enorme successo ancora prima della pubblicazione avendo venduto i diritti per la pubblicazioni in oltre 30 paesi. Oggi su Senzaudio ospitiamo un’intervista davvero interessante. Ringraziamo l’autore per la disponibilità.

Tu sei considerato uno degli scrittori di racconti italiani più capaci. “Le otto montagne” però è un romanzo e forse non tutti i lettori si aspettavano un salto di questo tipo. Tanto più che il romanzo ha avuto un incredibile successo in Italia e all’estero. La prima cosa che mi viene da chiederti è se ad un certo punto della stesura tu non ti sia trovato in difficoltà nella transizione tra il racconto e il romanzo. Spesso sento dire che il romanzo è un racconto dilatato, ma in realtà, secondo il mio parere, stiamo parlando di due sostanze diverse.

Credo anch’io che siano due forme narrative diverse, e infatti è stata un’esperienza di scrittura diversa da quella a cui ero abituato. Nel racconto riscrivevo moltissimo, sentivo il bisogno di curare con estrema attenzione l’economia e il funzionamento della storia, mi sembrava di costruire un meccanismo ad alta precisione. La scrittura del romanzo è stata più fluida, meno lavorata. Avevo una storia importante da raccontare e sentivo di non dover fare altro che seguirla, senza arginare o ostacolare il flusso ma andando giù con la corrente. Quanto al pubblico, io credo che i miei vecchi lettori abbiano aperto il libro con qualche sospetto ma poi si siano accorti che questo non è stato un passaggio imposto né forzato: ho scritto un romanzo perché mi veniva di farlo, avevo una storia lunga da raccontare ed era giusto così. Mi stava anche un po’ sulle balle quella definizione che avevo addosso, giovane-scrittore-italiano-di-racconti, perché uno scrittore è uno scrittore e basta, e devo ammettere che ho cominciato il romanzo con un certo sentimento di sfida, un “adesso vi faccio vedere io” che di solito fa bene alla scrittura.

Leggendo il libro ho avuto l’impressione che la montagna, forse la protagonista indiscussa del romanzo, non sia mai la stessa per tutti. Cosa significa secondo te la montagna per Bruno e cosa significa per Pietro?

Per Bruno è una patria, per Pietro l’altrove, l’avventura. Solo che per Bruno rimane una patria per tutto il libro, per Pietro invece il suo significato cambia. Diventa, poco a poco, memoria. Pietro bambino arriva a Grana sentendo nell’aria l’odore del destino, per Pietro adulto lo stesso odore porta i ricordi. “Non c’è niente come la montagna per ricordare”, gli dice a un certo punto un vecchio sul sentiero, e Pietro scopre che è anche per lui è così. Un po’ alla volta la montagna diventa una casa, o meglio un luogo in cui tornare a se stessi. È così anche per me.

In alcune delle recensioni che ho letto a “Le otto montagne” mi sono trovato di fronte ad una dicotomia tra città e montagna, mentre a me è sembrato di leggere una storia in cui le due entità dovessero essere considerate complementari. L’una al servizio dell’altra. Entrambe necessarie a una parte di noi. Ho preso un abbaglio?

La città appartiene a un’età non raccontata della vita di Pietro, quei dieci anni tra i venti e i trenta in cui la storia fa un salto per ritrovarlo adulto. Non direi che nel romanzo abbia qualche valore positivo. Pietro bambino la vive come una prigione, Pietro ragazzo cerca di impossessarsene e per avere una città tutta sua se ne va da Milano a Torino, Pietro adulto se ne disamora una volta per tutte e scappa via. Su Bruno la città non esercita alcun fascino, per Pietro diventa il luogo di un passato senza nostalgie. Non c’è più niente in città per lui e a trentacinque anni se ne va volentieri a vivere in Nepal. Insomma, se la tua teoria è che città e montagna sono necessarie e complementari direi che questo romanzo non è una buona dimostrazione.

A quanto pare continuano a dirci che in Italia il racconto non trova terreno fertile. Viene venduto poco e viene letto ancora meno. Cosa ne pensi tu di questa affermazione e hai per caso avuto delle “pressioni” per scrivere un romanzo oppure ti è sembrato che fosse il momento giusto e che avessi la storia giusta per farlo?

Ma non è che “continuano a dirci”, non c’è mica un complotto contro il racconto: sono i dati di vendita delle librerie. E non sono dati italiani ma europei, solo in America c’è qualche rara eccezione (e anche quello è in buona parte un mito: prova ad andare da un editore americano con una raccolta di racconti). Che il racconto si legga poco è un fatto: io direi semplicemente che i lettori di racconti costituiscono un pubblico più piccolo, colto, esigente, appassionato, rispetto al pubblico più generalista e saltuario del romanzo. Personalmente non ho ricevuto nessuna pressione, anche perché non avevo nessun contratto da rispettare: ho scritto prima il progetto di romanzo, poi ho cercato un editore. Avrei potuto continuare a scrivere racconti. Però sentivo, dopo “Sofia si veste sempre di nero” (la mia terza raccolta che era quasi un romanzo) e dopo “A pesca nelle pozze più profonde” (in cui ho messo nero su bianco tutto quello che so sull’arte di scrivere racconti) di avere esaurito quella forma, almeno per il momento. L’ho letta, studiata, sperimentata in tutti i modi, e questo significa che sono molto consapevole di cosa sto facendo, forse troppo, quando scrivo un racconto. Il romanzo era un territorio ignoto, in cui ricominciare daccapo. E a me la vita da scrittore piace avventurosa.

“Le otto montagne” ha avuto un successo travolgente. In Italia lo stanno leggendo praticamente tutti. Uscirà in almeno un’altra trentina di paesi stranieri e non faccio fatica a vederne nascere un film. Mi chiedevo se ci potevi raccontare quali sono state e sono tutt’ora le tue sensazioni in merito a questo enorme successo. C’è qualcosa che ti spaventa?

Sì, qualcosa mi spaventa. Prima però voglio dirti che questo successo è stato, almeno in parte, costruito nel tempo. Non sono più giovane e non sono un esordiente. Ho scritto diversi libri prima di questo, tra cui “Sofia si veste sempre di nero” e “Il ragazzo selvatico” sono stati molto letti in Italia e tradotti in paesi come Francia, Olanda, Spagna, Germania. C’è stato un percorso editoriale lungo dodici anni prima di arrivare al romanzo e a un grande editore come Einaudi. Poi quello che è capitato dopo non era prevedibile: i trenta editori stranieri che hanno comprato il romanzo in autunno, ancora prima che uscisse in Italia, e il successo di questi tre mesi in libreria (a me sembra già una vita). Le sensazioni: sono felice e un po’ travolto. Felice soprattutto perché il sogno di vivere dei miei libri si è realizzato, e quando l’ho espresso, anni fa, sembrava una follia. Travolto dagli impegni da cui ora dovrò sfuggire per riprendere possesso del mio tempo. Non ho paura di perdere la testa, mi sento abbastanza solido per provare a usare questo successo nel modo giusto, cioè per fare le cose che ho voglia di fare, cose belle, e nient’altro.

Vorrei concludere con una domanda più ampia. Quali sono secondo te le caratteristiche che fanno di un racconto un grande racconto? Quali sono le cose che cerchi in ciò che leggi e che magari provi a mettere dentro a ciò che scrivi?

La domanda è troppo vasta, provo a risponderti pensando a questo libro e a quelli che ho preso a modello per scriverlo. Per me un grande racconto non può fare a meno di un luogo, una paese che lo scrittore racconta come se fosse il suo ultimo abitante, e dovesse lasciarne memoria all’umanità. Nel paese c’è un paesaggio, una lingua, un’umanità, un senso di appartenenza, un’urgenza della scrittura. E delle relazioni forti, che sono il cuore di una storia. Penso a Hemingway o a Karen Blixen, a Natalia Ginzburg o a Rigoni Stern. Questo è, al momento, quello che cerco negli scrittori che amo.

 

Bodi Gianluigi

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