Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. X Factor

Senza troppi giri di parole: sono in disaccordo con il proliferare di reality show e la promozione esclusiva di personaggi che escono da questi programmi. Il programma dev’essere un mezzo, un’opportunità mentre ora, soprattutto in Italia, è la regola, l’unica. C’è da dire però che la trasmissione madre, X Factor, non è sbagliata nella sua idea ma nel suo sviluppo e post sviluppo. Le audizioni, l’unico momento che divoro con attenzione, sono un catalizzatore di emozione e talento; sia il talento da figuraccia, tanti son troppo convinti di quello che fanno e come lo fanno, sia il talento puro e/o grezzo che si trova in tanti personaggi.

Non è un voler denigrare l’Italia a tutti i costi ma la differenza di qualità pura, di potenza, di talento tra Italia e gli altri paesi che si trovano facilmente su youtube è netta e sincera. L’anno scorso ha trionfato Chiara Galiazzo, brava per l’amor di dio, una voce spettacolare, una tra le poche che possono competere con voci nere e caratteri profondi stranieri. Se però il post-sviluppo è affidarla nelle mani dei soliti “ghostwriter” che si affidano ancora al mito di Mogol, unico nel suo genere ma ormai sorpassato, la noia è assicurata. Pausini, Ramazzotti, Ferro, etcetc sono ancora su questa terra e ci auguriamo lo restino ancora a lungo, ma non abbiamo niente di diverso da offrire?

Quando invece scrivendo “X Factor 2013 audictions usa” ci imbattiamo in quelli che sono i loro protagonisti di quest’anno, lo stupore e le varie considerazioni “questo in finale ci arriva sicuro” si presentano quasi per ogni concorrente in gara che passa le selezioni.  Carlos Guevara, Alex e Sierra, AkNu, Lillie McCloud, Rachel Potter e via dicendo nel nostro paese non avrebbero rivali. Siamo così inferiori? Forse, anche se ci sono un po’ di considerazioni da fare.

L’America (ma in UK non è molto diverso) nella sua plurità di razze, provenienze, etnie e culture di sicuro ha dalla sua un bagaglio di possibilità maggiore. Quando nel 2012 esce dalla Lousiana un ragazzo come Willie Jones, come ha detto un mio caro amico “quella è roba loro, c’è poco da fare”. Chris Rene nel 2011 invece ci fa vedere sia l’America magnanima che da una seconda chance a un uomo discretamente disperato ma ci da una prova dei quei limiti di formazione dei concorrenti che vi dicevo, tanto che il primo commento di youtube è “completely i’ve seen the new version of this song and ive probally listened to this version about 50 times and the new version 1 time”.

Seconda considerazione è che da noi ci si fa più problemi a presentarsi o lo si considera una perdita di tempo perché tanto passano solo i raccomandati. E ci sta. All’estero di sicuro ci credono di più a proporre qualcosa di alternativo. Qui le variazioni sono davvero pochissime. Il fatto che Ics, su cui c’è stato il grande lavoro di Morgan, sia arrivato in finale è sintomo di quanta pochezza era presente sul palco. Ma allo stesso bootcamp italiano concorrenti che sbagliano canzoni, concorrenti che non si sono preparati la notte, concorrenti che si fan prendere dal panico. Rassegnazione e poca voglia?

L’inglese e la sua padronanza, quasi perfetta, sono un obbligo per chi vuole davvero ambire a diventare una international star. E purtroppo gli italici su questo punto sono in difficoltà. Siamo uno dei paesi col peggior inglese della storia. Ma nell’arco di 20/30 anni le nuove generazioni saranno di sicuro più padrone del mezzo e forse si assisterà a quella svolta musicale in grado di farci eccellere anche in ambientazioni diverse dalla “Canzone”, che nient’altro è che una variazione italiana della musica pop. Deve restare un patrimonio da difendere ma non l’unica alternativa musicale italiana. Qualche candidato?

Una cosa che di sicuro non abbiamo da invidiare all’estero sono invece i giudici. Ventura a parte, gli altri, sia quest’anno che in passato, rappresentano quell’x factor che il programma va cercando. Il simpaticissimo Mika, star internazionale, a suo agio nella veste di giudice severo, l’ottimo e preparatissimo Elio e l’estroverso ma genialissimo Morgan sono un trio maravilla. Lo stesso Morgan è poi la prova tangibile di chi, pur avendo talento, è sempre stato snobbato (o quasi) grazie a una campagna pubblica denigratoria. E questo ci porta anche la quarta e ultima considerazione da fare: per migliorare chi canta c’è da migliorare chi ascolta.

Commenti a questo post

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3 comments

Alessandro 21 ottobre 2013 at 14:29

D’accordo con l’articolo.
In un periodo dove spoploano i reality musicali il cui format è uguale in tutto il mondo e la musica mainstream non è quasi mai fin troppo definita nel genere e finisce nel pentolone chiamato POP , la differenza non possono farla altro che le radici.
E se la musica in italia ha come base la musica leggera , in america si ha la musica blues. E’ una questione non solo di voci, e influenze e tradizioni ma anche di fattori più concreti e piu tecnici che si possono notare anche non ascoltando ma solamente confrontando i pentagrammi : tonalita’, note,scale cromatiche, accordi e giri utilizzati sono totalmente diversi.

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editoriale 26 ottobre 2013 at 18:32

articolo deludente, considerazioni stonate. NEGATIVO

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Emiliano Picco 27 ottobre 2013 at 13:25

Lungi da me mettere in dubbio la vostra opinione, non sarebbe male dare due motivazioni di questo giudizio così perentorio. Soprattutto dopo la prima deludente puntata.

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