Wendell Berry – Un posto al mondo

by Gianluigi Bodi

Ve lo devo confessare. Se leggete più o meno assiduamente queste pagine saprete che tra la montagna di recensioni che abbiamo scritto ce ne sono alcune che ho scritto io e che hanno a che fare con Wendell Berry. Ora, parlare per l’ennesima volta del lavoro di uno scrittore che non ho mai fatto mistero di amare alla follia è complesso. Da un lato avresti la necessità di trovare qualche parola nuova per non ricadere sempre negli stessi concetti, dall’altro vorresti che fosse mantenuta intatta la potenza (che speri ci sia) di quanto hai già detto. Di Berry ho letto due libri di narrativa, di Berry ho letto i saggi e di Berry ho trovato anche alcune poesie. Si può amare la forza di un autore con così tanto trasporto? La risposta è sì.

Fortunatamente, per questa recensione, mi viene in aiuto l’autore stesso. “Un posto al mondo” è Berry al cento per cento eppure, è diverso dal Berry che avevamo imparato a conoscere ed amare.

La mia confessione procede. Avevo in mano questo libro da mesi e l’ho tenuto da parte per una semplicissima ragione. Alla fine del 2015 volevo avere la certezza che durante l’anno successivo avrei letto almeno un libro meraviglioso. Berry mi da questa garanzia, quindi posso dire, 2016, anche se ci conosciamo da poco sappi che letterariamente parlano, sei già un buon anno.

L’ambientazione di “Un posto al mondo” è sempre la stessa, quel Port Williams che ormai ci è familiare come il paese in cui siamo nati e cresciuti. Conosciamo la sua morfologia, i suoi cambi climatici, sappiamo che la sua terra è fertile e i cieli tersi. Sappiamo che natura e persone vivono a stretto contatto. Già, poi ci sono le persone. Vecchie conoscenze pure quelle. Il nostro Jayber Crow, la nostra Hannah Coulter, Mr. Feltner, i Wheeler e tutti i personaggi più o meno secondari che abbiamo già imparato ad apprezzare negli altri due libri di narrativa usciti prima di questo.

Non so se vado contro corrente, ma se fossi un novizio, se non avessi mai letto nulla di Wendell Berry probabilmente vorrei iniziare da qui. Un romanzo estremamente corale, un insieme di piccole tessere di un mosaico che nella sua completezza ci restituisce il fulgore di un paese in cui tutti vorremmo abitare. Poi, una volta affrontato “Un posto al sole”, potremmo dedicarci ad approfondire le singole storie. Potremmo andare a visitare Jayber Crow e farci raccontare la sua vita mentre sorseggiamo un Whiskey sotto un portico in legno scricchiolante oppure fare quattro chiacchiere con Hannah Coulter e con lo screpitio del fuoco acceso come sottofondo ascoltare la storia della sua duplice vita.

Leggevo “Un posto al mondo” e lo visualizzavo come un crocevia dal quale partono infinite strade narrative, infinite possibilità di racconto.

La scrittura di Berry, in questo libro, è diversa. Non c’è più quella prima persona che sembra indirizzare le proprie attenzioni su di noi, c’è un narratore che ci sovrasta, ci fa planare da un personaggio all’altro, tessendo via via un magnifico arazzo.

La traduzione è sempre di Vincenzo Perna. Presumo che ormai abbia raggiunto un rapporto quasi simbiotico con Wendell Berry. Credo che nessuno meglio di lui sia adatto a tradurre le opere del nostro contadino pazzo.

L’editore, ovviamente, è sempre Lindau. La nascita della collana “Senza frontiere”, per quello che mi riguarda, è una delle sorprese più piacevoli di questi due ultimi o anni. Aldilà del buon Berry, ci sono almeno altri due autori di cui non avevo conoscenza che ora, spesso, mi fanno compagnia. Brainard e Soederberg.

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