Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Kader Abdolah a Venezia per Incroci di Civiltà 2014

Ci sono alcune volte in cui ti auguri che incontrare uno scrittore di cui hai letto qualcosa di molto bello non sia un’esperienza traumatica. Te lo auguri perché speri di poter leggere anche le opere che ancora ti rimangono da parte senza l’influenza negativa che una cattiva immagine potrebbe procurarti.
E’ con questo stato d’animo che mi sono recato a Venezia, alla Fondazione Querini in Campo Santa Maria Formosa per vedere da vicino Kader Abdolah.
La sala non era gremita, non lo è quasi mai, a meno che non ci siano in ballo nomi altisonanti della lettura o quelle figure mistiche che stanno a scavalco tra il libro e la TV e che tanto piacciono alla massa indistinta dei lettori. E sia chiaro, non voglio passare per spocchioso, intendo dire solamente che se ci sono 100 posti per Kader se ne presteranno, se va bene, 30 e se ci sono 100 posti per un’icona televisiva se ne presenteranno 1000. E’ questione di diverse platee.
Eppure l’incontro ha avuto, in mia opinione, un successo ben oltre a quello che mi ero immaginato. E penso che la cosa sia anche merito dell’organizzazione che ha ben pubblicizzato l’evento.

Kader Abdolah entra con cinque minuti di ritardo, ha l’aria altezzosa e austera. Scruta la folla con occhi profondi e sembra giudicare ognuno di noi.
Inizia a leggere un pezzo in olandese, preso dalla sua produzione. Per un attimo temo che tutta la conferenza sia in olandese e che io abbia commesso un grosso errore a non prendere le cuffie per ascoltare il traduttore.
E poi inizia a parlare, a raccontare la sua storia e io capisco che continuerò a leggere le sue opera con entusiasmo ancora maggiore.
Kader Abdolah è ironico, è autoironico, scherza sul suo destino che lo ha portato dall’Iran all’Olanda attraverso la Turchia. Scherza con il pubblico, risponde con enfasi alle domande che gli pongono, non si risparmia, fa vedere di essere felice di essere lì con noi.
Parla di come sia stato difficile per lui imparare a scrivere in olandese, lui che pensava di diventare, in Persia, o scrittore o presidente. Racconta quanto lo faccia soffrire non riuscire a scrivere in persiano ora che la sua lingua d’adozione è pure la lingua dei suoi libri. Perché a scrivere in persiano ora, riuscirebbe solo a creare una bottiglia vuota e senz’anima, mentre in olandese lui quell’anima riesce a mettercela tutta.
E allora parla di come l’Olanda sia un posto senza montagne, di come i fiumi siano piatti e silenziosi, di come i rapporti tra uomo e donna siano immediati e confessa che scrivendo le sue storie, storie che arrivano dalla tradizione persiana che lo ha visto nascere, riesce a portare le montagne invalicabi, i fiumi violenti e musicale e le donne misteriose dagli occhi scuri dove non ci sono.
Kader che dice di non pensare in nessuna lingua, che il padre che era sordo muto e non sapeva scrivere, sapeva pur sempre pensare.
Kader che spera, anzi, è sicuro che tra trent’anni i ragazzi persiani potranno leggere i suoi libri e scoprire qualcosa del nostro presente.
Kader che spiega che la vita ha messo in ognuno di noi un seme e che quel seme va cresciuto, che possiamo accettare il nostro destino, ma siamo tenuti a farne qualcosa di grande.
Kader che continuerò a leggere.

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