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Ivano Porpora – Fiabe così belle che non immaginerete mai

written by Gianluigi Bodi 16 marzo 2017
Ivano Porpora, Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria,

C’era una volta un reame lontanissimo, ma tipo così lontanissimo che quando ti pareva di esserci arrivato vicino ti fermavi a chiedere a un signore in giacca e cappello di panno e questo ti diceva: prosegua dritto per un bel po’, al semaforo giri a destra, poi a sinistra e poi ancora a destra a quel punto vede un ponte che però c’è solo il ponte e sotto non c’è niente, ecco, quando arriva lì poi chiede di nuovo.
Insomma, lontanissimo tipo così. E in questo reame lontanissimo c’era uno scrittore. Uno che poteva fare a meno di dormire e di guardare la televisione, ma se gli toglievi la penna di mano ti morsicava le puppole (che in quel reame lì i polpacci li chiamavano puppole).
Questo scrittore che per comodità chiameremo Ivano, anzi, Ser Ivanohe, che così c’ha anche un nome bello altisonante, questo scrittore sotto l’armatura non portava capelli, ma aveva una folta barba nera. Così folta che dentro, lui che era una persona dal cuore grande e buono, ci ospitava un’intera famiglia di scriccioli. Che stavano pure belli larghi.

Ser Ivanohe era un cavaliere errante. Errava non nel senso che sbagliava, errava che girava di continuo. Il reame lontanissimo, oltre ad essere lontanissimo era pure grandissimo, robe che da una parte all’altra parlano due lingue diverse e in mezzo c’erano almeno una dodicina di dialetti diversi: dal viadanico al baresico. Vabbè, avete capito, era grande. Punto. Ser Ivanohe che errava per questo paese a cavallo del suo fido destriero Primigi non lo faceva perché gli mancasse una casa dove stare. Anzi, ne aveva una bellissima e ci stava pure bene. Solo che ogni volta che si trovava in quella casa gli sembrava sempre che gli mancasse qualcosa e allora saliva in groppa a Primigi e prendeva la prima strada che trovava. Quando arrivava in un punto che gli sembrava adatto, scendeva da cavallo (c’aveva un modo tutto suo di scendere che tipo zompava, faceva un saltino e l’inchino, roba che se ci provi te ti portano diretto in ortopedia), tirava fuori dalla sua sacca uno dei suoi libri e cominciava a leggerlo. Di solito quando iniziava non c’era nessuno ad ascoltarlo, ma poi la gente si faceva sotto, vinceva la timidezza e si avvicinava. Rimanevano lì imbambolati a fissarlo. Ser Ivanohe poteva leggere per ore senza nemmeno aver bisogno di bere un sorso d’acqua o di mangiare un tozzo di pane perché erano le fiabe che raccontava che lo nutrivano. Raccontava fiabe divertenti, buffe, strane, tristi, malinconiche. Se gli chiedevi di raccontarti una storia d’amore potevi star sicuro che ne aveva una che ti avrebbe fatto stramazzare delle lacrime.

Quando poi calava le sera Ser Ivanohe rimetteva i libri nella sacca. A quel punto la gente gli si avvicinava e lo riempiva di complimenti. Gli diceva quanto bella fosse la sua barba, che meraviglioso destriero avesse, che simpatica e colorata fosse la sacca. Alcuni gli dicevano che le cose che avevano sentito raccontare, e sì, le chiamavano proprio “cose”, erano simpatiche, ma che loro sarebbero venuti anche se lui se ne stava fermo e muto in silenzio. Ser Ivanohe pur rispondendo a tutti con un sorriso e un grazie in cuor suo si sentiva triste e non sapeva bene perché. Dopo una delle sue letture un tizio, che per comodità chiameremo Fattore, lo prese in disparte e gli disse che a parlar di cacca nessuno dura a lungo e che se continuava a raccontar quelle fiabe strampalate lo avrebbe fatto bannare dal reame lontanissimo. Che a quel punto immaginatevi voi cosa significa andarsene da un posto così lontano e grande.

Ser Ivanohe era sempre più triste. Non capiva perché il fattore fosse così cattivo, non capiva cosa avesse fatto di male per meritarsi tali minacce. Inoltre, anche quando non parlava di cacca e la gente accorreva da lui, sembrava sempre che qualcosa non andasse per il verso giusto e se ne tornava sempre a casa con lo sguardo abbattuto e la schiena piegata.

Un giorno, dopo aver raccontato almeno quaranta fiabe, poco prima di salire sul cavallo per sparire all’orizzonte, gli si avvicinò un bambino. Al principio Ivanohe non se ne accorse. Il bambino lo tirò per la giacca e solo allora il nostro eroe si voltò. Il bambino lo guardò sorridente e gli disse: le parole che dici sono bellissime, hanno un suono meraviglioso e quando stanno tutte assieme sembra di sentire una musica che viene dal cielo. Quando sono da queste parti io vengo sempre a sentire le tue parole, anche se non ci vedo e non so come sei fatto.

Ser Ivanohe abbracciò e baciò il bambino, diede una pacca a Primigi che se ne trotterellò via e decise che quella sarebbe diventata la sua casa.

La morale di questa fiaba è triplice.

La prima è che puoi avere anche una casa, ma a volte per sentirti a casa devi fare un sacco di chilometri. La seconda è che a volte per capire qualcosa non serve vederla, basta sentirla. La terza è che per provare quello che ho provato io dovete comprare “Fiabe così belle che non immaginerete mai” scritto da Ivano Porpora e edito da LiberAria. Perché tanto, per quanto vi possa dire, solo sentendo le fiabe vi renderete conto di cosa vuol dire “Non immaginerete mai”.

E comunque il Fattore è uno stronzo.

 

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