Posts Tagged ‘ivano porpora’

Ivano Porpora – L’argentino

martedì, Ottobre 9th, 2018

L’incipit di questo libro, il concatenarsi dei nomi e soprannomi, diminutivi e vezzeggiativi con cui il nostro protagonista dice di essere stato chiamato in vita vi porta direttamente all’interno della musica di questo libro. Che sia un tango o una milonga poco importa. Ciò che è importante è che Veranito (così lo chiamerò io per non rovinare gli altri suoi nomi) ci racconti la storia di cui è fatto “L’argentino“.
“L’argentino” è il terzo romanzo di Ivano Porpora, il secondo pubblicato da Marsilio, ed è un romanzo profondamente legato al precedente. “L’argentino” ha il compito di espandere l’universo che già avevamo conosciuto in “Nudi come siamo stati”, ma, a mio parere, fa anche molto di più. Il precedente libro di Porpora era già a livelli molto alti. Leggerlo era stato un piacere, ma era un libro diverso. Scritto un uno stile diverso perché raccontava una storia diversa. I grandi scrittori riescono a modificare la loro voce in base a ciò che raccontano. Sono sempre gli stessi eppure cambiano. È un dono.
Avete presente quell’informazione che possiedono un po’ tutti, che se guardate la Luna voi in realtà non state guardando la Luna di adesso, ma la Luna di qualche momento prima. Ecco, io ho avuto la stessa sensazione riguardo a questo libro di Porpora. Da quando lo seguo ho avuto modo di vedere la crescita stilistica, narrativa, chiamatela come volete, tra un libro e quello successivo. “Nudi come siamo stati” era già un passo avanti rispetto a “La conservazione metodica del dolore”. “L’argentino” è un gigantesco passo avanti su tutta la linea.

Il libro è più asciutto rispetto al precedente e mi sembra che in questo modo la storia arrivi diretta come un pugno sulla bocca dello stomaco. La scrittura, che nel libro precedente raggiungeva delle vette poetiche molto alte, qui va ancora più in alto. Il linguaggio è avvolgente e coinvolgente, le parole diventano immagini ad ogni pagina. È come se tutto il libro fosse un arazzo enorme da contemplare. Un arazzo dai colori caldi e brillanti.

E quindi? Che racconta questa storia di cui parla Veranito ne “L’argentino”?
In un paese composto da due strade, due case e centosettanta abitanti circa, un giorno arriva l’argentino. Che poi, secondo Veranito, quel tipo lì, l’Argentina non sapeva nemmeno dove stesse sulla cartina. Il momento in cui appare l’argentino è descritto magnificamente. Un apparizione che arriva dall’alto e sovrasta.
Ma un nuovo elemento senza passato all’interno di una comunità chiusa e ristretta non può che provocare danni e mettere a repentaglio l’equilibrio con cui sono fatte le strade di polvere e le case sbilenche.
Veranito è affascinato da questo misterioso figuro. Lo segue e assiste, quasi come un chierichetto osserva ed interviene durante la messa. Purtroppo però, nei pochi giorni in cui l’argentino rimane a San Cristobàl la sciagura si abbatte sul paese e la vita di Veranito e degli altri non sarà più la stessa.

Ma chi è questo argentino? Cosa rappresenta? Per quel che mi riguarda la discesa dell’argentino in paese è equiparabile alla discesa del messia sulla terra. L’argentino affronta Rosario, il bullo del paese con un cuore così nero che non se ne vedono i confini e una ferocia bestiale che ricorda il male puro. San Cristobàl diventa quindi il terreno per uno scontro tra il bene e il male il cui risultato finale lascia moralmente distrutti. Quell’ultima frase dell’argentino, quella frase che ripete con una disperazione via via sempre crescente nel corso delle pagine finali. Quella che sembra inizialmente essere un avvertimento, poi una supplica e, infine, una condanna.

“Non cambiate mai”

E poi c’è la questione del mito. Un mito che può sorgere solo dalle parole di un ragazzino. Quel Veranito che ci racconta tutto ormai da anziano, ma che per farlo usa gli occhi, le orecchie, la bocca di un bambino cresciuto troppo in fretta. Racconta l’arrivo della salvezza, la diffidenza delle persone, la caduta dei propri idoli ed esempi e poi, racconta la morte. È solo attraverso le parole di un ragazzino che riusciamo a cogliere l’essenza impalpabile dell’argentino. È solo attraverso Veranito che arriviamo a chiederci chi sia questo messia dall’andatura sbilenca e quale sarà il prossimo luogo in cui apparirà.

Ce ne sarebbero ancora di cose da dire. Il buon pazzo che lancia in aria un piccione viaggiatore solo per dire a qualcuno dall’altra parte del volo che “pioverà”. La porta che la maledizione di uno scrittore famoso (chi sarà mai poi questo scrittore?) ha chiuso e che nessuno dovrà mai aprire. La madonna trafugata. Le strade polverose. Tutti i personaggi presenti nel libro che brillano di luce propria. E poi lo stile di stampo sudamericano, la densità quasi materica della lingua che fonde descrizioni e dialoghi senza crepe o brecce. Tutto in 166 pagine, una per ognuno degli abitanti di San Cristobàl alla fine del libro.

“L’argentino” di Ivano Porpora per me è stato tutto questo e anche molto di più. Mi rimane una sola curiosità. Una curiosità che cercherò di tenere a bada. Visto il punto in cui è atterrato Ivano con questo salto, mi sto chiedendo dove atterrerà con il prossimo e quale sarà la grandezza del suo prossimo lavoro.


Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha pubblicato i romanzi La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012) e Nudi come siamo stati (Marsilio 2017). Tiene corsi di scrittura e collabora con studi di psicoterapia, per i quali conduce percorsi basati sulla narrazione. È presidente dell’associazione culturale La Nottola di Minerva.

È mai stato felice Kurt Cobain? di Ivano Porpora – Un racconto.

venerdì, Agosto 4th, 2017

Il mondo è tutto giù di fronte a me.
Puzzo proviene dalle case crollate, quella della signora che gestiva un negozietto a due passi da me ed è morta nel crollo, quella del fornaio con le ceste di pane schiacciate da travi, là ci stava una piccola gelateria in cui quando ero bambino spendevo le poche centinaia di lire che avevo in tasca; e fumo, in mezzo ai coppi che si sono messi di traverso a formare piccole chiese gotiche tra un mattone e l’altro, capanni; un tanfo insopportabile. Quando qualcosa del genere arriva a te e ti s’infila nelle narici, impossibile che poi ti lasci. Impossibile che si levi davvero: scappi e ti lavi ma ti entra nella memoria, anche, e da lì non va più. Mi capitò una volta, in un’altra vita, di lavare una vasca di silicone, coperto da una salopette e una casacca, guanti in nitrile, occhiali e mascherina; di staccare a forza pezzi di silicone incrostati sul ferro del macchinario, vicino agli ugelli che fino al giorno prima avevano spruzzato a getto continuo; i guanti si laceravano mentre Rembò mi diceva: Muoviti, il resto della fabbrica formicolava, e allora via a mani nude; di usare una spazzola in ferro per eliminare tutto l’eliminabile, raschiare il raschiabile. Il silicone che avevo tolto, marcio, l’avevo avvolto in un lenzuolo e chiamato il cadavere, poi buttato in un contenitore dell’indifferenziata; quell’odore non mi aveva abbandonato per giorni nonostante le docce.
Ma era un’altra vita; un altro io. Mi allontanai canticchiando un motivo qualsiasi, buttando via i guanti: erano i tempi in cui le sofferenze erano come la candeggina, che irrita gli occhi e poi svanisce. Da quando tutto è esploso, tutto è cambiato. Da quando tutto è esploso, due torme di lupi si guardano dall’alto delle rovine: le zampe sono pronte a scattare: per ora si trattengono. Topi passano squittendo vicino ai loro artigli, intrecciando traiettorie fitte e prevedibili, ma loro non li vedono: prima che ci sia necessità di procurarsi cibo c’è la sopravvivenza, e anche questa a sua volta è composta di fasi. Poi ci sarà la zuffa, ora la minaccia; e se zuffa deve essere, prima si confronteranno i nervi. Gli dei se ne sono andati da tempo, lasciando quello che avevano dichiarato nuovo Olimpo a quest’aria che sa solo di fumi e carni. Sanno l’arte della lotta, i lupi: son disperati, e i disperati sanno come si sopravvive. Io sono uno di questi.
Abbiamo casse toraciche strette, respiri stretti. Qualcuno morirà, e quando è pronto a morire inizia a guardarsi intorno per evitare che lo notiamo. Non ci è rimasto orizzonte morale, quello che mi faceva dire a mia madre: non sparargli, se ne andrà. L’orizzonte morale, in tempi di sopravvivenza, è un incidente, inesistente – o forse enormemente ristretto. Mangerei mai uno dei miei? Forse sì, forse no. Tradirei mai uno dei miei? Forse sì, forse no. Sarei capace di passare all’altra parte? Sì.
Spero di non trovarmi in una circostanza come quella; quella di dover passare dall’altra parte. Già mi è capitato nel tempo di avere a che fare con uno specchietto in cui mi sono involontariamente riflesso; già mi è capitato nel tempo di vedermi e dire Mio Dio. Non capiterà di nuovo. Non voglio che capiti di nuovo, Dio. Non farmi rivedere il mio volto, Dio. Te lo chiede il tuo servo. Preferisco rimanere nella mia mediocrità salva, a bagnarti i piedi con olio di nardo, che affogare trascinato giù dai tuoi mulinelli.
Ci sono momenti, in questo angolo di mondo – qualche chilometro quadrato ben transennato che una volta aveva un nome, IO, ma il cartello è stato divelto e scaraventato lontano da una bomba o qualcosa – in cui senti il profondo sospiro del cosmo; momenti in cui quel rumore vago sono gli scarafaggi che ti camminano tra i piedi. Quando sei disperato, la differenza tra il momento uno e il momento due non ha alcun rilievo. Scarafaggi, cosmo: i primi li mangi, se serve, il secondo no. Io preferisco un filo il secondo, ma sono un sentimentale; e quando si tratterà di aspettarmi so che il branco non esiterà.
Nel locale non c’era nessuno. Un’icona ortodossa ballava sopra il bancone, illuminata da lucine a intermittenza; la Madonna reggeva il Bambino dalle vesti dorate. Forse non era nemmeno una copia: era un periodo strano, si accettavano come pagamento le cose più bizzarre. Il barista, un uomo che aveva una svastica tatuata sul petto e due lunghissimi baffi a manubrio, largo e alto, massiccio ma con le spalle spioventi, non si sarebbe probabilmente accorto se fosse entrato qualche avventore: era troppo impegnato ad accendere e spegnere una luce per vedere dove fosse il contatto, spostare il filo della prolunga per vedere se il problema stesse in quello. C’erano un sacco di neon, rossi e blu; l’insegna stessa era un marinaio che si muoveva, ponendo sul tavolo e portando alla bocca un boccale. Ero conosciuto, lì dentro; mi aveva lasciato la bottiglia. Mi versai un paio di bicchieri di vermouth, rapidamente. La porta si aprì, entrò Zagor; si piazzò a gambe aperte nel locale, con la sua borsetta di pelle a tracolla, padrone di uno spettacolo che era solo mio. Mi vide. Si assestò la giacca, che già era a posto; tirò fuori la sedia che mi stava a fianco, si versò un bicchiere di vermouth nel mio, lo bevve.
“Chiamato” fece con voce gutturale; ruttò. Gli piaceva sempre, quello scherzo. “Che faccia, cazzo. Che ti serve?”.
“Ho bisogno di calmarmi”. Indossava una maglietta di Goodman che dice I don’t roll on Shabbas; sopra una giacchetta da poco prezzo, una catenina, un paio di jeans. Tipico suo, pensai: il Dottore – così lo chiamavano – aveva un modo tutto suo di vivere la guerra. Credo colse quello che pensavo.
“L’eleganza, in tutte le occasioni”.
“Dove l’hai presa, quella?”. Gli indicai la maglia.
“Ti piace?”.
“Sì”.
“Vuoi fare a cambio?”.
“No! In che senso?”.
“Mi dai la tua e ti do la mia”. Fece per levarsela, la giacca ancora indosso; lo fece, ne sono certo, anche perché vedessi quel corpo da lottatore di strada. Sull’ombelico aveva tatuata la scritta MISS U. Nulla di romantico: la U di un colore blu elettrico stava per Union Jack, una delle droghe più usate al tempo. Lo fermai. Mi guardai la maglia. Manco sapevo cosa avessi su; era quella di New York, col cuore. Ricordai vagamente di averla indossata prima di scendere all’appuntamento. Non la stiravo da anni.
“Lascia stare. Cosa hai dietro?”.
“E tu cosa hai preso?” disse, riinfilandosi la maglia. “Un soffio?”.
“No, niente. Ho solo bisogno di calmarmi”. Sentivo suoni strani, soprattutto quando mi coricavo per provare a dormire, e non sapevo se fossero veri o falsi. Come: rumore di vetri che vanno in frantumi, o: voci. Fossero stati veri sarebbero stati preoccupanti; fossero stati falsi sarebbero stati un problema.
Non era la prima volta.
“Continui a lavorare in quel posto?”
“Sì. Manchi a tutti”.
“Vai a cagare. Allora: vuoi qualcosa?”.
“Cos’hai?”.
Si guardò intorno, più per abitudine che altro, ma il barista era scomparso in cucina bestemmiando; aprì la borsa. Una borsetta morbida di pelle, col manico rigido in osso; per questo forse lo chiamavano Dottore.
“Tieni”. Mi passò varie boccette di vari colori: rossa con pillole bianche, blu con pillole azzurre, arancio con pillole arancioni. Una mi colpì, in particolare: in plastica gialla.
“Quelle, non più di due per volta”.
“Sennò?”.
Tracciò nell’aria davanti a sé, con due dita, una croce.
Le soppesai.
“Senti: vuoi del Viagra? Un paio di pastiglie, così, in regalo”.
“E che me ne faccio?”.
“Di questi tempi aiuta”.
Suonò una campana, fuori (dentro?). Sembrava il richiamo del Giudizio. Quanti diavoli dal corpo spinoso e dalla spina dorsale incallita ci stavano aspettando, confidando nel nostro sonno, issati sulle mura della cattedrale? Quanti lupi dal manto bianco stavano attendendo che scopassimo per azzannarci direttamente sui letti?
Mi sembrò, tenendo il boccettino giallo in mano, che il problema non solo non si sminuisse, ma anzi s’acuisse; che i denti brillassero di più, nel buio. Una guerra di trincea tra lupi; chi prende la pastiglia sarà quello che cederà per primo.
“Pensi ancora ai lupi?”.
“Sempre”.
“Lo sai che sono una fissazione tua, vero?”.
“Lo so”.
Vidi per terra un’ombra; diedi un colpo lieve con la suola, presi dal pavimento lo scarafaggio che zompettava impazzito, glielo mostrai.
“Anche questo è falso?”.
“Cazzo, no. Buttalo”.
Lo lanciai via; gli riconsegnai tutto.
“Nulla?”.
“Nulla”.
“Merda. Un giro a vuoto”.
“Tieni”. Gli diedi cinquanta euro. Li prese, li guardò come se fossero un corpo estraneo strappato dal suo corpo; se li infilò in tasca. Mi allungò due pastiglie di Viagra in un portapillole della Madonna di Pompei.
“Che ci faccio?”.
“Prenditele e stattelo a guardare. Aiuta, contemplarsi il cazzo. Io lo faccio”.
“Contemplarselo?”.
“Sì. Giochi con l’acquetta, te la tiri su. Non dobbiamo mai dimenticarci due cose, nella vita”.
Non gli chiesi: quali. Continuò, forse deluso.
“Prima. Il nome che abbiamo. Seconda. L’età che abbiamo. Se perdi la prima, perdi identità. Se perdi la seconda, perdi consistenza. Guardati il cazzo”. Uscì dal locale; il barista chinando la testa arrivò dalla cucina, voltandosi intorno.
“C’era qualcuno?” fece.
Pagai e uscii; casa mia non era lontana, misurai ogni passo per evitare che le macchine m’arrotassero.
Quando arrivai mi buttai sul letto, mi sfilai la maglia, la guardai; realizzai che ne avrei potuta avere un’altra che diceva I don’t roll on Shabbas. Sarebbe stato un affare.
Sul piatto avevo lasciato un album dei Led Zeppelin; mi aiutava a coprire il suono di vetri e voci.
[Workin’ from seven to eleven every night].
Mi sfilai gli slip, abbassai lo sguardo; non trovai nulla di così interessante.
Restai sveglio per le successive tre ore. Le luci passavano e ripassavano, da fuori, che fossero fari delle auto che sbattevano contro le grate alle finestre o ronde che s’aggiravano per la città controllando non ci fossero razzie; ma non potevo chiudere le persiane: bisogna stare molto calmi, a volte, e cauti – evitare che le cose di fuori scivolino dentro. Mi accesi una sigaretta; rimisi la stessa canzone.
[Workin’ from seven to eleven every night].
Una volta mi avevano detto di una donna che aveva evitato di uscire a causa della pioggia per diversi giorni; aveva iniziato a piovere di dentro, riempiendosi finché l’acqua non le aveva cominciato a gocciolare dalla vagina, dall’ano, poi dalla bocca, le orecchie, gli occhi. Quando si arriva agli occhi, di solito, non si è all’inizio ma alla fine: l’acqua è già tutta dentro. Me l’aveva detto uno scrittore, quando parli con loro non sai mai cosa…
Bussarono alla porta. Mi infilai i soli slip, andai a controllare allo spioncino, tornai indietro e infilai anche la maglia; aprii.
Era, nel buio, una ragazza dalle fattezze giapponesi. Indossava un paio di cuffiette bianche, attaccate a un cellulare che portava in mano e le rischiarava il volto. Era carina: sul metro e settanta, forse, magra e con un seno largo; vestita con un abito bianco con striature azzurre, una cintura a vita alta rosa; molto carina.
“Tutto a posto” disse, portandosi il piccolo microfono alla bocca.
“Tutto a posto cosa?”.
“Non mi fai entrare?”.
Era notte, ero solo; fuori le macchine continuavano a passare, e avrebbero continuato a farlo senza di me. I lupi avrebbero ringhiato, anche, con e senza. Non c’era ragione per non farla entrare. Le mostrai l’interno con la mano; appoggiò a una sedia il trench che portava al braccio, inutile con quel caldo. Era un monolocale, casa, non che ci fosse tanto da vedere; la confusione la limitavo per quanto mi fosse funzionale a sopravvivere.
“Hai un bell’appartamento”.
“Non è vero”.
“Cose che si dicono”. Si fermò davanti alla libreria; prese un volumetto di Yasunari Kawabata, mezzo rovinato dall’uso, lo avevo letto almeno sette volte; lo sfogliò senza fermarsi su alcuna pagina; “Posso?” disse, e senza attendere risposte se lo infilò in borsetta.
“Cosa vuol dire Tutto a posto?”
“Devo comunicare alle persone per cui lavoro se il clima è in ordine; se ho la percezione che il cliente possa essere problematico”.
“Cliente?”.
Lo sguardo fu eloquente.
“Non ti ho chiamato”, le dissi.
“Consideralo un regalo”.
Nel mondo dei lupi i regali sono rischiosi. “Regalo di chi?”.
“Ha chiesto di restare anonimo”.
“Se non mi dici di chi, credo di non poterti ospitare”.
“Non mi trovi di tuo gradimento?”.
Lo disse senza bronci. Non avevo mai conosciuto, nell’epoca del pre-guerra, donne che potessero dire cose del genere senza bronci. La valutazione era un fatto fondamentale dell’interazione uomo-donna, e pure – devo dire – l’interazione uomo-uomo; lo sguardo indiscreto che vagliasse porzioni, proporzioni, rapporti tra pelle coperta e scoperta, plasticità; direi che intorno alle reciproche valutazioni gravitavano tutte le dinamiche sociali.
“Sì, sei di mio gradimento. Eccome”, sospirai.
“Bene. Mi aiuti a togliere il vestito?”.
Non ne aveva alcun bisogno, evidentemente; era parte dell’interazione uomo-donna, questa sì. Era come se si fosse spogliata di un ruolo, prima, e poi se ne fosse rivestita. Curioso di come a volte ci spogliamo vestendoci e ci vestiamo spogliandoci.
Rimase presto in mutandine e canotta. La canotta non aveva reggiseni sotto; sentii il cazzo farsi turgido. Erano anni che non andavo a letto con nessuna; la mia attività masturbatoria serviva ormai unicamente a gestire il calore. Un serbatoio che si riempia e si svuoti: quello. In quegli anni, anche gestire l’attività masturbatoria, portandola al limite, mi era servito a mantenere elevata la temperatura, tenere svegli i sensi. Lavorare nella fabbrica in cui lavoravo, timbrando alle sei e stimbrando alle diciassette con un’ora di pausa pranzo a leggere Kawabata, sentendo ogni movimento della parte centrale del corpo, ogni sfregamento di tessuto, mi aveva tenuto in vita. Era importante prendersi cura della propria pelle.
[Workin’ from seven to eleven every night].
“Sotto la pelle siamo tutti dello stesso dolore”, le dissi.
Mi guardò in faccia. “Hm. Non credo. Scopiamo?”, fece, sedendosi sul letto.
Mi chiamò a sé; mi fece scorrere verso il basso gli slip; diede un’occhiata al contenuto. Mi tolsi anche la maglia, la buttai da qualche parte.
“Spegni la luce”, fece, prima di rimanere nuda anche lei.
“Perché?”.
“Spegni la luce e sarò gentile”.
Andai all’interruttore, che stava sulla parete opposta; spensi. Si spogliò in silenzio; appoggiò il telefono e gli occhiali sul comodino. Sentii il frusciare dei vestiti a terra, ai piedi del letto; trovai eccitante il fatto che non li componesse su una sedia.
“Fai piano, mi raccomando. Il fatto che sia una puttana non vuol dire che non debba fare piano”.
“D’accordo”.
“E non guardarmi”.
“D’accordo”.
Accostai il mio sesso al suo. Era caldo; avevo bisogno del suo caldo. Nella terra dei lupi il caldo è quasi sempre bene. Ci sono stati dei lupi che sono morti suggendo il proprio stesso sangue, mordendosi le membra in cerca di calore; riempiendosi la bocca di ferro e globuli. Ma qui non eravamo fuori, ma nel mio monolocale; lei non doveva aver paura perché tutto era tranquillo; io non dovevo aver paura perché il suo pelo di lupo non pareva bianco, non pareva di quei lupi che vengono da fuori e ti occupano il territorio a rischio di farsi uccidere.
Passò un’auto, le rischiarò un istante la pelle; vidi. “Cos’è quello?”.
“Cosa?”.
Non ero ancora entrato; mi sottrassi. “Cos’hai sulla pancia?”.
“Hai guardato”.
“Non ho potuto fare a meno. I fari dell’auto… Cos’hai?”.
“Non dovevi guardare” disse. Non era fredda; era triste.
“Che ti è successo?”.
“Nulla”.
Accesi la luce; si coprì d’istinto. Le aprii le mani, i gomiti coi quali si copriva. Aveva una lacerazione lunga circa un mio avambraccio, che le saliva da poco sopra i peli pubici fin quasi al seno.
“Hai intenzione di rifiutarmi?”
“Come?”.
“È un tuo diritto. Sarai rimborsato”.
“Non ti ho pagato”.
“Non fa parte della transazione, questo. Nel momento in cui l’articolo viene acquistato…” si mise a recitare. Sembrava un’agente che si metta a declinare le caratteristiche di un prodotto, e le avvertenze.
“Non ho intenzione di… trattarti come della merce”.
“Fai male”.
Guardai a lungo la ferita; avvicinai il volto. Le labbra erano sdrucite, come se anche avvicinandole perfettamente tra loro non potessero più combaciare. Accostai un dito allo sbrego nel punto inferiore; chiusi gli occhi e lo feci scorrere. La sentii sospirare.
“Che fai?”.
“Godo del mio servizio”. Il dito passava ruvido su tutta la ferita; percorrendola attentamente si sentiva tutto.
Mi sdraiai accanto a lei.
“Sei sicuro che non vuoi che ti faccia venire?”.
Mi tornò in mente Zagor. Andai alle braghe; estrassi il portapillole con la Madonna di Pompei. Ingoiai una pillola blu; mi sdraiai di nuovo sul letto.
“Ci vorrà mezz’ora perché faccia effetto. Ti va di raccontarmi una cosa tua?” le dissi.
“Va bene”, fece. “Ne hai bisogno?”.
Non le risposi.
“Sette anni fa lavoravo come donna di servizio presso un dirigente scolastico, a Wakayama. Avevo diciotto anni; dovevo accompagnare le tre figlie del dirigente e di sua moglie a scuola, occuparmi delle pulizie, tenerle impegnate durante la giornata”.
“Un dirigente?”.
“Sì. Te l’ho detto. Un dirigente scolastico”.
Era brava a raccontare. Mi concentrai su quello che diceva, controllando, ogni tanto, gli afflussi di sangue. “Hmmm”.
“Era un uomo molto ligio alle regole, lui, estremamente pratico; non avrebbe esitato a schiaffeggiare un sottoposto se avesse mancato di rispetto a lui o all’etichetta. Vestiva completi occidentali, spesso italiani: Armani, Versace, Prada, Ferrè. Le cravatte, la moglie le ordinava direttamente da Marinella; arrivava un pacco ogni due mesi. Lei era nevrotica, instabile. Cercava di essere moderna, ma era come quelle persone che hanno un occhio al presente e uno al passato e restano incarcerate a, che ne so, ieri. Aveva anche questa specie di eco: era capace di risponderti oggi a una cosa che le avevi detto il giorno prima, come se le sue parole ci avessero messo un giorno a giungere, essere decodificate, ripartire”.
“Parli strano”.
“Sei sicuro che io sia qui?”
“Non lo so”.
“Forse sono solo una proiezione della tua mente, no?”
“Forse”.
“Lo vuoi sapere?”
“Continua. Aspetta. Ci sono lupi in questa storia?”.
“Lupi? No”.
“Continua”.
“Io ero una bella ragazza”.
“Lo sei anche ora”.
“Le figlie le accompagnavo sempre a un parco vicino al castello di Wakayama, le lasciavo correre quando sapevo che il padre non sarebbe passato di lì; trascorrevo tutto il tempo con loro, ogni tanto leggevo loro qualche storia; la più piccola mi chiamava mamma”.
Si interruppe; prese alla cieca gli occhiali dal comodino, li infilò.
“Poi?”.
“Un giorno il dirigente disse di volermi accompagnare al parco. Tirò fuori una scusa – la ricordo, ma se non ti dispiace preferisco non ripeterla – e lasciò la macchina in garage. Camminava mezzo metro davanti a me; un uomo alto, benvoluto da tutti in una città che stava già declinando. Fu stranamente cortese, quel giorno, come può esserlo un uomo di quella formazione ed estrazione sociale: mi offrì da bere, visto che dovevamo camminare sotto il sole di luglio per almeno tre chilometri; un paio di volte mi aspettò perché mi si era slegata una scarpa. Quando arrivammo, discorrendo dell’educazione delle sue figlie, mi accorsi che d’improvviso cambiò tono; tornò algido come al solito, con una punta di cattiveria – come se mi fossi presa delle libertà. Mi accorsi che mentre parlava guardava di continuo una coppia di studenti che prendeva il sole e leggeva. Come si dice? Prendeva il sole o prendevano?”.
“Non lo so”.
“A un tratto, visto che non se ne andavano, mi disse Dammi le mutandine”.
“Così?”.
“Sì. Io non sapevo cosa fare. Ero intimidita. Era un uomo molto alto, dai lineamenti marcati, con i baffi, forse bello; non so come spiegartelo, ma ogni cosa nel suo atteggiamento denotava potere. Anche come inarcava la spina dorsale; la curvatura della sua spina dorsale era perfetta. Il midollo spinale non poteva che essere comodissimo. Mi sfilai le mutandine e gliele porsi; sono convinta che non fu un caso, quella lunga camminata”.
Il sangue mi confluiva piano nei corpi cavernosi. Ero troppo curioso di cosa fosse successo per precorrere i tempi. I lupi non precorrono i tempi; o forse sì. “E dopo?”.
“La cicatrice viene da lì; la sera dopo abbandonai la casa e due settimane dopo, quando mi dimisero, il Giappone”.
“E sei finita qui”.
“Nel tuo letto. Sì. Strano come si formano le mappe, no?”
Le pillole cominciavano a fare effetto. Guardai verso il basso, e così lei; vedemmo il pene torreggiare. Era qualcosa che dava il suo peso, visto così; una certa tranquillità. Il sesso eretto è tranquillizzante, se vuoi. Denota potere.
“Tocca a te”, disse; e la voce già prendeva un ritmo lento.
Io rimasi a guardarlo, che non era mai stato così regale. Lei, accanto a me, regolarizzò il suo respiro; ogni tanto le macchine le rischiaravano la ferita, che a saper leggere con le dita, chissà che messaggio avrebbe dato.
Il tempo passava.
“Non mi dici nulla?” chiese ancora. Si mise le braccia dietro la testa, e così io; restammo lì in silenzio, misurando quel silenzio che per la prima volta si allargava.
“Chissà se è mai stato felice, Kurt Cobain” dissi infine, sperando che le parole arrivassero all’aria in sincrono; attendendo che i primi fumi si levassero nel giorno che veniva.


Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha pubblicato il romanzo La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012), le poesie Parole d’amore che moriranno quando morirai (Miraggi 2016), la favola per bambini La vera storia del leone Gedeone (Corrimano 2016), le fiabe per adulti Fiabe così belle che non immaginerete mai (LiberAria 2017) e il romanzo Nudi come siamo stati (Marsilio 2017). Tiene corsi di scrittura in giro per l’Italia e pubblica una newsletter gratuita di scrittura.

Ivano Porpora – Nudi come siamo stati

giovedì, Luglio 6th, 2017

Ci sono un paio di recensioni che emotivamente mi stanno impegnando molto. Questa è una di quelle. Diciamo che da una parte la cosa è dovuta al libro e all’argomento di cui parla,  dall’altra il “problema” è chi l’ha scritto. Il fatto è che “Nudi come stiamo stati” lo ha scritto Ivano Porpora. E per quanto cerchi di essere distaccato per me Ivano non è uno scrittore come gli altri. Se non altro anche solo per il fatto che mi ha regalato un racconto per “Teorie e tecniche di INdipendenza” (bonus track: il titolo non gli è piaciuto per niente). Quindi, io vi dirò la mia sul libro, poi voi fatevi le vostre considerazioni. Non mi piacciono quelli che fanno le recensioni agli amici e fanno finta di niente. Questa è una recensione ad un amico. Esce ora, dopo un po’ di tempo, perché ero incerto se scriverla o no. Siccome il libro è arrivato alla sua seconda ristampa ho pensato di festeggiarla scrivendoci su un pezzo.

Io quando ho iniziato a leggere “Nudi come siamo stati” già l’avevo capito tutto il lavoro che c’era dietro a questo libro. Tutti gli anni che erano passati dalla prima parola alla pubblicazione. Ivano non ne ha mai fatto mistero. Su Facebook è un utente molto attivo, parla spesso di questo argomento. Però vi assicuro, anche non possedendo le informazioni di cui ero venuto a conoscenza, vi assicuro che lo si capiva, lo avreste capito anche voi, da soli.

La genesi di questo libro è stata travagliata, ma la cosa non mi deve riguardare. A me come lettore deve interessare il risultato definitivo, quello che l’autore ha deciso di dare alle stampe.

“Nudi come siamo stati” è un libro emotivamente denso. Ivano Porpora ha creato una pasta della stessa consistenza del dentifricio e che è fatta amalgamando i sensi. Una pasta che non riuscirete a togliervi dalle mani e di dosso, una pasta che vi rinfrescherà l’alito, ma proprio come il dentifricio vi farà lacrimare.

Il protagonista principale del libro, Severo, è un personaggio grandioso. Me lo sono immaginato come orso dallo sguardo perso. Al di là di questo, Severo percorre una strada, una crescita, un voler uscire da un guscio. Ah, lo so, ci sono recensioni lì fuori che hanno tirato in ballo questioni molto più complesse, ma a me che piace ravanare sull’aspetto emotivo interessano le difficoltà di Severo, difficoltà che ho percepito e fatto mie. Il rapporto con la malattia, il rapporto con il padre, il rapporto con la fidanzata, il rapporto con il maestro Arséne. Il rapporto che Severo ha con se stesso e con il mondo e la difficoltà che l’artista ha nel mettere al mondo la propria fragilità, la propria malinconia, la propria profondità di pensiero.

Ma “Nudi come siamo stati” è anche altro. Almeno per me. Quello che fa Porpora è un continuo scavare alla ricerca dei fondamenti principali di una poetica, la sua. E’ un discorso sull’arte. E’ un discorso sulla scrittura che io mi permetto umilmente di riassumere citando un passaggio del libro:

“Quando sei artista, quando ti chiami artista, non puoi non credere fino in fondo, scommettendo anche le mutande, che quell’arte ti salverà e cambierà il mondo. Sennò ti resterebbe anche il pudore; e invece il pudore è uno dei primi concetti che saltano, non è che non esista più, solo che lo sposti dandogli un nuovo significato”.

Mi viene da dire che forse questo potrebbe essere un precetto valido. Qualcosa da condividere con tutti quelli che si alzano la mattina e decidono di voler essere scrittori. Se non siete disposti ad abbandonare il pudore, non è mestiere per voi.

Ivano, che ti devo dire? Certe cose del libro le sai solo tu. Qui si può solo provare a parlarne, la difficoltà a volte sta nel fatto che libro e scrittore si mescolano e allora non sai più se stai parlando dell’uno o dell’altro.

Un’ultima cosa. “Nudi come siamo stati” che in qualche modo creerà con voi un rapporto a due vie. Vi segnerà e si lascerà segnare. Fin dalla prima apertura si apre un piccolo solco sulla copertina, una ruga che con il tempo si allarga. Un segno di vita vissuta. Oltre a questo, considerando che io non sottolineo mai i libri, trovarmi con una matita in mano mi ha stupito.

Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha pubblicato il romanzo La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012), le poesie Parole d’amore che moriranno quando morirai (Miraggi 2016), la favola per bambini La vera storia del leone Gedeone (Corrimano 2016), le fiabe per adulti Fiabe così belle che non immaginerete mai (LiberAria 2017). Tiene corsi di scrittura in giro per l’Italia e pubblica una newsletter gratuita di scrittura.

Ivano Porpora – Fiabe così belle che non immaginerete mai

giovedì, Marzo 16th, 2017

C’era una volta un reame lontanissimo, ma tipo così lontanissimo che quando ti pareva di esserci arrivato vicino ti fermavi a chiedere a un signore in giacca e cappello di panno e questo ti diceva: prosegua dritto per un bel po’, al semaforo giri a destra, poi a sinistra e poi ancora a destra a quel punto vede un ponte che però c’è solo il ponte e sotto non c’è niente, ecco, quando arriva lì poi chiede di nuovo.
Insomma, lontanissimo tipo così. E in questo reame lontanissimo c’era uno scrittore. Uno che poteva fare a meno di dormire e di guardare la televisione, ma se gli toglievi la penna di mano ti morsicava le puppole (che in quel reame lì i polpacci li chiamavano puppole).
Questo scrittore che per comodità chiameremo Ivano, anzi, Ser Ivanohe, che così c’ha anche un nome bello altisonante, questo scrittore sotto l’armatura non portava capelli, ma aveva una folta barba nera. Così folta che dentro, lui che era una persona dal cuore grande e buono, ci ospitava un’intera famiglia di scriccioli. Che stavano pure belli larghi.

Ser Ivanohe era un cavaliere errante. Errava non nel senso che sbagliava, errava che girava di continuo. Il reame lontanissimo, oltre ad essere lontanissimo era pure grandissimo, robe che da una parte all’altra parlano due lingue diverse e in mezzo c’erano almeno una dodicina di dialetti diversi: dal viadanico al baresico. Vabbè, avete capito, era grande. Punto. Ser Ivanohe che errava per questo paese a cavallo del suo fido destriero Primigi non lo faceva perché gli mancasse una casa dove stare. Anzi, ne aveva una bellissima e ci stava pure bene. Solo che ogni volta che si trovava in quella casa gli sembrava sempre che gli mancasse qualcosa e allora saliva in groppa a Primigi e prendeva la prima strada che trovava. Quando arrivava in un punto che gli sembrava adatto, scendeva da cavallo (c’aveva un modo tutto suo di scendere che tipo zompava, faceva un saltino e l’inchino, roba che se ci provi te ti portano diretto in ortopedia), tirava fuori dalla sua sacca uno dei suoi libri e cominciava a leggerlo. Di solito quando iniziava non c’era nessuno ad ascoltarlo, ma poi la gente si faceva sotto, vinceva la timidezza e si avvicinava. Rimanevano lì imbambolati a fissarlo. Ser Ivanohe poteva leggere per ore senza nemmeno aver bisogno di bere un sorso d’acqua o di mangiare un tozzo di pane perché erano le fiabe che raccontava che lo nutrivano. Raccontava fiabe divertenti, buffe, strane, tristi, malinconiche. Se gli chiedevi di raccontarti una storia d’amore potevi star sicuro che ne aveva una che ti avrebbe fatto stramazzare delle lacrime.

Quando poi calava le sera Ser Ivanohe rimetteva i libri nella sacca. A quel punto la gente gli si avvicinava e lo riempiva di complimenti. Gli diceva quanto bella fosse la sua barba, che meraviglioso destriero avesse, che simpatica e colorata fosse la sacca. Alcuni gli dicevano che le cose che avevano sentito raccontare, e sì, le chiamavano proprio “cose”, erano simpatiche, ma che loro sarebbero venuti anche se lui se ne stava fermo e muto in silenzio. Ser Ivanohe pur rispondendo a tutti con un sorriso e un grazie in cuor suo si sentiva triste e non sapeva bene perché. Dopo una delle sue letture un tizio, che per comodità chiameremo Fattore, lo prese in disparte e gli disse che a parlar di cacca nessuno dura a lungo e che se continuava a raccontar quelle fiabe strampalate lo avrebbe fatto bannare dal reame lontanissimo. Che a quel punto immaginatevi voi cosa significa andarsene da un posto così lontano e grande.

Ser Ivanohe era sempre più triste. Non capiva perché il fattore fosse così cattivo, non capiva cosa avesse fatto di male per meritarsi tali minacce. Inoltre, anche quando non parlava di cacca e la gente accorreva da lui, sembrava sempre che qualcosa non andasse per il verso giusto e se ne tornava sempre a casa con lo sguardo abbattuto e la schiena piegata.

Un giorno, dopo aver raccontato almeno quaranta fiabe, poco prima di salire sul cavallo per sparire all’orizzonte, gli si avvicinò un bambino. Al principio Ivanohe non se ne accorse. Il bambino lo tirò per la giacca e solo allora il nostro eroe si voltò. Il bambino lo guardò sorridente e gli disse: le parole che dici sono bellissime, hanno un suono meraviglioso e quando stanno tutte assieme sembra di sentire una musica che viene dal cielo. Quando sono da queste parti io vengo sempre a sentire le tue parole, anche se non ci vedo e non so come sei fatto.

Ser Ivanohe abbracciò e baciò il bambino, diede una pacca a Primigi che se ne trotterellò via e decise che quella sarebbe diventata la sua casa.

La morale di questa fiaba è triplice.

La prima è che puoi avere anche una casa, ma a volte per sentirti a casa devi fare un sacco di chilometri. La seconda è che a volte per capire qualcosa non serve vederla, basta sentirla. La terza è che per provare quello che ho provato io dovete comprare “Fiabe così belle che non immaginerete mai” scritto da Ivano Porpora e edito da LiberAria. Perché tanto, per quanto vi possa dire, solo sentendo le fiabe vi renderete conto di cosa vuol dire “Non immaginerete mai”.

E comunque il Fattore è uno stronzo.

 

Sulla blasfemia – Riccardo di San Vittore

martedì, Marzo 15th, 2016

In architettura e nell’arte esistono diverse modalità di restauro, quasi delle filosofie contrapposte. In alcuni casi si interviene direttamente sull’opera per ridargli luce e si cerca di mantenere tutto quello che c’è intorno il più simile possibile a quello che era. In altri casi, invece, oltre alla cura e all’intervento diretto sull’opera si crea un contrasto con delle strutture moderne che sono nettamente visibile e creano un contrasto che, se fatto con cura, risulta incredibilmente e paradossalmente armonico.
Succede quest’ultima cosa nell’edizione di un’opera storica come “Sulla blasfemia” (titolo originale: De spiritu blasphemie) edito da Armillaria edizioni e scritto da Riccardo di San Vittore, teologo e filosofo medievale, che ha avuto anche la “fortuna” di essere inserito da Dante nel suo Paradiso. All’interno del libro non c’è solamente una bella edizione dell’opera curata da Manlio Della Serra, ma anche quello che qui viene chiamato un “dispetto”, un racconto di narrativa moderna, scritto in questo caso da Ivano Porpora. Quindi dopo aver letto un’opera scritta nel medioevo si legge un racconto odierno, un “restauro” che da ancora più valore all’opera stessa. Sulla blasfemia ragiona e riflette sulla potenza delle parole che in certi casi hanno definito il destino di chi le ha pronunciate. La blasfemia è un concetto più profondo di un semplice insulto verso Dio anche perché per offendere seriamente la Sua gloria bisogna prima di tutto crederci. Il “dispetto” di Ivano Porpora è un racconto intitolato “Bruciavamo formiche”, un testo sull’infanzia, sull’amicizia, sulla crescita e sulla crudeltà ingenua che vive dentro ogni essere umano. Una semplice storia che ne contiene moltissime altre, raccontate con eleganza e cambi di ritmo. E soprattutto pur essendo un’opera moderna riesce ad amalgamarsi perfettamente con il testo Sulla blasfemia grazie al modo in cui Porpora riesce ad inserire la religione nella sua storia, con estrema grazia.
La casa editrice Armillaria farà uscire ogni suo titolo in tre edizioni, quella cartacea tradizionale, l’ebook e lo PseudoBook, fatto totalmente a mano, in sole 50 copie numerate e sempre diverse nel formato, nella ricerca iconografica e per la riproduzione dell’opera di un artista contemporaneo.