Archive for the ‘Fumetti’ Category

Celestia

giovedì, Giugno 4th, 2020

Celestia è l’ultimo fumetto (o graphic novel che dir si voglia) di Manuele Fior ed è stato pubblicato in due volumi da Oblomov edizioni tra il 2019 e il 2020. Opera ambiziosa che si regge su di un’atmosfera sognante e ascrivibile al genere postapocalittico, ma – come dire – in chiave poetico-evocativa, Celestia è anche una storia metafisico-fantascientifica sul mutamento e l’evoluzione dell’uomo. Tanto che se a qualcuno in vena di facezie facesse venire in mente una versione molto autoriale (e con meno effetti speciali) degli x-men non potremmo neanche dargli torto, tutto sommato. La trama dell’opera è abbastanza semplice: c’è stata una catastrofe, ci sono i sopravvissuti, tra di loro c’è gente dotata di poteri, gli eredi dell’umanità, e ci sono Dora (personaggio già raccontato da Manuele Fior in altre storie) e Pierrot, legati da questo superpotere-maledizione molto difficile da gestire. Dora e Pierrot che scappano, perché è tutto una fuga, ‘sto fumetto, scappano da Celestia, la cittadella dei superpoteri dove avrebbero potuto vivere al sicuro, senza superproblemi; e scappano dalla Venezia immaginaria in cui Manuele Fior ha ambientato la storia, ma senza mai nominarla, perché Pierrot è un tipo che si mette nei guai. Scappano scappano fino a raggiungere un’altra cittadella e conoscervi un prodigioso superbambino del domani. Non sarebbe ancora finita, in verità, ma se volete saperne di più vi consiglio di leggere il fumetto, qui ho detto pure troppo. Quel che conta aggiungere, invece, è che Celestia è un’opera a fumetti magistralmente disegnata e che le tavole di Manuele Fior, di abbacinante bellezza, vanno godute più volte in ogni dettaglio, colore e inquadratura. E pazienza se la storia, alla fine davvero troppo d’atmosfera, è pericolosamente vicina a certa “bella scrittura” che sforna romanzi senza trama, noiosi come saggi, osannati nella bolla social e poco più. Pazienza perché Manuele Fior è davvero un maestro del fumetto contemporaneo e nessuno sano di mente gli chiederebbe di essere anche Alan Moore. Non dopo aver goduto di questi straordinari disegni e di questa storia forse non megaultraoriginalissima, ma tutto sommato appassionante.

The love bunglers – Jaime Hernandez

martedì, Novembre 27th, 2018

Tornare sul luogo del delitto può essere imbarazzante non solo per l’assassino, ma anche per il lettore. Soprattutto se anche voi avete superato gli anta come il sottoscritto. Pensiamo ai classici, a quei libri famosissimi e incensati, medagliati, istituzionalizzati che ognuno di noi dice di amare e rispettare e qualche volta, sbilanciandosi, di avere persino letto. Se fate parte di quella leggendaria minoranza che oltre ad affermare di adorare i classici li ha letti per davvero, vi consiglio caldamente di non rileggerli. Meglio, molto meglio conservare il ricordo felice di una lettura fatta ad animo candido, evitando di infrangersi contro le secche della violazione continua dello show don’t tell, delle descrizioni infinite e degli spiegoni devastanti. La sorpresa di essersi innamorati di un libro (e a volta per un libro) illeggibile potrebbe essere spiacevole. Lo stesso vale per i romanzi di formazione tutti, classici o no che siano. Siamo andati fuori di testa per le gesta di un gabbiano, di un robottino, di un aviere, di un sovrano spaziale, di animali parlanti, per le paturnie di qualche giovane problematico o per le avventure metropolitan-intimiste di questo o quell’altro bel tomo? Teniamoci stretto il ricordo ed evitiamo di rileggere il dannato libro. Tornare sul luogo del delitto potrebbe servire solo a frustrare quel che resta, se ne resta qualcosa, del sentimento giovanile che fu.

È stato per questo motivo che non volevo leggere The love bunglers, gli imbranati dell’amore di Jaime Hernandez, pubblicato da Oblomov. The love bunglers è l’ultimo capitolo (ma non quello finale, penso), di Love & Rockets, il monumentale fumetto dei fratelli Gilbert, Jaime e Mario Hernandez che va avanti dal 1982 e da una vita ci tira sberle, ci fa piangere, ci fa sognare, ci fa strippare di brutto insomma boyz. Conservo la mia collezione di questo vero e proprio classico all’interno di una capsula del tempo anti-polvere e amen. Quel che è stato è stato, mai più mi sarei avvicinato alle storie degli Hernandez. O almeno così pensavo. Perché rovinare una delle più appaganti esperienze di lettura della mia vita? Mettiamoci una pietra sopra e non pensiamoci più. Ma non avevo fatto i conti con il demone del fumetto. Il bastardello si insinua sotto pelle, scava scava scava finché arriva al tuo portafogli, ti impedisce di fare la spesa e ti obbligherà a un pasto a base di gallette, ma in compagnia di The love bunglers. In questo nuovo capitolo la protagonista assoluta è Maggie, ex meccanica spaziale quando la serie era agli inizi ed era venata di succulenta fantascienza ultra pop, ed ora splendida signora, un po’ invecchiatella, molto saggia e con un conto aperto con la vita che il karma a fumetti ha finalmente deciso di saldare. Superbamente narrato da Jaime Hernandez con un magistrale gioco di flashback e salti spaziotemporali, questo megafumetto ci illustra un altro spezzone della vita della sua-nostra Maggie, che apre ampie finestre sul suo passato e – così pare a me – rende giustizia al personaggio e al lettore. Ne vien fuori un altro capolavoro di una serie già infarcita di innumervoli perle (provare per credere), che porta in dote anche la lacrimuccia che so verserete (come me). Perché a volte riprendere in mano i classici non è come tornare sul luogo del delitto. È come tornare a casa.

Senza nome

lunedì, Giugno 18th, 2018

 

L’asteroide Xibalba in rotta di collisione con il pianeta Terra, un omicidio dalle tinte occulte, una misteriosa razza aliena, una caccia all’uomo nei reami del sogno e dell’inconscio, un Dio egoista e sadico. Riavvolgere i fili che compongono l’intreccio di Nameless di Grant Morrison e Chris Burnham non è di certo un lavoro semplice, e forse alla fine neanche necessario. La storia di Senzanome, esperto di magia ed occultismo, e della sua missione (o delle sue missioni) si snoda infatti fra diversi piani di realtà, in un complesso gioco di “sogno o son desto?” che cerca di eludere la comprensione del lettore fino alla fine del racconto.

La forza di Nameless sta proprio nel fatto che la sua storia e il suo messaggio si possono apprezzare nella loro interezza solo cogliendo i vari rimandi che collegano un piano narrativo all’altro. Questi ponti  fra il reale e l’allucinazione, l’allucinazione e il sogno, il sogno e il reale, sono presi da un ampio repertorio di immagini simboliche: la mitologia Maya e polinesiana, l’occultismo crowleyano, i tarocchi, la kabbalah ebraica, l’astrologia. Se a prima vista tutto questo può incutere un senso di spaesamento e confusione, è lo stesso Morrison ad offrire delle linee guida attraverso le quali decifrare l’opera. Lo fa sia nel fumetto stesso (si pensi all’intervento dello psicologo/psichiatra che traduce l’immagine della porta di spade del pianeta alieno nel suo equivalente simbolico che si incontra nei tarocchi, il nove di spade,  rendendo esplicito il doppio livello lettura e traslando un’immagine da un piano narrativo all’altro) che in una guida posta alla fine del volume, in cui l’impianto archetipico e ideologico dell’opera viene sviscerato, senza però togliere il gusto al lettore di dover incastrare da sé i vari pezzi del puzzle.

In questo senso l’ultima fatica del mago scozzese è geniale nel suo modo di mettere in mostra le potenzialità intrinseche (ed esclusive) del fumetto come mezzo di espressione e comunicazione.

 

Prendiamo questa tavola, ad esempio,  sulla quale pone l’accento anche Morrison nella sua “guida”. Nella parte inferiore viene presentato il team di sensitivi ed esoteristi e contemporaneamente, attraverso un uso geniale dello spazio negativo fra le vignette viene mostrato il loro cruento destino. E’ chiaro che un uso del tempo e dello spazio di questo tipo può essere possibile solo attraverso il fumetto, nel quale le immagini sono presentate simultaneamente, e non in altri mezzi narrativi come il cinema, in cui le immagini sono obbligate a seguire una sequenza.

Da un punto di vista ideologico Nameless è una guerra contro l’idea di Dio espressa dalla Bibbia, non a favore di un modello laico e razionalista ma di una spiritualità occulta  considerata dall’autore più autentica e liberatoria. Ciò che conta non è però quanto la parabola lisergica di Morrison e Burnham sia condivisibile o meno ( effettivamente alcuni punti potevano essere sviluppati meglio e con più attenzione alle forme che l’idea di Dio ha assunto nella storia, si pensi soprattutto all’idea del divino che non riesce a comprendere cosa significhi essere umano) ma il modo in cui essa viene raccontata.

Il fumetto si svela attraverso Nameless come il luogo migliore in cui mostrare il sogno, l’inconscio, il mistico, in quanto è l’unico mezzo che permette di rimanere fedele alla sua natura non-lineare.

NAMELESS – SENZANOME VOL. 1
di Grant Morrison e Chris Burnham
traduzione: Leonardo Rizzi

La rivolta di Hopfrog

giovedì, Marzo 29th, 2018

Amore a prima vista per La rivolta di hopfrog e altre storie (che poi è solo un’altra storia), fumettissimo firmato da David B. e Christophe Blain e pubblicato da Oblomov. Un super combo di autori che si mette alla prova con l’epica del west, l’avventura pura e il citazionismo sfrenato. Il risultato è una gioia per gli occhi e uno sballo di storia che mischia un sacco di cose del settore avventura-orrore, ma lo fa con eleganza e classe, santo cielo, senza menare il can per l’aia. I due protagonisti dell’albo sono Hiram Lowatt, l’intellettuale yankee che alterna alla stilografica il fucile; e Placido il saggio, silenzioso capo-tribù che parla (molto) poco e pesta (molto) duro. Nella prima storia ci sono gli indiani, l’eco di Edgar Allan Poe e la tristissima, ferocissima storia della rivolta degli oggetti. Nella seconda storia, Hiram e Placido vanno in Alaska perché invitati a una conferenza e sprofondano in un altro incubo, stavolta a base di cannibalismo e cupa follia. In tutte e due le storie ci sono gli indiani, e sono fighissimi. In tutte e due le storie c ‘è un sacco di azione, una sceneggiatura che non perde mai di vista quello che sta narrando e disegni favolosi. L’unica nota negativa, come già è stato scritto su qualche altra rivista, è che i due autori non sono più tornati sui personaggi, purtroppo, e non sono uscite altre storie. Basta così, adesso, altrimenti non mi crederete più. Ma anche se avete deciso di non credermi più, fatelo un’ultima volta e leggete questo super fumetto.

Pistouvi

lunedì, Febbraio 19th, 2018

Raramente capita di leggere un fumetto così. Pistouvi di Merwan Chaban e Bertrand Gatignol, pubblicato da Tunué, è un graphic novel diviso per quadri onirico-bucolici, piccole unità narrative che si giustappongono aggiungendo ognuna un pezzo del puzzle e che ho letto con inconsueto gasamento fino alla fine. Mi sbilancio? Ebbene sì, mi sbilancio, conteniamo moltitudini di fumetti, ma quando ci vuole ci vuole. Pistouvi colpisce subito per i meravigliosi disegni in bianco e nero, che non perdono un colpo dalla prima all’ultima pagina e che da soli ne giustificherebbero l’acquisto. Ed è un’opera che va giù impapalpabile ma con un suo sottile quanto irresistibile magnetismo fino alla fine, fino all’ultima pagina e poi chissà, fino a ogni eventuale continuazione gli autori volessero trarne. Leggerlo è stato come fare il bagno in una nuvola, come la cosa più svenevole che vi possa venire in mente, ma senza vergogna o imbarazzo. Come il ricordo dell’infanzia perduta: struggente. E mi riferisco in particolare a chi ha avuto la fortuna di passarla in campagna, la benedetta infanzia, come i protagonisti di questo strepitoso fumetto: Jeanne, una bambina, e Pistouvi, la volpe amica di Jeanne. I nostri vivono nella casetta sull’albero, con loro ci sono la donna del vento, un rude, gigantesco fattore, e gli uccelli, che i due temono. Tutt’intorno a loro la natura, la società degli uomini sembra lontanissima, il mondo è magico. Pistouvi è un’opera avventuroso-allegorico che corre il rischio di non essere né fantasy né pesce proprio a causa dell’eccesso allegorico, ma vince la sfida con decisione e si candida come una delle migliori letture che possiate fare in quesi mesi. Per bambini e bambini cresciuti, Pistouvi è sogno e disegno. L’ennesima prova delle infinite potenzialità espressive delle nuvole disegnate.

Manuele Fior – L’ora dei miraggi – Oblomov

giovedì, Ottobre 19th, 2017

Una casa editrice si deve giudicare da quello che pubblica. Pare un ragionamento scontato, ma molto spesso non lo è. Chi vogliamo essere? Che messaggio vogliamo trasmettere? E sprattutto, qual é l’anima della nostra casa editrice?
Oblomov è nata da poco. Io non conosco le persone coinvolte in questa impresa (definisco impresa ogni tentativo di creare dal nulla una casa editrice) anche se ovviamente conosco di fama Igort e so che Oblomov è imparentata con La Nave di Teseo. Non conosco gli attori, ma immagino che ad un certo punto Igort si sia chiesto: cosa voglio che sia Oblomov.

La graphic novel in Italia sta prendendo piede. Ci sono librerie con sezioni dedicate e se guardate la vostra bacheca su Facebook almeno un paio dei vostri amici ne sta leggendo una e la sta definendo un capolavoro. Oblomov entra in questo settore e ci entra alla grande. Ho già avuto modo di leggere alcuni dei primi titoli con i quali hanno esordito, ma oggi vorrei  parlare di qualcosa di particolare. Qualcosa che non è una graphic novel.

“L’ora dei miraggi” di Manuele Fior non ha una trama, non ha dei dialoghi serrati e dei personaggi ai quali affezionarsi fino alle lacrime. “L’ora dei miraggi”, nelle vostre librerie, dovrebbe avere un posto a parte. Una nicchia dedicata ai testi sull’arte.
Questo volume racconta quindi anni di carriera di Manuele Fior. Fior è un artista che padroneggia con maestria molti linguaggi visivi e sfogliando il volume ve ne accorgerete. Dall’acrilico al carboncino, dalla tempera all’olio. Non c’è tecnica o materia che lui non abbia esplorato e in cui lui non abbia messo la propria anima.
“L’ora dei miraggi” è un diario di viaggio, le poche didascalie presenti nel volume ci restituiscono la voce di Fior in maniera limpida e a volte distaccata. Sembra quasi dire: faccio quello che faccio perché non c’è altro che avrei potuto fare. Questo sono io. Sono io in ogni immagine.
E allora, mentre ieri sera sfogliavo le pagine e mi soffermavo sui disegni che uno a uno mi si presentavano davanti, mi sono ricordato di quando a casa dei miei genitori mi buttavo sul letto con i volumi della Skira.
C’è quindi un po’ di tutto ne “L’ora dei miraggi”, diario, reportage, l’autobiografia di un lavoro, il piacere del disegno, le tappe di un destino segnato, le visioni del mondo che si intrecciano. Sono pagine da gustare senza frenesia.
E mentre ve le gustate con calma scoprirete che negli ultimi quindici anni Manuele Fior vi ha fatto compagnia e che magari non ve n’eravate accorti.

Cosa vuole essere Oblomov lo vedremo tra un po’. Però mi è chiaro fin d’ora che uno dei loro interessi è quello di battere sul tasto dell’arte e far conoscere l’artista oltre che la sua opera.


Manuele Fior è nato a Cesena nel 1975, ha vissuto a Venezia, a Berlino, a Oslo, ora risiede a Parigi. Artista di respiro internazionale è uno dei disegnatori più apprezzati in Italia e all’estero. Collabora con The New Yorker, Le Monde, Vanity Fair, a quotidiani come La Repubblica e Il Sole 24 Ore. Con il graphic novel Cinquanta chilometri al secondo ha vinto il Premio Fauve d’or come Miglior Album al festival Internazionale di Angoulême 2011.

Gli anni che restano di Brian Freschi e Davide Aurilia – Bao Publishing

giovedì, Ottobre 12th, 2017

Non mi vergogno delle mie emozioni. Ho letto “Gli anni che restano” di Brian Freschi e Davide Aurilia con un groppo alla gola. Dalla prima tavola all’ultima. L’avevo aperto senza sapere di preciso di cosa trattasse, quali corde emotive andasse a toccare (anche se la collocazione nel genere “Asportazione di corpo estraneo emotivo” sul sito di Bao Publishing doveva mettermi in guardia) e già dopo un paio di pagine ero perfettamente a mio agio.
“Gli anni che restano” trattano il tema del ricordo e del rimpianto. Il passato visto come una presenza ingombrante. I sogni che avevamo e che non abbiamo realizzato come presente che ci vengono a cercare e non ci danno tregua.

Mauro e Antonio sono grandi amici. Passano le loro giornate assieme, che si tratti di giocare ad essere pirati o correre dietro ad un pallone. Antonio porta sempre con sé una macchina fotografica. Un filtro con il quale cerca di processare la realtà. Poi il tempo passa, arriva l’università, arrivano le lotte politiche e, purtroppo, arriva la droga. Mauro e Antonio si separano, fino a che l’irreparabile li separa per sempre. A questo punto Mauro è quasi costretto a fare un pellegrinaggio nel proprio passato per cercare di rimettere assieme i pezzi e provare a cambiare un presente che non può che stargli stretto.

Questa, in breve, la trama. La trama però non è sufficiente a descrivere l’impatto emotivo di quest’opera. Una storia raccontata con delicatezza, in bilico tra sorrisi amari e lacrime dolci. Una storia raccontata con un disegno che evoca l’essenza della giovinezza e ci fa sprofondare nella malinconia dei ricordi. Il padre di Mauro che non c’è più, la vecchia nonna di Antonio che lo ha tirato su e che ormai sta per dare l’addio a questo mondo, la fidanzata dei tempi dell’università lasciata per motivi che ora sembrano non avere più importanza.

“Gli anni che restano” è una Graphic Novel dolorosa e bellissa. Un inno alla vita nonostante tutto. Un scendere a patti con il nostro passato per impedirgli di rovinare per sempre il nostro presente. “Gli anni che restano” è un’opera profondamente umana, che nasce da una materia così difficile da trattare come quella dei sentimenti.

Andiamo al punto, smettiamola di girarci intorno. Mi è piaciuto? Sì, da morire. Lo consiglierei? L’ho già fatto e mi hanno anche ringraziato. Ha fatto male? Moltissimo. La rileggerò? Certamente. Ho pianto? Sì.

Brian Freschi, classe 1993, scrive racconti per la rivista online “L’Inquieto” prima di diplomarsi in sceneggiatura presso l’Accademia Internazionale di Comics a Firenze. Dal 2015 collabora con il collettivo Manticora Autoproduzioni (Der Krampus, Le Piccole Morti, Maison LàLà, Nessuno ci farà entrare) e con diverse realtà del fumetto italiano. Gli anni che restano (BAO Publishing) è il suo primo graphic novel.

Davide Aurilia (Desio, 1989) comincia a lavorare nel 2013 come disegnatore nel campo pubblicitario. All’inizio del 2015 fonda un collettivo di fumettisti e illustratori emergenti dal nome “Radice”, con il quale pubblica due antologie di racconti a fumetti brevi. Per Eli Edizioni illustra Black Beauty, mentre per B COMICS realizza un racconto breve a fumetti nell’antologia “SHHH!” Nel 2017, per BAO Publishing, pubblica il suo primo graphic novel, Gli anni che restano con Brian Freschi ai testi.

Aiuto! WE3 è tornato in libreria

martedì, Luglio 25th, 2017

Ci sono momenti in cui entrare in una libreria o fumetteria riesce ancora a regalarti quell’emozione lì. Di quando su Corto Maltese c’era Il ritorno del cavaliere oscuro a puntate e correvo in edicola, traboccante di gioia, di aspettative, ignaro di quello che Frank Miler avrebbe detto, scritto e disegnato negli anni a venire. Ma se invecchiare è un’arte difficile e non a tutti gli artisti, musicanti, imbrattacarte e poetastri riesce sempre benissimo, il problema non sembra riguardare sua maestà Grant Morrison, che continua a sfornare roba di gran classe sin dall’inizio degli anni ’80. Ne è prova, tra le tante, questo WE3, uno sciccosissimo volume appena ristampato da RW Lion, scritto dallo stesso Grant Morrison, ovviamente, e disegnato da Frank Quitely. Ma cos’è WE3, vi starete chiedendo, divorati dalla curiosità che vi sta impedendo di farvi un altro tuffazzo nel mare blu? Anzi, chi sono i WE3? Ebbene, sono tre innocui animali domestici, un cane, un gatto e un coniglio, che sono stati rapiti e trasformati in una squadra di assassini cibernetici al soldo del governo o del miglior offerente. Ma le cose non andranno per il verso giusto e se anche a voi l’idea di fornire a un micio un esoscheletro da battaglia che ne amplifica a dismisura le capacità non sembra una genialata, be’… mettetevi comodi e preparatevi allo spettacolo. Semplice e allo stesso tempo profondissimo, disegnato in maniera sublime da un immenso Frank Quitely, WE3 è puro fumetto di intrattenimento, ma anche apologo filosofico e inno animalista. Insomma è un commovente capolavoro. Ecco, l’ho detto.

Siccome in estate i fumetti mi prendono benissimo (come nelle altre stagioni, a dire il vero), oggi parliamo pure di Aiuto!, un albo pubblicato da Bao qualche tempo fa, ma che non essendo una mozzarella non è destinato a scadere, non tanto presto almeno. Aiuto! è uno spiazzante fumetto splatter-pastello, una favola nera ma a colori (!?), che ci racconta la storia semplice e crudele di un manipolo di cacciatori che vogliono vendicarsi di uno scoiattolo e di un cucciolo d’orso. Detta così la faccenda appare grottesca. Vendicarsi di uno scoiattolo, di un orsetto? Uomini grandi e grossi contro esserini indifesi? Non sembra folle, non sembra assurdo, imbarazzante, patetico? Ma quante volte l’animale uomo si distingue per l’uso indiscriminato della violenza contro chi non la pensa alla sua stessa maniera, contro chi non crede nel suo stesso dio o ci crede ma in una maniera leggermente diversa? Quante persone, piante o animali abbiamo spazzato via per fare posto alle autostrade che ci porteranno diritti verso i nostri rist-o-rama preferiti, lì dove potremo ballare la danza del momento agghindati come perfetti imbecilli, magari con una bella pelliccia addosso? A quanti animali sotto le nostre case, nelle strade delle nostre fetide città inadatte a essere percorse da cuccioli e bambini, abbiamo rifiutato le nostre attenzioni perché “così vuole la legge di natura”? Aiuto! è un folle gioiellino a fumetti, una gioia per gli occhi firmata dai giovani, giovanissimi Isaak Friedl (testi e matite) e Yi Yang (coloratissimi colori) in cui gli uomini fanno quello per cui si sono sempre distinti, parlare a vanvera e sparare alla cieca, ma in cui gli animali per una volta non stanno a guardare. Un albo imperdibile per tutti gli amanti delle nuvole disegnate, degli animali e degli animali a fumetti! E in più alla fine del volume trovate pure gli adesivi in omaggio.

Il non so che…

martedì, Novembre 22nd, 2016

ballistic - copertinaCominciamo da Ballistic, un fantacientificone tutto ultraviolenza ma anche post cronenberghiano e pure post transmetropolitano e un po’ confusionario e chi più ne ha più ne metta. Pubblicato da BD edizioni, il volume è firmato da Adam Egypt Mortimer (regista dell’horror Some kind of hate, che non ho visto e… boh… forse un dì vedrò) per i testi e Darick Robertson per i disegni. E siccome si dà il caso che Robertson abbia lavorato a due dei fumetti più eccitanti, esagerati e geniali su cui lettori fortunati abbiano potuto adagiare le pupille negli ultimi anni (Transmetropolitan e The boys) be’… un po’ di curiosità viene. Eccome se viene, in special modo se la prefazione (fighissima) è di sua maestà Grant Morrison (e se non conoscete Grant Morrison quasi quasi vi invidio, perché ciò implica che avete una tonnellata di fumetti strabilianti tutta da scoprire). Peccato però che il risultato finale non sia al livello delle eminenze che ho citato fin qui. Tutto molto “wow”, tutto molto fantascientificoso e pure – come dicevamo su – cronenberghiano (in un certo qual modo, non prendetemi alla lettera), tutto molto veloce e pieno di fatti, sparatorie, mutazioni, sofisticazioni, trovate, trovatine e svolazzi, ma…. Transmetropolitan era un’altra storia.

copertina I custodi di Slade HouseI custodi di slade house è un romanzo orrorifico firmato da David Mitchell (pubblicato in Italia da Frassinelli e tradotto da Katia Bagnoli) che in confronto alla confusione di Ballistic appare sobrio, asciutto, ben stirato. David Mitchell ci racconta la storia di una casa misteriosa e dei suoi insidiosi occupanti, nonché di alcune persone che nel corso di un secolo circa avranno a che fare con questi loschi individui. Eh… sì, sto parlando proprio di quel David Mitchell da cui Lana e Lilly Wachoski hanno tratto qualche tempo fa l’imbarazzante film Cloud Atlas. Lo so che i gusti sono gusti e che probabilmente ci sono milioni di persone a cui la visione di Cloud ha ingenerato gaudio & estasi, però così è la vita, che ci vogliamo fare, quel polpettone senza né capo né coda mi fece rimpiangere di non aver visto al cinema capolavori come Beethoven 1, 2, e 3; Le comiche 1 e 2 e altre simili perle. Ma ormai è andata. Pensiamo al presente, piuttosto. Riuscirà (l’incolpevole?) David Mitchell a scrollarsi di dosso il kolossal meno colossale degli ultimi anni? Be’, sì, ce la fa. Cioè, quasi. Più o meno, insomma, perché I custodi di Slade House è un romanzo tirato a lucido da uno scrittore che sa il fatto suo e che sa giocare con l’horror classico e con noi lettori fino all’ultimo capitolo, fino allo scioglimento della vicenda, lì dove si riaffaccia, purtroppo, quel “non so che” di Cloud Atlas, quella sensazione del tipo: ma che mi stanno pigliando per il…? Alt, però, mi fermo qui e altro non aggiungo. Se volete scoprire di cosa si tratti, allora ve lo dovete leggere, questo romanzo. Da me non avrete altre informazioni, perché I custodi di Slade House tutto sommato regge bene o benissimo fino alle ultime pagine e solo lì, novello Dorando Pietri, fa patatrac.

the_goon_(c) Erik PowellLast but not least, segnalo infine la ristampa (Panini) del primo volume della serie The Goon di Eric Powell, serie caratterizzata da disegni grandiosi e storie ad alto tasso di adrenalina, genialità e fancazzismo. Fantasia al potere, insomma, ma di dubbia moralità e ubriaca marcia di liquoracci infimi. Una sbronza megagalattica di zombi, delinquenti, delinquenti zombi, maghi, bulli & pupe, locali fumosi, uomini pesce, Babbo Natale (proprio lui) e i suoi elfi cannibali, scazzottate che nemmeno Bud Spencer e Terence Hill… e poi, poi… quei disegni grandiosi (sì, lo ripeto, disegni grandiosi) che qua e là omaggiano Jack Kirby. C’è poco da dire, quest’albetto è una vera chicca e chi se lo lascia sfuggire è destinato a vagare come un morto vivente affamato di cervello fresco nel limbo del succitato “non so che”, e condannato a zampettare in eterno di scaffale in scaffale sempre alla vana ricerca di qualcosa di diverso dalla solita zuppa.

Recensioni spaziali

mercoledì, Luglio 6th, 2016

cinemahArriva l’estate, arriva il caldo, arrivano i tuffazzi e si assesta al minimo (cioè zero) la già scarsissima voglia di migliorarmi attraverso la lettura di un autore bello, buono e pulito. Uno di quegli autori, insomma, molto ammirati, ma che violano lo show don’t tell con lo stesso candore con cui i bambini ignorano le leggi della meccanica quantistica. Messe da parte le velleità pedagogiche mi sono perciò votato al fumetto, che d’estate rinfresca la mente. E la mente, si sa, è portata all’ebollizione. Basta un nonnulla, a volte. Ma per fortuna abbiamo inventato i fumetti, mi dico spesso.  Per fortuna c’è Leo Ortolani e ci sono le sue recensioni a fumetti, raccolte da Bao publishing con il titolo Cinemah – il buio in sala. Ci sarebbe ben poco da dire su Ortolani (non mi starai dicendo che non hai mai letto Ratman?). E pertanto non aggiungo altro, a parte che le sue recensioni sono esilaranti (attenzione: a quanto pare a Ortolani è piaciuto Prometheus). Tutto il resto ve lo racconterà il loquace drago de Lo hobbit.

craig thompsonPolpette spaziali di Craig Thompson è un bel fantascientificone pubblicato in Italia da Rizzoli Lizard, con cui l’autore è ritornato sul luogo del delitto con l’aiuto dell’asso americano Dave Stewart e dei suoi colori (ha collezionato più Eisner Awards Dave Stewart che palloni d’oro Messi e Cristiano Ronaldo insieme). Anche Craig Thompson, va detto per chi non lo sapesse, è un fuoriclasse. I suoi Blankets e Habibi sono diventati quasi dei classici. Hanno fatto segnare molte tacche ai fumetti “importanti” e a chi suona la relativa tromba. Ma si vede che all’autore doveva esser venuta voglia di raccontare e basta. E con gli spaziali, per giunta, e gli alieni, e queste meravigliose (e voraci) balene interstellari. Ne è venuto fuori un gran bel fumetto che parla di immigrazione stellare, di ricchi contro poveri, d’amore, abbandono e ricongiungimento. E in più ci sono un sacco di mostri, astronavi e robot. Medaglia d’oro al valor fumettoso per Craig Thompson, quindi. Per aver avuto il coraggio e la bravura, in quest’epoca di sapientoni, di realizzare un fumetto del genere. Come quelli di una volta, cioè. Un fumetto per bambini che piacerà un sacco pure ai grandi.