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Pensa il risveglio – Alessadro Cinquegrani – Recensione di Giacomo Carlesso

giovedì, Ottobre 21st, 2021

Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani, uscito per TerraRossa Edizioni, dieci anni dopo Cacciatori di frodo, nasce da una frase, caduta in fase di riscrittura e riproposta dall’autore nelle note finali, che recita:

«Ho sempre sentito il bisogno di scomparire».

La necessità di riportare alla luce e di affrontare il sentimento che ha generato queste parole si percepisce ovunque: in ciascuno dei tre piani narrativi – quello della realtà attuale, quello storico e quello immaginifico – che costituiscono il romanzo e, ancor prima, nel titolo, tratto dalla poesia Neve di Umberto Saba. L’elaborata complessità di Pensa il risveglio, con le sue molteplici chiavi di lettura, rimanda a questa profonda ed elementare autenticità.

Durante le riprese del suo film, Albert Speer è morto, Lorenzo scompare. L’attore e aiuto regista, Alberto, suo amico, nonché protagonista e narratore per gran parte del romanzo, accompagna nelle ricerche Caterina, moglie di Lorenzo. Ben presto, Alberto finisce per sostituirsi all’amico, legandosi alla donna e completando le riprese del film che intitola La nostalgia dell’acqua. Consapevole che la sua presenza dipende soltanto dall’assenza di Lorenzo, Alberto ha una crisi interiore circa la propria identità, elaborata attraverso un’intensa riflessione sul nazismo, tema centrale nel film, e in particolare sulle figure archetipiche di Speer e Mengele.

Al riguardo, è interessante osservare il ruolo che assumono nell’opera gli studi di Cinquegrani sulla narrazione della Shoah. Per esempio, nel saggio Il sacrificio di Bess (2018), ricorrendo ai tipi psicologici junghiani, identifica il prototipo del nazista col tipo pensiero estroverso puro. Mengele e Speer, in questo senso, rappresentano una doppia declinazione di tale profilo. Mentre Mengele, nell’incarnare l’essenza del male assoluto, non rinnega il proprio ideale e fugge per evitare il processo di Norimberga; Speer rimane, riuscendo a celare le proprie responsabilità in merito alla soluzione finale, da lui atrocemente approvata, salvaguardando così la sua presenza nella società. Alberto si trova di fronte alla tentazione di abbandonare Lorenzo all’oblio, riducendosi a un essere «vigliacco e approfittatore» come Speer, ma sceglie di cercare l’amico, al quale è indissolubilmente legato, e in questo modo fa i conti con la propria zona d’ombra, lasciando emergere il sentimento della vita vissuta, essiccato dalla pura razionalità, per tentare di definire la propria identità in armonia con lo scorrere del Tempo, nemico dell’Ideale nazista.

Cinquegraniriesce a veicolare un profondo contenuto etico, riabilitando, al contempo, il potenziale mitopoietico della narrazione, depauperato negli ultimi vent’anni dall’affermarsi della non fiction. La raffinata intelaiatura della trama rispecchia il travaglio interiore del protagonista alla ricerca del proprio significato nel mondo, e viceversa. Non a caso, la stessa struttura tripartita del romanzo è investita di senso dalle parole, riportate in esergo, pronunciate dal padre dell’autore nei giorni precedenti alla morte:

«Sei sicuro che sia la tua realtà quella giusta?».

È una frase diretta al figlio certo, ma può essere rivolta anche ai personaggi del romanzo e, soprattutto, ai lettori. Con Pensa il risveglio, Cinquegrani nobilita in arte quelle parole, proponendo un’opera che invita il lettore a guardarsi dentro, a porsi dei dubbi, a entrare, se necessario, in conflitto con se stesso, abbandonando l’ombra, rischiando il vuoto, per inseguire la luce.

Giacomo Carlesso

Alessandro Cinquegrani (Treviso 1974) è professore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È autore di diversi volumi di critica letteraria tra cui Solitudine di Umberto Saba (Marsilio, 2007) e Il sacrificio di Bess. Sei immagini su nazismo e contemporaneità (Mimesis, 2018). Ha esordito nella narrativa nel 2012 con il romanzo Cacciatori di frodo (Miraggi), finalista al Premio Calvino e candidato al Premio Strega, da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale omonimo (regia di Giuseppe Emiliani, protagonista Stefano Scandaletti), e che è ora in corso di traduzione in Francia. Collabora con importanti riviste di critica letteraria e cinematografica. Ha scritto la drammaturgia Medea per il Teatro Bresci, selezionata nel Circuito Off del Teatro Stabile del Veneto.

Stefano Di Lauro – Troppo lontano per andarci e tornare.

martedì, Gennaio 21st, 2020

Non sono un feticista dei libri, anzi, se dovessi considerare come tratto alcuni dei volumi che maneggio, la fine che gli faccio fare quando li caccio nello zaino, quel continuo tirarli fuori e rimetterli dentro, se dovessi considerare tutto questo e ci fosse un tribunale dei libri è probabile che subirei una condanna esemplare. Ci sono però alcune case editrici per le quali faccio un’eccezione. Una di queste è Exorma. Credo che tenere in mano uno dei loro libri sia un’esperienza sensoriale appagante, credo che sfogliarli contribuisca ad aumentare il piacere della lettura, soprattutto se ti capitano tra le mani libri come questo.

Un’altra piccola prefazione. Non è facile pubblicare autori italiani, questo è quello che ho sentito dire da più parti. Molto spesso, mi dicono, è difficile scandagliare i migliaia di manoscritti che arrivano in redazione, trovare qualcosa che valga la pena pubblicare, qualcosa che rifletta l’idea che ha l’editore. Non sono inserito in questi meccanismi, ma nel mio piccolo posso capire le difficoltà. È per questo che trovo confortante avere un editore che, sulla narrativa italiana, sta facendo bene.

E veniamo al libro finalmente. “Troppo lontano per andarci e tornare” di Stefano Di Lauro è un libro davvero particolare, un libro che non mi sarei stupito di leggere già agli inizi del ‘900, se non prima. La storia ruota attorno ad un fantomatico circo, il “Au diable vauvert“. Questa espressione francese indica un luogo lontano, un po’ come se dicessimo “I confini del mondo”. E già il nome stesso del circo ci porta in un piano onirico in cui i personaggi sembrano danzare davanti ai nostri occhi, oppure, stanno seduti davanti a un fuoco a raccontare la loro storia. Méliès (detto Orlano), Louise detta Lou, la gigantessa Mardea, il suo contrario Nounours, Chouchou lo scimpanzé e gli altri sono uno spettacolo dentro allo spettacolo, perché anche se non ci è possibile assistere alle evoluzioni circensi, la loro stesas vita ci sembra degna di essere osservata con emozione e trasporto.

Il 31 dicembre 1899 il circo salpa su un piroscato chiamato “Holy Steam” (già qui ci sarebbero spunti sufficienti per parlare del parallelismo tra il sacro e il profano), partendo dalla Francia in direzione dell’Argentina e il viaggio, oltre che caricare i protagonisti di aspettative per ciò che gli riserverà il futuro, è un pretesto per entrare nella loro vita, per farsi raccontare cosa li ha portati fino a quel punto e per farlo non c’è nemmeno bisogno che paghiamo il biglietto.

Un commento a parte va riservato alla scrittura di Stefano Di Lauro. Credo che una storia, per essere raccontata bene, richieda un proprio stile e una propria lingua. In “Troppo lontano per andarci e tornare” Di Lauro trova l’unico stile che poteva dare vita a questa storia. Si cala in una lingua affascinante e melodiosa, piena di evoluzioni e decorazioni, una lingua che sembra uscita dai libri del primo novecento e che nononostante sembri provenire da un tempo lontano riesce a farsi sentire attuale, non cerca mai di allontanarci. Storia, lingua e stile vanno di pari passo e si amalgamano per dare vita a una nuova forma, a questo libro che affascina e che sembra vivere fuori dal tempo e ripescare tradizioni settecentesche del romanzo di viaggio.

Mi sembra di poter dire che Stefano Di Lauro, con “Troppo lontano per andarci e tornare” ci faccia riscoprire il piacere di ascoltare una storia, una storia che ha quasi del magico, in cui gli elementi portati da ognuno dei personaggi si intrecciano a formare una trama preziosa, un tessuto morbido e avvolgente, un senso di calore. Il calore che ho provato leggendo questo libro carico di simbolismi e capace di mantenere un solido equilibrio tra i momenti oserei dire più magici e quelli in cui le descrizioni si fanno più realistiche. “Troppo lontano per andarci e tornare” può essere considerato un romanzo “classico” per come la lingua sembra appropriarsi di note antiche, ma mantiene, nel modo in cui Di Lauro tratta le storie, un tono moderno e quantomai godibile.

Stefano Di Lauro si definisce un mitonauta. È autore, regista e compositore.
Ha pubblicato Eroine_ nient’altro da dichiarare (2012) e Dittico dell’amore osceno (2011) per Shamba Edizioni; La mosca nel bicchiere – La poetica di Carmelo Bene (Icaro, 2007); ÒperÉ (Besa, 2006).
Come regista teatrale ha lavorato in Italia e in molti paesi esteri. Autore di testi teatrali, adattamenti di opere straniere e riscritture di classici, ha anche realizzato opere di video-arte e documentari, e scritto musiche di scena affiancando numerosi progetti musicali e discografici.
Da bambino stravedeva per l’arte primitiva e gli innesti botanici.
Memorie di un delfino spiaggiato è il titolo orfano del libro che non scriverà mai.

Robert Coover – La babysitter e altre storie

martedì, Dicembre 17th, 2019

Quando, all’incirca a maggio 2019, mi è capitato in mano un estratto di quello che sarebbe poi stato “La babysitter e altre storie” di Robert Coover mi sono subito reso conto che stavo leggendo un autore diverso da quelli che stavo frequentando nell’ultimo periodo e l’impatto con la sua scrittura era stato decisamente interessante. Aveva smosso qualcosa. Aveva, in alcuni momenti, la forza di ricordarmi come mi ero sentito mentre leggevo le folli e deliranti narrazioni di Barthelme e quindi, in un certo senso, mi sembrava di aver incontrato un cugino che non vedevo da perecchio tempo.

Qualche settimana fa ho iniziato a leggere “La babysitter e altre storie” di Coover, cercando di lasciare quanto più spazio possibile tra un racconto e l’altro come se leggendoli in fitta sequenza rischiassi di diminuire il potere di quelle storie. Alla fine, toccato l’ultimo punto, sono giunto all’umile conclusione che Robert Coover è un pazzo e, in equal misura, un genio. Uno scrittore che, in apparenza, non si è mai curato di ciò che fosse giusto dare al pubblico, nessuna pappa preconfezionata, nessuna mano tesa verso il lettore distratto. Se vuoi leggere Coover devi uscire (metaforicamente, si intende) dal letto, prendere la porta di casa, avventurarti per strada e andare a suonare al portone di casa sua.

“La Babysitter e altre storie” è una raccolta che include trenta racconti scritti in un arco temporale piuttosto ampio (capace di dare un’immagine chiare di quello che Coover è come scrittore) e la particolarità più spiccata della curatela di Luca Pantarotto e Serena Daniele (che traduce anche uno dei racconti della raccolta) è che ognuno dei trenta racconti è stato tradotto da un traduttore diverso. Il che, ma ci ritornerò dopo, dice molto più di Coover di quanto non si possa immaginare.

Di primo acchitto mi viene da dire che in questa raccolta non ci siano due racconti uguali. Alcuni hanno strutture che si assomigliano, ma non combaciano mai completamente. Mi riservo di rileggerne alcuni perché, non faccio fatica ad ammetterlo, ne sono rimasto talmente spiazzato da aver avuto la chiara impressione di non averci capito nulla. Cosa che apprezzo perché, al piacere della lettura si somma anche un certo gusto per la sfida intellettuale. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è probabilmente l’esempio lampante di come Coover riesca a colpire il lettore all’improvviso e senza pietà. Il racconto è struttura in blocchi non seguenziali, ma leggendolo si ha pure l’impressione che le storie intrecciate siano più di una e che divergano nell’esito finale. Questo tipo di costruzione dà un senso di angoscia crescente che, nell’ultimo blocco, trova sfogo e lascia con una nota di incredulità.

L’idea che mi sono fatto di Coover come scrittore è che lui abbia cercato di decifrare la realtà delle cose attraverso un uso combinatorio degli elementi del testo. In più di un momento, mentre leggevo, mi sono chiesto se quello che stava facendo lo scrittore non fosse altro che prendere la letteratura “tradizionale”, smontarla per poi rimontarla in modi sempre diversi per cercare di dare un’interpretazione del reale quanto più vicina possibile. A Coover sembra non bastare la pagina, sembra voler straripare ai lati del foglio, gioca con gli elementi, con le sequenze temporali e con le regole che definiscono lo spazio. Lo stato di confusione che alcuni di questi racconti producono ha lo stesso sapore di quella confusione che proviamo quando, di fronte alla vita, questa ci coglie impreparata.

Torno per un attimo alla questione traduzione. Come accenavo prima, la casa editrice ha deciso di affidare ogni racconto a un traduttore diverso. Quindi, matematica in testa, trenta racconti fanno trenta traduttori. Mi ero chiesto il perché di una simile operazione, poi, leggendo il libro, credo di essermi risposto almeno in parte. Il fatto è che Coover non è un unico scrittore, non ha uno stile e una voce univoca, se vogliamo ciò che lo caratterizza è la sperimentazione mai fine a se stessa. Il fatto che ogni traduttore abbia apposto la propria firma ad un racconto rende ancora più evidente il fatto che Coover sia uno scrittore dalle personalità multiple.

Perché leggere questo libro dunque? I motivi sono diversi. Il primo, il più importante è che “La babysitter e altre storie” è un gran bel libro. Il secondo ha a che fare con la diversità che ogni racconto porta dentro di sé. Un terzo motivo, magari più interessante per chi scrive, è che leggendo questo libro si riesce a capire molto bene come sia possibile stiracchiare i limiti della scrittura senza compiere un gestovuoto e sterile. Il quarto e, per ora ultimo motivo, è che la sensazione di non avere completamente colto il significato (o anche solo la trama) di un racconto è un ottimo carburante per la mente.

Ecco la lista dei traduttori coinvolti nel progetto.

Ada Arduini, Chiara Baffa, Katia Bagnoli, Massimo Bocchiola, Luca Briasco, Guido Calza, Silvia Castoldi, Franca Cavagnoli, Gaja Cenciarelli, Matteo Colombo, Fabio Cremonesi, Serena Daniele, Riccardo Duranti, Laura Gazzarrini, Daniele A. Gewurz, Gioia Guerzoni, Eva Kampmann, Cristiana Mennella, Laura Noulian, Vito Ogro, Monica Pareschi, Silvia Pareschi, Alberto Rollo, Silvia Rota Sperti, Roberto Serrai, Chiara Stangalino, Sara Sullam, Claudia Tarolo, Martina Testa, Isabella Zani.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

Salvatore Scibona – Il volontario

giovedì, Dicembre 12th, 2019

Da qualche anno a questa parte ho deciso di non fare la classica lista di letture consigliate per gli acquisti di Natale. Tanto più che se vi serve un consiglio per comprare un libro da regalare significa che forse non conoscete bene quella persona e quindi non è il caso di mettergli un libro sotto l’albero. Ma a parte queste considerazioni personali mi auguro che dopo aver letto questa recensione, se sarete tra gli scaffali di una libreria, in preda agli spasmi di un acquisto compulsivo o, per l’appunto, indirizzati verso un regalo da fare a qualcuno (magari a voi stessi), beh, mi auguro che vi venga voglia di prendere in mano “Il volontario” di Salvatore Scibona e di sfogliarlo, di leggerne qualche pagina a caso e di fare come è successo a me, innamorarmene.

Il libro, per quel che mi riguarda parte in un modo tecnicamente perfetto, lasciando cioè delle strade aperte che all’apparenza sembrano non chiudersi, ma che alla fine rendono il libro davvero perfetto. La prima quella del ragazzino in aereoporto che parla una lingua incomprensibile, la seconda quella del soldato che lo va a prendere e viene colto dal panico e poi si parte sul serio con la storia de “Il volontario“, Vollie.
Scibona ci fa seguire le avventure di Vollie, dalla famiglia anonima in cui è nato, al Vietnam, dalle missioni suicide ai servizi segreti, dall’anonimato imposto dal ruolo alla comune fondata sull’amore libero, dall’amore libero alla violenza, ce le fa seguire facendoci immergere nella storia grazie ad una lingua che si rivela essere, fin dall’inizio, avvolgente. Tanto per capirci, avete presente quando fuori la temperatura è sotto zero, voi uscite di casa di mattina, quando è ancora buio, la brina ha imbiancato i prati e i campi e voi state letteralmente ghiacciando? Ecco, immaginatevi che qualcuno vi dia una calda sciarpa di lana lavata da poco, profumata e soffice…questo è l’effetto che ha fatto su di me la scrittura di Salvatore Scibona.

“Il volontario” è un libro avvincente, un libro difficile da mettere giù dopo averlo iniziato. C’è nelle sue pagine un livello di analisi della società americana davvero profondo. Partendo da quando Vollie decide di fuggire da casa e arruolarsi, come se l’idea di andare in un paese straniero e uccidere o farsi uccidere in nome di ideali ben poco chiari fosse molto più coinvolgente dell’idea di restarsene a casa propria e dedicare una vita di sacrifici alla terra e alla famiglia. Ma anche l’esperienza stessa del Vietnam viene vista sotto uno sguardo acuto, la determinazione della vergogna per aver partecipato ad un conflitto impopolare, l’essere costretto a rifarsi un nome per non dover affrontare gli sguardi severi dei compatrioti rimasti a casa. Ma, sia ben chiaro, questo non è un semplice libro sul Vietnam, è un libro che affronta le relazioni umane a un livello più alto, un livello che ingloba il conflitto in tutte le sue sfumature.

Tutto in questo libro mi fa dire: leggetelo. A partire dall’ipnotica copertina fino ad arrivare alla traduzione di Michele Martino. Quindi, fermo restando il vostro diritto di comprare e non comprare ciò che preferite, vi suggerisco solo di afferrare il libro, aprirlo a caso, leggerne un paio di pagine e poi trarre le vostre conclusioni che, sono sicuro, saranno molto simili alle mie.

Salvatore Scibona è nato a Cleveland, Ohio, nel 1975. Con il suo romanzo d’esordio, La fine (66thand2nd, 2011), è stato inserito nei 20 Under 40 del «New Yorker» e nella shortlist del National Book Award. Si è aggiudicato il Young Lions Fiction Award, il Pushcart Prize, l’O. Henry Award e il Whiting Award, oltre a ricevere un Guggenheim Fellowship. Attualmente dirige il Dorothy and Lewis B. Cullman Center for Scholars and Writers della New York Public Library. 

Raffaella D’Elia – Ritmi di veglia

giovedì, Dicembre 5th, 2019

Prima di iniziare a parlare di “Ritmi di veglia” di Raffaella D’Elia credo sia giusto dare al lettore un avvertimento: non fidatevi del fatto che il libro sia minuscolo e abbia l’aria di essere innocuo. In realtà, sotto molti punti di vista questo è un libro tutt’altro che innocuo, direi che, all’opposto, si possa dire che “Ritmi di veglia” sia un libro feroce. Sono poco più di cento pagine che richiedono un ritmo di lettura lento, poi dirò per quale motivo.

La protagonista di “Ritmi di veglia” è Ida. Ida e la danza. Danza che appare costantemente per tutta la durata del libro e mi sembra assumere, via via, significati sempre diversi. Danza come fatica, come esercizio fisico, come logorio; danza come speranza attesa e disattesa, come rimpianto e negazione, danza come meditazione, come traguardo, come modo per portare all’estremo la propria solitudine. La solitudine in effetti sembra essere l’essenza più pura di Ida. Stupisce, nel mondo in cui viviamo, con le continue sollecitazioni a cui siamo sottoposti quotidianamente, che il suo essere più profondo cerchi di allontanarsi da tutto e da tutti, che tenga al minimo le interazioni con il prossimo, che si crogioli nell’essere l’unico abitante del pianeta Ida. Stupisce la continua esplorazione dell’Io di questo personaggio precario.

Il libro mi è sembrato un complesso (complesso come fattore positivo dato dalla capacita dell’autrice nel costruire un meccanismo perfettamente funzionante) flusso di coscienza in cui i pensieri di Ida si susseguono interconnessi, questi sì, uno all’altro. Quasi come se la corsa alle connessioni sociali con il prossimo fossero vissute da Ida come spinta a entrare in contatto con le parti più profonde, più vere, più terribili di se stessa.

La scrittura di Raffaella D’Elia è dunque abile supposto alla costruzione di questo libro ed è meccanismo capace di donare al lettore un preciso ritmo di lettura. E qui veniamo a quanto dicevo sopra a proposito del lento ritmo di lettura. La mia può essere stata un’esperienza solamente personale, ma ho avuto la forte impressione che fosse il libro a indicarmi il passo. Ho provato più di una volta, a mo di esperimento, a scappare via con una lettura veloce, ma subito il respiro rallentava, il passo diminuiva e mi ritrovavo a voltare le pagine con un ritmo costante. Ho anche l’impressione che una simile cosa possa succedere solo se la scrittrice è riuscita a padroneggiare con fermezza la propria voce.

Raffaella D’Elia (Roma, 1979) ha scritto Adorazione (Edilet, 2009), Come le stelle fisse (Empirìa, 2014). Collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie tra cui «l’Unità», «il Riformista», «L’Indice dei libri del mese», «alfabeta2», «Nuovi Argomenti», «Belfagor». Si è occupata di autori quali Sanguineti, Bachmann, Walser, Weil, Campo, Ortese. Suoi contributi critici e in prosa sono presenti, tra gli altri, in La terra della prosa. Narratori italiani degli anni Zero (2014), nella riedizione del volume Gruppo 63, Il romanzo sperimentale (2013) per L’Orma, e nell’antologia Con gli occhi aperti (Exòrma, 2016).

Willy Vlautin – The Free

martedì, Dicembre 3rd, 2019

Willy Vlautin alla fine di “Io sarò qualcuno” mi aveva lasciato con l’amaro in bocca. La conclusione delle storia di Horace Hopper mi aveva messo emotivamente alla prova e quindi era da lì che partivo e, in un certo senso, le prime pagine di “The free” sono una continuazione di quel mood uggioso e malinconico che mi era piaciuto.

“The free” racconta la storia di Leroy Kervin, un ragazzo che si arruola nella Guardia Nazionale, viene mandato in Iraq e, in seguito ad un’esplosione, finisce in una casa di cura per persone malate di mente. Attorno a questa tragica storia Vlautin ne intreccia altre. Quella di Freddie, che per tirare avanti si sobbarca due lavori, uno in un colorificio e l’altro come guardiano notturno nella casa di cura dove vive Leroy. Freddie ha una vita difficile, una delle due figlie ha avuto problemi di salute molto seri che hanno dato luogo a spese mediche molto pensati e, di conseguenza, hanno portato a debiti che Freddie fatica a chiudere. La moglie se n’è andata portandosi via le bambine e lui sta per perdere la casa sulla quale ha acceso due ipoteche.

Ma c’è anche la storia di Pauline, infermiera nell’ospedale dove viene portato Leroy. Ha un padre instabile che non accende mai il riscaldamento e non mangia le verdure, capace di scoppi d’ira a attimi di dolcezza sofferente. Pauline instaura con i pazienti un rapporto umano, si fa coinvolgere fino al punto di mettere a rischio la propria incolumità, soprattuto nelle speranza di poter salvare una ragazzina dalla vita burrascosa.

E poi c’è la storia che Leroy racconta a se stesso negli attimi di lucidità, mentre è disteso sul letto dell’ospedale e i farmaci lo mantengono in uno stato di sonno chimico in cui il cervello continua a macinare. La madre, Darla, lo veglia leggendo romanzi di fantascienza e la mente di Leroy crea una storia propria in cui i protagonisti sono Leroy stesso e la fidanzata Jennifer e, soprattutto, una fantomatica organizzazione denominata “The free” che scova e uccide le persone con il marchio.

Ciò che succede in questo libro di una bellezza sfavillante, la testimonianza di come le vite delle persone possano riprendere colore nonostante la tragedia sia sempre in agguato. Una vitalità che sembra quasi impossibile sopprimere. Leroy ne è l’esempio lampante. Costretto in uno stato di immobilità, prima mentale che fisica, riesce, con l’ultimo atto di lucidità a compiere l’unica azione che lo renderebbe libero. Questo, in qualche modo, influenza anche le vite di Pauline, di Freddie, di Darla e di Jennifer.

Willy Vlautin sa arrivare al cuore dei suoi lettori perché è in grado di leggere il cuore dei personaggi di cui parla. Le storie che scrive sono delicate e malinconiche, “The free” finisce con una nota di speranza che in “Io sarò qualcuno” veniva totalmente a mancare. Quindi, il prossimo libro di Vlautin che leggerò partirà da qui e sono certo che sarà un’altra meravigliosa lettura.

Ottima traduzione di Gianluca Testani.

Da quando Jimenez edizioni è nata non mi ha mai deluso. I cinque libri che ho letto dal loro catalogo di narrativa mostrano una continuità qualitativa che fa ben sperare per il proseguo della loro vita editoriale.

Nato e cresciuto a Reno, in Nevada, Willy Vlautin è scrittore e musicista. È autore di The Motel Life, 2006 (di prossima pubblicazione per Jimenez), Northline, 2008 (Verso Nord, Quarup 2013), Lean on Pete, 2010 (La ballata di Charley Thompson, Mondadori 2014), The Free, 2014, e Don’t Skip Out on Me, 2018 (Io sarò qualcuno, Jimenez 2018).

Da La ballata di Charley Thompson è stato tratto il film Lean on Pete di Andrew Haigh, uscito negli Stati Uniti nel 2017. Nel 2019, con Io sarò qualcuno, è stato finalista al Pen/Faulkner Award, uno dei più prestigiosi premi letterari degli Stati Uniti.

Jean Webster – Papà Gambalunga: Edizione integrale e annotata

lunedì, Novembre 25th, 2019

Per chi legge con un occhio di riguardo alle case editrici indipendenti credo non ci sia niente di meglio che fare la conoscenza di una nuova realtà editoriale attraverso un buon libro. Posso dire che con Caravaggio editore mi è capitato proprio questo, non conoscevo l’editore e il libro che ho letto mi è piaciuto molto.

Il libro è “Papà Gambalunga” di Jean Webster che Caravaggio pubblica in un’edizione integrale e annotata a cura di Enrico de Luca, che si occupa anche della traduzione assieme a Miriam Chiaromonte.

Il titolo del libro potrà esservi familiare in quanto da quest’opera è stato tratto un anime giapponese che ha avuto un discreto successo anche in Italia. La storia ripresa dall’anime è abbastanza fedele rispetto a quanto viene raccontato nel libro, ma a mio parere, come spesso accade in questi casi, la versione originale, il mezzo originale è decisamente migliore.

Il romanzo si sviluppa con una breve introduzione nella quale facciamo conoscenza di Jerusha Abbott (Judy), un’orfana dell’istituto John Grier che non ha mai conosciuto i genitori e ha ottenuto un nome dalla tutrice. Il cognome è stato preso dall’elenco telefonico, il nome da una lapide. Nell’introduzione inoltre viene spiegato a Judy che la sua abilità nella scrittura ha colpito uno dei membri della commissione che si occupa di gestire l’orfanotrofio il quale ha deciso di farle proseguire gli studi con l’idea che lei diventi una scrittrice. Unica condizione: Judy deve scrivere al suo benefattore almeno una lettera al mese per fargli conoscere i progressi scolastici.
Judy non ha idea di chi si nasconda dietro all’anonimato, ha solo visto un’ombra su un muro, un’ombra che restituisce l’immagine di un uomo con le gambe molto lunghe.

Da questo punto in poi il romanzo diventa epistolare. Abbiamo solo le lettere che Judy scrive a John Smith (così ha deciso di farsi chiamare il benefattore) e nelle quali, con dovizia di particolari e un senso dell’umorismo fuori dal comune (e direi anche un po’ si sfacciataggine) descrive la vita all’interno della scuola e gli stati d’animo che la attraversano. Accanto ad un continuo senso di scoperta ed emancipazione Judy prova la vergogna di essere fuori posto, di non essere sincere con le persone che le sono accanto, con le compagne di stanza ma, soprattutto, con Jervis, un ragazzo di ottima famiglia del quale lei si innamora.

Nelle missive rivolte a John Smith c’è tutto, c’è anche un certo astio adolescenziale nei confronti della figura del benefattore capace di atti di estrema generosità, ma anche di darle istruizioni che limitano la necessità che Judy ha di esplorare un mondo che non è il suo.

Non darò ulteriori elementi di trama per non rovinare il libro a chi non ha visto il cartone animato su Italia uno trasmesso agli inizi degli anni ’90. Mi limiterò a dire che il romanzo “Papà Gambalunga” è stata una lettura davvero piacevo. Judy è un personaggio per il quale non si può che nutrire un’instintiva simpatia. L’edizione Caravaggio è curata davvero molto bene e all’interno del volume ci sono anche le illustrazioni originali dell’autrice, nonché le note del curatore.

JEAN WEBSTER, all’anagrafe Alice Jane Chandler Webster (1876-1916), la cui madre era nipote di Mark Twain, è stata una scrittrice americana che si interessò anche di questioni sociali, supportando istruzione e suffragio femminili. Fra i suoi romanzi: When Patty Wentto College (1903), The Four Pools Mystery (1908), Much Ado About Peter (1909), Just Patty (1911), Daddy-Long-Legs (1912) e il suo seguito Dear Enemy (1915).

Ginevra Lamberti – Perché comincio dalla fine

venerdì, Novembre 22nd, 2019

Le strade di Ginevra Lamberti e di Senzaudio (forse meglio dire le mie) si sono incrociate spesso da quando, qualche anno fa, Nottetempo fece uscire “La ragione più che altro”. Un libro che ha avuto, fin da subito, un grande successo e che a me era piaciuto talmente tanto che, quando ho dovuto scegliere gli autori a cui chiedere un racconto per la raccolta “Teorie e tecniche di Indipendenza” non ho potuto fare a meno che pensare a Ginevra. Sono quindi felice di poter dire che con “Perché comincio dalla fine” Ginevra Lamberti ha fatto ancora meglio del libro precedente.

“Perché comincio dalla fine” è un libro che parla di morte. E vi fermo subito. Non parla di morte con quella pesantezza tipica che ti fa venir voglia di farti sotterrare sotto due metri di terra. Parla di morte con leggerezza, acume, sensibilità; ne parla con ironia e rispetto. Che poi secondo me sono i due elementi chiavi per trattare qualsiasi argomento.

Nel libro quindi incontriamo la protagonista, un Io che è molto vicino a quello della scrittrice, tale da poter essere, in molti casi, sovrapposto. L’Io in questione si avventura in un viaggio che ha, come scopo, quello di andare a conoscere i vari aspetti della morte. Ci troviamo alle prese con il cimitero di San Michele a Venezia, con la Taffo onoranze funebri (resa nota a livello nazionale da una campagna social molto aggressiva che tratta la morte partendo dalla vita), con docenti di Master che organizzano corsi di studio sulla morte; leggiamo poi di tanatoprassi o di come farci seppellire dentro un guscio biodegradabile in modo che il nostro corpo dia nutrimento e vita. Tutto questo inframmezzato con elementi autobiografici che sfociano nell’autofiction, tutto equilibrato e piacevole da leggere.

E infatti si arriva alla fine del libro senza nemmeno accorgersene, ma ci si rende però conto che avremmo potuto continuare per altre cento, duecento pagine.
Perché, e qui secondo me c’è tanto del mio modo di intendere la vita in quello che sto per dire, gli elementi più vicini alla commedia che troviamo nel libro di Ginevra Lamberti, fanno diventare ancora più solenni quei passi in cui la morte si presenta con tutta la sua forza dirompente, quegli attimi in cui la morte picchietta la spalla di Ginevra e si fa vedere da vicino.

Non ho dubbi che questo sia uno di quei libri che verranno scoperti e riscoperti in continuazione perché “Perché comincio dalla fine” ha il potere di essere consolatorio, di aiutarci ad attraversare un momento buio per uscirne con un sorriso.


Ginevra Lamberti 
 è nata nel 1985 e vive a Venezia. Il suo primo romanzo, La questione più che altro, uscito nel 2015 per nottetempo, è stato pubblicato anche in Francia. Suoi racconti sono stati tradotti in tedesco e in cinese.

Gabrielle Filteau-Chiba – Nella Tana

giovedì, Novembre 14th, 2019

Ora che ci prepariamo ad affrontare un altro inverno, una lettura come quella di Gabrielle Filteau-Chiba fa decisamente venire i brividi. È molto facile immaginarsi la protagonista del libro alle prese con la propria sopravvivenza.

Anouk decide di fuggire da Montréal e stabilirsi in Kamouraska, una regione selvaggia del Canada in cui l’inverno sembra fagocitare tutto quello che la circonda. Un inverno che pare non finire mai e che la metterà a dura prova, un inverno che cercherà di annientarla nel corpo e nello spirito, che produrrà ferite sia metaforiche che vere e proprie e che se ne andrà lasciandole un senso di emancipazione.

Si può riassumere in poche righe “Nella tana” di Gabrielle Filteau-Chiba, la sua Anouk, esponente del femminismo rurale, decide che la vita che conduce in città ha qualcosa di corrodono, non funziona. Contro i pareri contrari degli amici e dei genitori, Anouk se ne va in una zona in cui la natura comanda su tutto. Una natura che sa essere meravigliosa e feroce allo stesso tempo. Le giornate vengono scandite dalla necessità di ravvivare il fuoco e tenere lontana la morte per ipotermia, fino a che Anouk non inizia a desiderare che dalla porta della sua baita entri un uomo. La sua è una necessità quasi carnale, primaria.

Devo dire che, come a volte mi accade, ho faticato a staccare l’autrice dal suo Io narrativo, mi è sembrata forte la vicinanza, probabilmente dovuta al fatto che avevo letto alcune note biografiche di Gabrielle Filteau-Chiba e le avevo trovate molto in linea con i pensieri e le azioni di Anouk. Un libro che diventa quindi passionale, quasi erotico in certi punti e che riesce a portare tutto su un piano di tangibilità grazie al quale sembra sia possibile trasportare su di sé ogni sensazione descritta nel libro. Sentiamo il freddo, la fame, il desiderio, il dolore, l’ansia e l’angoscia, sentiamo ogni cosa.

È interessante anche il modo in cui la scrittrice tratta la possibilità che Anouk muoia, l’accettazione di un destino che potrebbe diventare da un momento all’altro ineluttabile, un abbandono quasi totale alle regole del gioco quando le regole sono dettate da uno dei giocatori: Kamouraska

Traduzione di Federico Zaniboni, edito da Edizioni Lindau.

Gabrielle Filteau-Chiba vive in una casa alimentata dall’energia solare sulla riva del fiume Kamouraska, in Québec. Scrive, traduce e difende la bellezza naturale della sua regione adottiva. Nella tana è il suo primo romanzo.

Giacomo Verri – Un altro candore

mercoledì, Novembre 13th, 2019

A volte tendiamo a dimenticare che i momenti più importanti della storia sono stati tali perché dietro c’erano delle persone in carne e ossa. Tendiamo a dimenticare il particolare per il globale, spesso poi, per affrontare il particolare ci dimentichiamo completamente della cornice che accoglie i personaggi. Giacomo Verri con il suo ultimo libro pubblicato da Nutrimenti, ottima casa editrice di Roma, non lo ha fatto. “Un altro candore” è un esempio di come le due strade possano proseguire parallelamente senza bisogno di favorirne una a discapito dell’altra.

Un altro candore” inizia a metà degli anni novanta, in un momento in cui la situazione politica italiana sta cambiando e detterà la strada che porta fino ai giorni nostri; c’è nell’aria uno sfrenato edonismo che porterà a sacrificare il bene comune per favorire il bene personale, che porterà a cercare alibi per qualsiasi cosa, come fossimo bambini viziati. La storia è quella di Claudio, un uomo ormai vecchio che deve far fronte ad un incidente che coinvolge la moglie. Sul letto d’ospedale la moglie gli confessa di aver letto delle lettere che ha ricevuto in gioventù, lettere che riguardano lui e un amore nato nei giorni bui, in Valsesia, un amore omosessuale mai completamente sopito anche se, così voleva il “buonsenso”, è stato necessario andare avanti, sposarsi, mettere su famiglia, fare i “normali”.

Giacomo Verri gioca dunque tra un tempo presente (anche se per noi già lontano) e un passato remoto in cui le vicende personali degli eroi si intrecciano profondamente con quelle della Storia con la S maiuscola. La resistenza, la vita da fuggitivo, da bestia; una volta prede e una volta predatori, una volta lordati di sangue e una volta assassini senza pietà. La violenza e l’amore, entrambe influenzeranno la vita delle persona coinvolte in questa storia. Chi non si rassegnerà a ciò che e stato e ne porterà i segni fino alla morte, chi proverà a staccarsene e cercherà di vivere una vita normale, ma sarà costretto a tornare sui propri passi e accettare il fato avverso.

“Un altro candore” è un ottimo libro e Verri conosce molto bene la materia di cui parla. Anche i suoi libri precedenti hanno, come sfondo, la stessa valle e le stesse tematiche. La solidità con cui tratta gli argomenti storici del libro è davvero impressionante, si capisce che dietro c’è uno studio e una passione fuori dal comune. In quest’ottica, i personaggi hanno trovato un terreno solido su cui compiere le proprie acrobazie, cosa che non sarebbe stata affatto possibile se lo scrittore non avesse avuto il polso della situazione.

Ottima lettura autunnale.

Giacomo Verri è nato nel 1978 a Borgosesia (VC), dove vive e insegna lettere nella scuola media. Ha esordito con il romanzo Partigiano Inverno (Nutrimenti, 2012), con cui era stato finalista al Premio Calvino, e ha pubblicato la raccolta Racconti partigiani (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2015).