In questa sezione potete trovare tutte le recensioni ai libri indipendenti e non scritte dai collaboratori di Senzaudio sulle ultime uscite. Recensioni che si occupano di rispolverare qualche grande classico, recensioni di libri pubblicati da case editrici enormi, ma principalmente da piccole e medie case editrici indipendenti.
Lo scopo è quello di mostrare ai lettori del sito una diversità di panorama e la vitalità che c’è nel mondo dell’editoria italiana.
Sotto questa categoria operano tutti i collaboratori del sito quando si occupano di recensioni. Ognuno di loro ha uno stile personale ed unico, ma il concetto alla base è sempre lo stesso. Leggete.
Ci sono dei libri che impiegano poche pagine per entrarti dentro, questo è uno di quei libri.
La mia prima reazione, dopo aver letto le prime righe del romanzo “Le canzoni di New York” di Liz Moore è stata quella di essermi addentrato in un mondo con un sottofondo di serenità. Ho pensato che nell’arco del libro sarebbero potute succedere cose “brutte”, ma che tutto sommato, queste cose, non sarebbero state poi così brutte. E ho pensato anche che fosse proprio il momento di leggere un libro di questo tipo. Credo di non essermi sbagliato, credo che quella prima sensazione sia rimasta inalterata fino alla fine.
“Le canzoni di New York” è un romanzo che, come già il titolo dà a intendere, ha a che fare con la musica. Non c’è un vero e proprio unico protagonista umano che rincorriamo dall’inizio alla fine del romanzo, ma i vari personaggi che si susseguono sono collegati tra loro da un filo che è appunto quello musicale.
Un’entità quasi sovrannaturale, l’etichetta discografica Titan Records, è il collante che unisce i personaggi del romanzo. Facciamo subito la conoscenza di Jax, la capa suprema dell’etichetta, di Theo il produttore disperatamente alla ricerca di qualche grande artista da mettere sotto contratto che facendo il botto lo convinca che quello è realmente il posto dove è destinato a stare e attorno a loro conosciamo anche gli artisti. Alcuni di loro già affermati, Tommy Mays, altri come Lenore Lamont che sono sulla pista di lancio, altri ancora come i Burn che stanno faticando a trovare un loro piccolo posticino nel mondo della musica.
Nella nota della traduttrice alla fine del libro, Ada Arduini (che offre una traduzione molto bella, tra l’altro, un grande applauso per il gioco di parole Who/Kiss con cui sono certo si è dovuta scontrare), definisce questo libro “Romanzo a quadri interconnessi”. Credo che la sua definizione sia perfettamente calzante.
Ci sono un paio di cose di questo libro che me lo hanno fatto mettere vicino a “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan, altro libro che ho amato molto. La prima ha a che fare con l’ambiente musicale in cui entrami i libri sguazzano, ma la seconda ha proprio a che fare con la struttura che le due autrici hanno scelto. Quello che la Arduini definisce “Romanzo a quadri interconnessi” io molto più banalmente lo considero un romanzo per racconti, racconti che sono talmente legati l’uno all’altro da un’unità di stile e voce che sembrano filare via come un romanzo dall’inizio alla fine.
Ogni quadro/racconto segue una parte della vita di alcuni personaggi, personaggi che in certi casi non appaiono più, ma che molto più spesso seguiamo in fasi diverse dalla loro vita accorgendoci che per alcuni di loro siamo testimoni di una parabola ascendente mentre per altri si tratta di una caduta quasi inarrestabile. A volte si tratta solo di sapere o non sapere cogliere l’attimo, di capire quando ci troviamo di fronte all’occasione della nostra vita. Alcuni personaggi hanno il dono di sapere quando è il loro momento, altri invece hanno la sfortuna di non essere in sintonia con il proprio destino.
Riprendendo la prima riga di questa recensione, viene da dire che è molto più facile far entrare un lettore all’interno di un romanzo strutturato in maniera tradizionale. Magari hai uno e due personaggi principali, segui la loro storia da pagina uno fino a pagina duecentocinquanta, ti affezioni a loro dopo una quindicina di pagine e il gioco è fatto.
Farlo però con un romanzo strutturato in questo modo credo abbia un grado di difficoltà altissimo. Consideriamo che ognuno dei “quadri interconnessi” sia un capitolo, alla fine di ogni capitolo non ho mai provato un senso di abbandono e all’inizio del capitolo successivo ci ho messo due minuti a capire dove mi trovavo all’interno dalla struttura complessiva del romanzo. Non mi sono mai sentito perso, i personaggi mi sono sempre sembrati familiari fin dalla prima volta che li ho incontrati, ma soprattutto mi sono fatto irretire dalla scrittura di Liz Moore e quindi mi sono fatto accompagnare per mano lungo tutte le quasi trecento pagine. Ho letto “Le canzoni di New York” con un piacere che cresceva esponenzialmente perché mi sono reso conto fin da subito che l’autrice non avrebbe avuto bisogno di grandi effetti speciali per raccontare una storia. Una storia che in fin dei conti è anche facile da riassume perché risponde a una semplice domanda: ti sei reso conto che quella sarebbe stata la tua unica chance?
Aggiungo solo un altro piccolo particolare che definirei stilistico. In alcuni momenti l’autrice squarcia un velo e ci fa vedere il futuro. Un breve paragrafo, poche righe, solo per raccontarci fin da subito che ne sarà di quel personaggio tra qualche anno. Stephen King è il maestro di questa mossa. Inizialmente credevo che questo espediente avrebbe depotenziato la forza del momento che i personaggi stavano vivendo, poi mi sono reso conto che conoscerne già il destino non mi impediva di tifare comunque per loro, anzi, se possibile, tifare ancora con più entusiasmo come se quel futuro non fosse davvero già scritto, come se Liz Moore si fosse sbagliata.
Sperando che Liz Moore si fosse sbagliata.
Come ho già scritto la traduzione di Ada Arduini è davvero ottima, suppongo che dopo qualche anno che traduci una stessa autrice si viene quasi a creare un rapporto simbiotico. Lunga lunga vita ai traduttori!
A chi può piacere questo libro? Prima di tutto a chi ha amato “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan, poi direi ovviamente agli amanti dalla musica, a chi come me apprezza molto i romanzi per racconti e che anzi è sempre alla ricerca di trovarne uno scritto come si deve e direi anche a chi è piaciuto “Shotgun Lovesongs” di Nickolas Butler, principalmente perché entrambi gli autori hanno un modo molto tenero di trattare i propri personaggi.
Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. NNE ha pubblicato I cieli di Philadelphia (2020), da cui è stata tratta la miniserie Long Bright River, Il mondo invisibile (2021), Il peso (2022), romanzo che è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award, e Il dio dei boschi, selezionato per il Summer Book Club di Jimmy Fallon e incluso da Barack Obama tra i migliori libri dell’anno.
