Archive for the ‘Inchiostro – Recensioni di libri indipendenti e non.’ Category

Pensa il risveglio – Alessadro Cinquegrani – Recensione di Giacomo Carlesso

giovedì, Ottobre 21st, 2021

Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani, uscito per TerraRossa Edizioni, dieci anni dopo Cacciatori di frodo, nasce da una frase, caduta in fase di riscrittura e riproposta dall’autore nelle note finali, che recita:

«Ho sempre sentito il bisogno di scomparire».

La necessità di riportare alla luce e di affrontare il sentimento che ha generato queste parole si percepisce ovunque: in ciascuno dei tre piani narrativi – quello della realtà attuale, quello storico e quello immaginifico – che costituiscono il romanzo e, ancor prima, nel titolo, tratto dalla poesia Neve di Umberto Saba. L’elaborata complessità di Pensa il risveglio, con le sue molteplici chiavi di lettura, rimanda a questa profonda ed elementare autenticità.

Durante le riprese del suo film, Albert Speer è morto, Lorenzo scompare. L’attore e aiuto regista, Alberto, suo amico, nonché protagonista e narratore per gran parte del romanzo, accompagna nelle ricerche Caterina, moglie di Lorenzo. Ben presto, Alberto finisce per sostituirsi all’amico, legandosi alla donna e completando le riprese del film che intitola La nostalgia dell’acqua. Consapevole che la sua presenza dipende soltanto dall’assenza di Lorenzo, Alberto ha una crisi interiore circa la propria identità, elaborata attraverso un’intensa riflessione sul nazismo, tema centrale nel film, e in particolare sulle figure archetipiche di Speer e Mengele.

Al riguardo, è interessante osservare il ruolo che assumono nell’opera gli studi di Cinquegrani sulla narrazione della Shoah. Per esempio, nel saggio Il sacrificio di Bess (2018), ricorrendo ai tipi psicologici junghiani, identifica il prototipo del nazista col tipo pensiero estroverso puro. Mengele e Speer, in questo senso, rappresentano una doppia declinazione di tale profilo. Mentre Mengele, nell’incarnare l’essenza del male assoluto, non rinnega il proprio ideale e fugge per evitare il processo di Norimberga; Speer rimane, riuscendo a celare le proprie responsabilità in merito alla soluzione finale, da lui atrocemente approvata, salvaguardando così la sua presenza nella società. Alberto si trova di fronte alla tentazione di abbandonare Lorenzo all’oblio, riducendosi a un essere «vigliacco e approfittatore» come Speer, ma sceglie di cercare l’amico, al quale è indissolubilmente legato, e in questo modo fa i conti con la propria zona d’ombra, lasciando emergere il sentimento della vita vissuta, essiccato dalla pura razionalità, per tentare di definire la propria identità in armonia con lo scorrere del Tempo, nemico dell’Ideale nazista.

Cinquegraniriesce a veicolare un profondo contenuto etico, riabilitando, al contempo, il potenziale mitopoietico della narrazione, depauperato negli ultimi vent’anni dall’affermarsi della non fiction. La raffinata intelaiatura della trama rispecchia il travaglio interiore del protagonista alla ricerca del proprio significato nel mondo, e viceversa. Non a caso, la stessa struttura tripartita del romanzo è investita di senso dalle parole, riportate in esergo, pronunciate dal padre dell’autore nei giorni precedenti alla morte:

«Sei sicuro che sia la tua realtà quella giusta?».

È una frase diretta al figlio certo, ma può essere rivolta anche ai personaggi del romanzo e, soprattutto, ai lettori. Con Pensa il risveglio, Cinquegrani nobilita in arte quelle parole, proponendo un’opera che invita il lettore a guardarsi dentro, a porsi dei dubbi, a entrare, se necessario, in conflitto con se stesso, abbandonando l’ombra, rischiando il vuoto, per inseguire la luce.

Giacomo Carlesso

Alessandro Cinquegrani (Treviso 1974) è professore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È autore di diversi volumi di critica letteraria tra cui Solitudine di Umberto Saba (Marsilio, 2007) e Il sacrificio di Bess. Sei immagini su nazismo e contemporaneità (Mimesis, 2018). Ha esordito nella narrativa nel 2012 con il romanzo Cacciatori di frodo (Miraggi), finalista al Premio Calvino e candidato al Premio Strega, da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale omonimo (regia di Giuseppe Emiliani, protagonista Stefano Scandaletti), e che è ora in corso di traduzione in Francia. Collabora con importanti riviste di critica letteraria e cinematografica. Ha scritto la drammaturgia Medea per il Teatro Bresci, selezionata nel Circuito Off del Teatro Stabile del Veneto.

Ritorno all’Eden – Paco Roca

mercoledì, Ottobre 13th, 2021

La prima informazione, quella che mi sembra possa essere ritenuta la più importante, è che “Ritorno all’Eden” di Paco Roca mi è piaciuto moltissimi, che l’ho trovato stupendo e che mi è dispiaciuto averlo finito (ma ovviamente sono stato anche molto contento di averlo letto e sono consapevole di poterlo rileggere ogni volta che ne avrò voglia). Detto questo, mi pare che “Ritorno all’Eden” sia una delle migliori pubblicazioni di Tunué dell’ultimo scorcio d’anno. E’ bello tornare periodicamente a far visita al loro catalogo e rendersi conto che è sempre possibile trovare delle perle come questa.

Veniamo però al graphic novel di Paco Roca. Partiamo dall’inizio, alcune pagine nere con dei piccoli ritagli ci portano a poco a poco all’interno della storia. L’espediente, che poi viene ripetuto al contrario alla fine del volume, nel senso che il graphic novel termina in nero esattamente come è iniziato, ci fa pensare che “Ritorno all’Eden” si erga dal buio grazie alla memoria.
In effetti “Ritorno all’Eden” è un libro sulla memoria. Tutto ruota attorno ad alcune fotografie, in particolare a una foto che ritrae la protagonista, quella che nell’intreccio narrativo è la madre dell’artista, assieme a una parte delle sua famiglia. Due sorelle, due fratelli e la madre. All’inizio del volume, un’anziana signora, la nostra protagonista, chiede ai figli che fine abbia fatto quella foto. Nessuno di loro ne conosce il valore. Quando finalmente la foto viene ritrovata inizia una storia che parla di Franchismo, di miseria e dittatura, di famiglie affamate, padri violenti, donne maltrattate; ma la storia parla anche del legame che la protagonista ha con la madre e la sorella Amparin e in un certo senso ci mostra ciò che la famiglia può sul nostro destino.

Non lo scopro certo io, ma i disegni di Paco Roca sono di una bellezza che lascia quasi senza fiato, ha un tocco che sembra dialogare costantemente con il lato malinconico della vita. Gli sguardi e i silenzi diventano puro significato. L’uso del colore – molte delle tavole di questo fumetto si basano sull’uso del giallo – ha un sapore autunnale che, per quel che mi riguarda, è la stagione più malinconica dell’anno. Una delle scene che più mi ha colpito è quella in cui madre e figlia contrattano con un robivecchi l’entità di un baratto: una tazzina che poi, alla fine, diventa un sottotazza. Eppure quella tazzina in più è importante perché ne possiedono solo quattro e non tutti i membri della famiglia ne hanno una. Trovo la delicatezza con cui è stato trattato questo passaggio emblematica del modo di raccontare storie di Paco Roca.

Anche il formato scelto, con le tavole che si sviluppano in orizzontale, di dà l’impressione di sbiricare all’interno di un album di famiglia privato, un album che raccoglie i momenti più tragici della vita e che però non fa altro che mostrare la normallità di quei tempi in cui l’ignoranza e la superstizione avevano un ruolo di primo piano; in cui la dignità rimaneva salda fino a che non si scontrava con le persone di una classe superiore o anche solo quelli che nella vita erano riusciti ad avere un po’ di più, spesso per pura fortuna.

La foto dunque. Ruota tutto attorno a lei. Che significato può avere? Ritrae la famiglia in un momento di gioia? La risposta non è così semplice e per trovarla dobbiamo partire dal presupposto che il ricordo, da solo, non basta.

La traduzione di questo graphic novel che vi consiglio caldamente è a opera di Diego Fiocco.

Paco Roca (Valencia, 1969) è uno dei maggiori esponenti del fumetto spagnolo contemporaneo.
È diventato uno degli autori di riferimento con Rughe (Tunué, 2009): Premio nazionale di Spagna 2008, Miglior fumetto spagnolo per il Diario de Avisos di Tenerife, Miglior opera al Salone internazionale del fumetto di Barcellona, di Madrid e per il Gran Giunigi di Lucca Comics and Games. Tunué ha pubblicato in Italia tutti i suoi lavori: La Casa, Rughe, Il faro, Il tesoro del cigno nero, I solchi del destino, Le strade di sabbia, Emotional World Tour, Il gioco lugubre, Il bivio e la trilogia dell’uomo in pigiama, di cui fanno parte Memorie di un uomo in pigiama, Avventure di un uomo in pigiama e Confessioni di un uomo in pigiama

Il riduttore di velocità – Christophe Blain

venerdì, Ottobre 8th, 2021

Ho conosciuto Christophe Blain grazie a un altro volume pubblicato un paio di anni fa da Oblomov Edizioni che si intitolava “La rivolta di Hopfrog e altre storie“. Un graphic novel che mi era piaciuto molto e che, allo stesso modo, mi aveva inquietato. Ora ritorno a calcare le tavole di Blain con un volume intitolato “Il riduttore di velocità” e direi che l’innamoramento continua.

“Il riduttore di velocità” è una storia claustrofobica, a tratti infernale, in cui si racconta una parte della vita di Georges Guibert, un oceanografo che ha deciso di arruolarsi in marina e che a Brest viene imbarcato sulla corazzata “La bellicosa”. Questo mastodontico ammasso di metallo urlante che, dicono, non si è mosso per mesi dal porto di Brest e che all’improvviso, proprio quando Georges inizia a barcollare sui suoi ponti, salpa verso al largo alla caccia di un sottomarino, un nemico insidioso e invisibile la cui esistenza viene mediata dalle parole degli ufficiali e del comandante, detto “Il pascià”.

La storia segue, da una parte, questo possibile scontro tra flotte nemiche, dall’altra invece sembra documentare la discesa verso gli inferi di un trio di personaggi, tra cui, Georges. I tre, con la scusa di avvicinarsi il più possibile al fondo della nave, lì dove si balla meno e lì dunque dove Georges può trovare sollievo alla sua causa, mettono a repentaglio non sono la propria vita, ma anche quella dell’equipaggio.

In realtà, ciò che spiazza di questo graphic novel è che le conseguenze tanto attese alla fine si dissolvono in una nuvola di fumo, quasi come se la vita in Marina si sviluppi con la stessa labirintica inefficienza della struttura che costituisce lo scheletro de “La bellicosa“. Georges attende una punizione esattamente come “La bellicosa” attende lo scontro con il sottomarino e, in entrambi i casi è una piccola fragilità strutturale a segnare i destini dei due personaggi, la nave e Georges.

Veniamo al disegno, in fin dei conti si tratta di un fumetto, giusto? Le tavole hanno un tratto ruvido, spesso le prospettive vengono distorte, le dimensioni alterate e tutto ciò dona alle pagine un’aura onirica, ma allo stesso tempo riescono a rendere meravigliosamente bene la difficoltà che gli uomini dell’equipaggio devono affrontare per vivere all’interno di un mastodonte come “La bellicosa”. I colori appaiono e scompaio dalla pagina. Il rosso accesso sottolinea l’ingresso verso i ponti bassi, una sorta di girone infernale pronto a ingoiare tutti. Il verde dipinge la nausea dei marinai, anche quella esistenziale; e poi ci sono quei toni tenui che accompagnano l’inizio e la fine dei quest’opera che fanno quasi pensare che nulla è cambiato, per Georges, dopo aver attraversato “La bellicosa”.

Nel suo complesso “Il riduttore di velocità” è una storia che mi ha procurato un senso di oppressione e penso che non ci possa essere risultato migliore. A un certo punto maturi l’idea che non ci sia scampo, eppure, nonostante tutto, una luce, lì in fondo, c’è.

Traduzione dei testi di Stefano Sacchitella.

Christophe Blain, maestro del fumetto francese, è autore di opere memorabili e pluripremiate come Il riduttore di velocità, la saga di Isaac il pirataGusI segreti del Quai d’Orsay (insieme ad Abel Lanzac). Ha spesso collaborato con altri maestri del fumetto d’oltralpe come David B. (La rivolta di Hopfrog e altre storie) e Joann Sfar, con il quale ha di recente firmato Amarezza Apache, la nuova avventura del mitico Blueberry, serializzata su “Linus”.

Michele Masneri – Stile Alberto

venerdì, Ottobre 8th, 2021

È molto probabile che il motivo che mi ha spinto a leggere “Stile Alberto” di Michele Masneri sia dovuto al fatto che, lo scorso anno, le sue cronache presenti nel volume “Steve Jobs non abita più qui” mi erano piaciute molto. Ciò che mi era piaciuto del volume Adelphi era lo sguardo originale e ironico, la capacità di mettere assieme informazioni apparentemente distanti e di formare un quadro, non solo coerente, ma anche molto analitico e preciso che descriveva alcune manifestazione dell’americanità che spesso sfuggono ai racconti mainstream.

In “Stile Alberto”, edito da Quodlibet, ho trovato lo stesso sguardo, questa volta però applicato a una materia a cui l’autore tiene davvero. Mentre nel libro precedente si notava un certo distacco e una voglia di mettere insieme i pezzi per spiegare, qui invece il racconto parte da una posizione privilegiata e mette assieme ricordi ancora vividi per dare un ritratto dello scrittore e intellettuale Alberto Arbasino.

L’inizio del libro viene dedicato alla figura di Arbasino in quanto uomo di gusto e cultura, dotato di un’ironia tagliente e di quella patina di noia che fa molto aristocrazia. Masneri svela quasi subito la sua adorazione nei confronti dello scrittore. Sia grazie alle letture dei suoi libri, “Fratelli d’Italia” tra tutte – grazie al quale si comprende immediatamente lo studio e la passione che Masneri nutre nei confronti di Arbasino – sia attraverso aneddoti e ricordi che lo raccontano vicino allo scrittore.

Come spesso accade nelle biografie, la scelta dei particolari che si decide di raccontare dicono molto dello scrittore ritratto, ma altrettanto dello scrittore che ha composto l’opera. Masneri si sofferma a lungo sul tasto della nostalgia, sul ricordo di una certa Roma e di certi ambienti aristocratici che ormai hanno perso il loro smalto. In un certo senso Masneri, approfitta della figura di Arbasino, mi si passi il termine “approfitta”, per dipingere un ritratto sui bei vecchi tempi andati. Ciò che rende però diverso questo libro da altri che guardano il passato con nostalgia è la penna di Masneri. L’autore, a tratti, sembra quasi sovrapporsi con lo scrittore tanto ammirato, quasi come se ne avesse ereditato lo humor e la capacità di allontanare da sé ogni cosa con un gesto della mano o una semplice alzata di spalle. Non si tratta di imitazione, per carità, sempre più che Arbasino si sia impossessato di Masneri e che, assieme, abbiano scritto questo libro davvero molto piacevole.

Come è ovvio, non ho mai conosciuto Arbasino, ma credo che se le nostre strade si fossero incontrate non mi avrebbe degnato nemmeno con uno sguardo, complice la mia fastidiosa abitudine di continuare a vestire in jeans e felpe abbondanti. Nonostante questa distanza spirituale, mi sono trovato a sorridere dei suoi vezzi e delle sue manie: l’invio quasi compulsivo di cartoline, Auguri! Auguri! la erre arrotata e così via. Leggere “Stile Alberto” è stato un viaggio molto piacevole sia perché ho potuto conoscere alcuni aspetti di Arbasino che lo hanno fatto risaltare ancora di più, sia perché ho potuto vedere con i miei occhi cosa riesce a fare uno scrittore come Masneri quando racconta il proprio rapporto con un idolo.

Aggiungo che il volume è corredato di una serie di immagini e fotografie molto interessanti che contribuiscono a ricreare in maniera efficace un’epoca ormai svanita.

Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Il suo ultimo libro è Steve Jobs non abita più qui (Adelphi, 2020).

Jacopo Masini – Santi Numi

domenica, Ottobre 3rd, 2021

Nel corso di quest’anno Jacopo Masini ha fatto una doppietta. Qualche mese fa Del Vecchio ha ripubblicato un libro di Masini che era uscito qualche anno prima con Epika e che ora ha preso il nome di “Polpette“. “Polpette” per quel che riguarda la mia storia di lettura con Jacopo Masini fa un po’ da antipasto. La narrazione in quel volume è breve e ironica, e l’ironia è una caratteristica di cui “Santi numi” è follemente pieno.

Avete presente quei libri che non solo vi portano dentro a una o più storie, ma che vi portano dentro anche a un ambiente ben predefinito, a un’atmosfera che magari nemmeno conoscente ma con cui in qualche modo avete avuto a che fare in passato o che magari avete visto dipinta in TV o chissà dove? Ecco, per me “Santi numi” fa quella cosa lì. Ti prende e ti porta dalle parti di Amarcord o di Malerba e ti incolla addosso un ritmo della frase che poi non solo riesci a riconoscere nella pagina ma che poi viene trasportato nella vita quotidiana al punto che ti metti a parlare con tua moglie con l’accento emiliano.

Leggendo “Santi numi” mi è sembrato di sentirmi raccontare le storie. Masini ha quel piglio lì, quello di Cavazzoni, Nori e Colagrande (cito i primi che mi sono venuti in mente) e credo che questa caratteristica sia fondamentale per la riuscita del suo libro.

Ci troviamo di fronte a una raccolta di storie brevi e brevissime che raccontano la vita e le operi di alcuni presunti santi. Spesso però beati e dannati nascono dal dialogo tra due vecchi al bar che bevono lambrusco e discettano su quale carta fosse quella giusta da buttare sul tavolo, non prima di aver sciorinato quelle tre o quattro bestemmie assestate nel momento giusto. Quindi tu, lettore, stai lì a leggere e ti senti trasportato in un bar di un paese qualsiasi mentre il capoccia di turno è lì al bancone che racconta quello che ha sentito dire da un amico dell’amico. Le storie raccontate da Jacopo Masini hanno questo concimi qui e poi sono annaffiate da abbondantissime dosi di ironia che le fa esplodere di colori. A fine lettura è come se ci trovassimo davanti a un grande sberleffo all’umanità.

Gli argomenti seri vengono trattati con leggerezza, per esempio, ne “I fatti di Paroletta” viene raccontata una sorta di possessione collettiva che a me ricorda molto la nascita di una qualsiasi teoria cospirazionista, ma anche di come a volte la massa sa essere davvero ottusa.

A me è capitato di accorgermi di leggere “Santi numi” con il sorriso sulle labbra anche se poi mi rendevo perfettamente conto che alcune delle cose raccontate non facevano altro che dipingere con toni luminosi e vitali alcune realtà grette e insoddisfacenti con cui siamo costretti a vivere quotidianamente.

Come ho già detto, “Polpette” mi era piaciuto molto, “Santi numi” non ha fatto altro che aumentare il gusto per la letteratura di questo autore che, evidentemente, sa guardare le cose da punti di vista inusuali.

Jacopo Masini nasce nel 1974 a Parma. Ha collaborato a lungo con la scuola Holden di Torino e da oltre quindici anni tiene corsi di scrittura creativa. È autore di romanzi, racconti, testi teatrali pubblicati in antologie da Transeuropa, Feltrinelli, Fandango, Epika Edizioni, Inkiostro.

Il suo ultimo lavoro, Polpette e altre storie brevissime, è stato pubblicato da Del Vecchio Editore.

Quasi una storia d’eroi – Ettore Gula

domenica, Ottobre 3rd, 2021

Da come sono ripartiti di slancio con le ultime due uscite della collana Cromo dedicata alle graphic novel non si può certo dire che Neo Edizioni non stia facendo sul serio anche in questo campo che, per loro, è nuovo.
Il consumo di graphic novel è aumentato molto negli ultimi anni, il genere ha trovato sempre più lettori, sono nate anche case editrici dedicate alle storie disegnate, ma come in tutti gli ambiti, le cose bisogna saperle fare bene.
Neo non scherza, Neo butta sul tavolo tanta passione e tanta competenza.

Il risultato di questo binomio è la pubblicazione di “Quasi una storia d’eroi” di Ettore Gula, che fa da seguito all’uscita precedente intitolata “Tristezza” di Reggiani & Mosquito.
Il protagonista di “Quasi una storia d’eroi” è un uomo disadattato che vive con la madre in uno dei tanti palazzoni popolari alla periferia di una città come tante. Considerato una nullità, essere quasi invisibile ai più, il timido Ugo ha una sola distrazione nella vita, quella di coltivare un piccolo orto in una zona abbandonata. Vive con la madre, dicevo, una madre che non gli dimostra il minimo affetto, che lo tratta come fosse un servo e/o un malato di mente senza alcun diritto a un contatto umano. Nel palazzo in cui vivono si dipanano altre storie, tra cui quella di una giovane donna diventata madre da poco che ha un rapporto tossico con sé stessa e con il padre del bambino. Erika, questo è il suo nome, è il desiderio nascosto di Ugo, lui la osserva quando nessuno se ne accorge, soprattutto di notte, quando Ugo scavalca le balaustre che dividono gli appartamenti in cui vivono per intrufolarsi a casa di lei e recuperare qualche feticcio da adorare. Con la trama mi fermo per non rischiare di rovinarvi la lettura, ma vi posso dire che lo sviluppo di Ugo lo porta a percorrere una parabola di autodistruzione e, in un certo senso, di autoaffermazione.

Ho amato questa graphic novel fin della prima pagina. Mi è piaciuta a trecentosessanta gradi. L’uso dei colori freddi, le inquadrature originali, gli scarni dialoghi che vanno sempre al dunque e la malinconia che traspare da ogni tavola.
Mentre leggevo “Quasi una storia d’eroi” di Ettore Gula mi sono detto che questa storia sarebbe potuta essere inclusa tranquillamente anche nella collana “Iena” che, si può dire, a casa Neo raccoglie le storie più taglienti e spigolose, più crude e in grado di urlare tutto il loro dolore al mondo.

Non c’è che dire, una delle migliori graphic novel che abbia mai letto. Confesso che a distanza di giorni dalla conclusione di questa lettura, dopo aver lasciato sedimentare alcune delle sensazioni che “Quasi una storia d’eroi” mi aveva provocato, mi è rimasto un senso di malinconica tristezza per il buon vecchio Ugo. Continuo a chiedermi, in maniera forse infantile, cosa sarebbe potuto accadere alla sua vita se fosse stato amato. Credo che anche questi pensieri mostrino l’incontro con una libro appagante che consiglio vivamente a tutti gli appassionati del genere, a quelli che hanno familiarità con la collana “Iena” e a chi adora le storie che vanno dritte al cuore e lo fanno sanguinare.

Postfazione di Emiliano Longobardi.

Ettore Gula dal 1997 disegna storie per le maggiori testate Disney/Panini (Topolino, Pk, WITCH) Per Pixar ha realizzato gli adattamenti a fumetti dei film Toy Story 1, 2 e 3.
Oltre ad occuparsi di storyboard per pubblicità e animazione, nel 2007 collabora con Bruno Bozzetto allo sviluppo grafico dei personaggi della serie Rai Fiction “Psicovip”.
Ha pubblicato per il mercato francese i fumetti “Othon e Laiton, Les Bandits de l’Antarctide” su testi di Giustina Porcelli e “Le Feu du dragon” terzo numero della serie Wondercity su testi di Giovanni Gualdoni.
Il suo tratto, rotondo, lineare, che deriva in parte dalla sua esperienza sulle testate disneyane, ma anche incisivo e cruento, crea un contrasto efficace con la storia noir raccontata in Quasi una storia d’eroi, che rappresenta il suo esordio come autore unico.

Edgardo Scott – Lutto

domenica, Ottobre 3rd, 2021

Quella di Edgardo Scott è una delle uscite più interessanti degli ultimi mesi. Nuova aggiunta nella collana Xaimaca Jarama della casa editrec Akadia che è curata con molta competenza da Alessandro Giannetti, Marino Magliani e Luigi Marfè.
Veniamo al libro. “Lutto” di Edgardo Scott è un libro breve e frammentato, composto da piccoli capitoli che a volte danno l’impressione di essere fotografie di uno stesso album o, meglio, fotogrammi di una vecchia pellicola di altri tempi.

Chiche ha ereditato il negozio dal padre. Ci vende elettrodomestici e mobili e tutto quello che serve alla gente che vive nel suo quartiere di Buenos Aires. È sposato e ha una figlia e le cose, pur nella loro immobilità, sembrano andare bene, fino a che la violenza che serpeggia nelle strade entra nel suo negozio e provoca quel lutto che vediamo spinto fin dal titolo. Ha un amico, Miguel, con il quale discute di crimini e violenza mentre brucia la spazzatura in un campo vicino a dove vive. Quelli che Chiche vede dai giornali e dai telegiornali è un continuo avanzare dello sfacelo morale e a poco a poco dentro di lui monta una rabbia incontrollabile. Con il suo atteggiamento allontana tutti, comprese le persone che gli vogliono bene, diventa un essere equidistante da tutti quelli che lo circondando, ma l’equilibrio che sembra mantenere nonostante la tensione che lo dilania, alla fine cede e porta a un epilogo da film d’azione.

Parlare di film d’azione ha un significato profondo. Chiche ne è un grande consumatore , passa dalle VHS ai DVD piratati e venduti per le strade, in qualche modo quei film costruiscono la sua identità. Il fatto che lui si faccia influenzare da quella forma di narrazione pur non essendo più un ragazzino lascia intravedere una fragilità mentale che influenza tutte le sue decisioni.

Scrittura asciutta e profonda, grande attenzione allo sviluppo psicologico del personaggio principale anche attraverso le interazioni con gli altri personaggi; questi sono gli elementi che mi sono piaciuti di questo libro. Ci sono alcuni temi ricorrenti, quello dei cani randagi, quello del negozio, delle terre abbandonate che rimandano al lutto, alla perdita e al decadimento. Tutto muore, sembra dire Edgardo Scott, vivere è sapere come affrontare questa grande verità.

Ottima traduzione di Alessandro Giannetti.

Nato nel 1978 a Lanús, nella provincia di Buenos Aires, appartiene alla generazione di autori che si sono affermati dopo l’ultima grande crisi economica e politica argentina del 2001. È stato fondatore e membro del Grupo Alejandría che nel 2005 inaugurò un movimento di letture pubbliche e cicli letterari di narrativa che influirono anche in campo sociale e politico. Ha pubblicato il romanzo breve No basta que mires, no basta que creas (2008), il libro di racconti Los refugios (2010), i saggi Caminantes (2017) e Por qué escuchamos a Stevie Wonder (2020) e i romanzi El exceso (2012) e Luto (2017). Apprezzato da Ricardo Piglia come uno degli autori più “lucidi e innovativi degli ultimi anni”, Scott è traduttore, editore per Clubcinco ediciones e collabora con diversi quotidiani argentini. Vive in Francia.

Georgi Gospodinov – Cronorifugio

lunedì, Settembre 27th, 2021

L’anno 2021 per quel che mi riguarda, sarà per sempre ricordato come l’anno in cui ho conosciuto Georgi Gospodinov e me ne sono innamorato. A breve distanza ho letto “Fisica della malinconia” e ora “Cronorifugio“, dire che si è trattato di una boccata di aria fresca sarebbe poco. Ho letto, molto di recente, commenti sul fatto che “Fisica della malinconia” fosse migliore di “Cronorifugio”, poi ho letto altri commenti che spiegavano perché “Cronorifugio” fosse migliore di “Fisica della malinconia”. Io ho letto tutto con attenzione, ma non sono riuscito a sposare nessuna delle due teorie perché, per quel che mi riguarda, questi due libri sono come il primo e il secondo tempo di un film: senza uno dei due l’esperienza rimane incompleta.

Di “Cronorfugio” ultimamente se n’è parlato molto. Gospodinov gode di una stima e un rispetto da parte degli intellettuali che quasi te lo fa invidiare, ma quando poi inizi a leggere le prime pagine di uno dei suoi libri non può fare a meno di capire che quella stima e quel rispetto sono meritatissimi e che forse sono pure sottostimati.

“Cronorifugio” viene narrato da una prima persona che ha lo stesso nome dello scrittore Georgi Gospodinov, cosa che era successa già in “Fisica della malinconia”. Il narratore vuole ritrovare un vecchio amico, quel Gaustìn le cui gesta mi avevano affascinato già nel libro precedere, una sorta di navigatore del tempo. Il narratore sa che Gaustìn è un personaggio di finzione, un personaggio di finzione che in qualche modo è scappato dalla narrazione per non sottostare più alle sue regole. Infine il narratore, per puro caso, quando oramai era convinto di non avere più speranze, riesce a trovare il suo vecchio amico che nel frattempo ha aperto una strana clinica del tempo per dare sollievo alle persona che soffronto di malattie che le portano a dimenticare il presente per rifugiarsi nel passato. Gospodinov pensa che l’idea sia geniale e decide di dare una mano a Gaustìn nella gestione di questo rifugio temporale.

Come nel libro precendente è il tempo a farla da padrone. È il tempo il vero protagonista della narrazione, il personaggio più importante e l’elemento che più di tutti dona significato a “Cronorifugio”. Il tempo che si traveste da passato, che allieta e inquieta la mente umana.
Quando a poco a poco il presente perde di significato l’unica fonte di pace sembra provenire dalla nostra giovinezza e dalla nostra infanzia. Quei luoghi in cui sembrava che il futuro fosse radioso e pieno di possibilità, quei luoghi in cui sembrava che la speranza fosse tangibile e esistesse pochi passi davanti a noi. Quando ci si rende conto che la speranza non sono non è più raggiungibile, ma forse non è nemmeno mai esistita, per sfuggire alla depressione, l’unico modo può essere quello di rintanarsi in uno spazio felice in messo ai nostri ricordi.

Ecco quindi che lo scrittore dà vita a questo sogno, questo “Cronorifugio” in cui anche chi ha avuto una vita da persona derelitta, anche chi ha tradito ed è stato tradito, ha deluso ed è stato deluso, ha la possibilità di trovare una fonte di sollievo appena prima di sparire per sempre nell’assenza di tempo.

Purtroppo, come spesso accade alle cose buone, finisce che anche chi non ne ha diritto cerchi di metterci le mani sopra, e quando questo succedere, quando ciò che esiste al di fuori della clinica cerca di appropriarsi di ciò che c’è dentro, la parte più esile patisce.

Come in “Fisica della malinconi” la scrittura di Georgie Gospodinov è perfetta. Un bilanciamento di ritmo che porta il lettore a trovare un equlibrio esemplare tra il dominare la pagine e l’esserne dominato; Gospodinov accompagna per mano il lettore pagina dopo pagine facendo in modo che il tempo che dedichiamo alla lettura di questo libro sia esattamente il tempo che serve, non un secondo in più, non un secondo in meno. Non c’è foga nelle lettura, non c’è la voglia forsennata di passare da una pagina all’altra, perché ogni pagina ha una propria personalità e un proprio valore.

A chi non avesse letto nulla di Georgie Gospodinov non posso che consigliare di affrontarlo. Io ho iniziato dagli ultimi due romanzi pubblicati, ma ora andrò a recuperare anche le altre opere uscite negli scorsi anni e pubblicate da Voland.

Traduzione di Giuseppe Dell’Agata.

Lanny – Max Porter

lunedì, Agosto 30th, 2021

Non amo particolaremente i libri un po’ troppo sperimentali, preferisco farmi trascinare dalle parole, quando si concatenano tra loro dando vita a frasi e periodi che sanno emozionarmi. Per quanto invidi la capacità di alcuni scrittori di smontare il romanzo e di rimontarlo a loro piacimento, a volte con risultati ottimi altre con risultati pessimi; se devo pensare alla mia lista dei 10 romanzi che più adorato mi viene da dire che tutte e 10 le posizioni sono occupate da romanzi abbastanza canonici, che sanno raccontare una storia con onestà.

Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando arrivato alla fine di “Lanny” di Max Porter io mi sono dovuto asciugare una lacrima. Uscivo da una sessione di lettura non stop di un’ora e mezza in cui non mi ero nemmeno accorto che il tempo stava passando e che nel frattempo si era fatta sera. “Lanny” di Max Porter ha tutto per non essere un libro adatto a me.
Ha ampi stralci di prosa poetica piena di alliterazioni e molto cantilenante, ha pezzi di dialoghi ascoltati che sulla pagina sono stati stampati in orizzontale, in ombliquo, ondeggianti, sdoppiati come se fossero sfocati. Ha una parte in cui il romanzo procede come se fosse la testimonianza di un paese intero, ogni paragrafo è l’espressione del pensiero di un essere umano diverso.

Eppure. “Lenny” di Max Porter è uno dei romanzi migliori che io abbia letto quest’anno e non c’è nulla che possa cambiare questo fatto.

Le parti a cui accenavo prima, quelle di prosa poetica, appartengono a Fanghiglio Frondoso, una sorta di presenza che sembra percepire tutta la materia visibile e invisibile in ogni attimo della sua esistenza. La sua esistenza è collegata a quella del paese poco fuori Londra in cui vive Lanny con la madre, il padre invece fa la spola da Londra perché lavora nella city. L’altro personaggio importante è il vecchio Pete, un artista piuttosto affermato che prende sotto la sua ala il piccolo Lanny.

Ma chi è Lanny? Lanny è un ragazzino particolare, qualcuno lo definisce pazzoiede, anormale, mentre a me piace pensare che Lanny sia troppo puro per questo mondo; riesce a vedere e percepire cose che gli altri non riescono a prendere in considerazione e credo che sia questa la caratteristica che lo avvicina a Fanghiglio Frondoso.

Il libro procede a segmenti. Da una parte seguiamo Fanghiglio Fangoso nella sua esplorazione del paese, un’esplorazione che, poi si vedrà, sembra molto simile a quella di uno scrittore che si interroga sul finale della storia a cui sta lavorando o a un lettore che all’improvviso capisce a cosa sta portando la trama congeniata per lui.

L’altro segmento esplora la vita di Lanny, delle sue manie e dei suoi talenti e, contemporaneamete ci mostra un ritratto spietato e accurato dei genitori e di Pete. Poi le cose cambiano, succede qualcosa di troppo spaventoso da raccontare e la parte che porta verso la fine del libro è fatta dei frammenti dei pensieri degli abitanti del paese che stanno seguendo morbosamente gli eventi che riguardano la famiglia di Lanny. Il finale è perfetto.

Max Porter, pur scegliendo una costruzione atipica, dei personaggi ai margini (a volte molto oltre i margini) riesce a confezionare un romanzo di rara forza emotiva, un romanzo che si basa sulla disperazione e sulla speranza e che riesce anche a mostrare la meschinità della natura umana. Non potevo fare una lettura migliore in questo momento.

Devo assolutamente segnalare il lavoro pazzesco del traduttore Marco Rossari perché se questo libro funziona in italiano a me vien da dire che è anche molto merito suo.

Max Porter (High Wycombe 1981) è stato libraio e editor delle edizioni della rivista Granta. Il suo libro d’esordio, Il dolore è una cosa con le piume, ha vinto il Dylan Thomas Prize. Lanny, candidato al Booker Prize e tradotto in oltre venti paesi, è stato il maggior romanzo letterario inglese del 2019. Con Sellerio ha pubblicato Lanny.

Georgi Gospodinov – Fisica della malinconia

mercoledì, Agosto 25th, 2021

Questo libro è uscito nel 2013, più o meno un mese dopo l’apertura di questo sito, quando l’idea di parlare esclusivamente di libri era lontana anni luce e io non avevo ancora iniziato a esplorare con occhio curioso le dinamiche dell’editoria indipendente.
Questa informazione la fornisco perché mi è utile per fare un ragionamento. All’epoca mi sono perso “Fisica della malinconia” e l’ho finalmente recuperato nel 2021, 8 anni dopo. Se tentiamo conto che in Bulgaria il libro è uscito nel 2011 posso affermare che il viaggio che questo libro ha compiuto per arrivare fino a me è durato una decina d’anni. Nel parere che mi permetto di dare sull’opera di Gospodinov, in qualche modo, entra anche il tempo.

Viene molto facile, ai giorni nostri, mettere l’etichetta di capolavoro a un libro. Non costa nulla. “Capolavoro” e “Dovrebbero farlo leggere nelle scuole” sono due delle affermazioni legate ai libri che meno mi fanno venir voglia di leggerli, quei libri. Per definire capolavoro un testo bisogna avere la capacità di guardare dentro al futuro, capire se quel libro reggerà nel tempo, capire se tra qualche anno leggerlo sarà ancora piacevole, se sarà significativo e non avrà perso il proprio smalto, se sarà ancora universale o se invece si sarà spento e sarà diventato uno di quei libri scritti bene che però non hanno retto al trascorrere del tempo.

Fatta questa ampollosa introduzione posso dire di considerare “Fisica della malinconia” un vero e proprio capolavoro. Gospodinov è un autore che non conoscevo prima di questo libro, ma sono convinto che diventerà presto uno dei miei scrittori preferiti.

Entriamo nei meandri del libro. Un narratore che possiede il dono dell’empatia, che riesce a entrae nei ricordi delle persone che lo circondano, Un narratore che quindi riesce a vedere attraverso il tempo, nel passato, nel futuro; che riesce a visitare il momento del concepimento del nonno, ma che capisce anche quale potrebbe essere la fine di tutto ciò che vediamo. Una sorta di viaggiatore nel tempo, mi verrebbe da dire. E la chiave di tutto è l’empatia, un dono che troppo spesso viene a mancare nelle persona, che porta il narratore Georgi Gospodinov a narrare una storia che riguarda lui stesso, ma che contemporaneamente riguarda un popolo, una cultura, una nazione e forse, il mondo intero nel suo presente, nel suo passato e nel suo futuro.

Eccellente e straziante la lettura che Gospodinov dà del mito del Minotauro. Creatura che nasce uomo con testa di toro perché gli Dei hanno un pessimo senso dell’umorismo; nata della passione malata di una progenie folle. La sua unica colpa è quella di essere nato. E quindi meraviglioso il parallelo con l’abbandono del narratore bambino in uno scantinato, meravigliosa l’umanizzazione della bestia che forse vuole solo essere parte di un tutto e meraviglioso l’episodio iniaziale ambientato al circo, un episodio che il narratore vede attraverso gli occhi del nonno e che sembra trascendere i sogni per farsi reale e tragico.

“Fisica della malinconia” è un libro composto di frammenti, come ricordi recuperare dalla memoria; è un libro che procede per accumulazione, pagina dopo pagina, paragrafo dopo paragrafo, il mosaico si fa sempre più chiaro e nidito e anche se il libro è pervaso da una certa malinconia (che a tratti sfocia nella dolcezza e altri nell’amarezza) molto spesso incappiamo in una sottile ironia che pervade alcune pagine e strappa un sorriso discreto (mi vengono in mente le pagine dedicate a Gaustìn.

“Fisica della malinconia” è un libro che vien voglia di leggere subito, tutto d’un fiato, presi dalla foga, ma è anche quel libro che è capace di dettare il proprio tempo, dare il proprio ritmo. E quindi quella che all’inizio è una lettura a tutti gli effetti sincopata, a poco a poi si acquieta e le parole disegnano un flusso lento da seguire con calma e dedizione. Quando un libro riesce ad imporre il proprio battito credo che ci si trovi davanti ad una scrittura che ha raggiunto una forma di perfezione purissima.

Qual è il morale della favola? A volte fa bene non inseguire le ultime uscite, fa bene spulciare nel catalogo di una casa editrice e farsi agguantare da un libro che, nonostante gli anni, continua a essere stampato e letto. Dicono che i libri non scandono mai. Io non sono completamente d’accordo con questa affermazione, tendo a pensare che alcuni libri non abbiano una data di scadenza, sono quelli che, come detto, resistono al logorio del tempo, sono stati scritti per rimanere nella storia della letteratura. Questo è uno di quei libri.

Traduzione di Giuseppe Dell’Agata.

Nato a Jambol nel 1968, è poeta innovativo e raffinato, prosatore e studioso di letteratura, oggi considerato lo scrittore più talentuoso della Bulgaria. Con il suo esordio narrativo, Romanzo naturale (Voland 2007), accolto come una vera rivelazione, ha immediatamente incontrato il favore di critica e pubblico che ne hanno decretato lo straordinario successo, e ha ottenuto il primo premio del concorso Razvitie per il romanzo bulgaro contemporaneo. È tradotto in diciannove lingue.
Di Gospodinov Voland ha pubblicato la raccolta di racconti …e altre storie (2008) e il romanzo Fisica della malinconia (2013), con il quale nel 2014 è stato finalista del Premio Von Rezzori e del Premio Strega Europeo.
Quella italiana è la prima traduzione mondiale del nuovo romanzo Cronorifugio, con il quale l’autore si è aggiudicato per la seconda volta il prestigioso Premio letterario nazionale per il romanzo bulgaro dell’anno.
Di lui è stato detto: “Definito il Milan Kundera della Bulgaria per i suoi viaggi nel mondo interiore, potrebbe essere accostato anche a Friedrich Dürrenmat per la sua riscrittura del mito del Minotauro, ma a ben vedere Georgi Gospodinov è uno scrittore unico.”