Archive for the ‘Inchiostro Fresco – Recensioni di libri letti da Gianluigi Bodi’ Category

Cinque libri importanti che tutti dicono di conoscere, ma che nessuno è riuscito a finire evitando sofferenze inenarrabili

lunedì, Agosto 12th, 2019

Ci sono libri belli, libri bellini e libri bellissimi, libri commoventi, libri appassionanti, libri istruttivi, libri illuminanti, libri brutti, libri bruttini e libri bruttissimi. E poi ci sono i libri “importanti”, quelli che dobbiamo leggere per non fare la figura dei fessi e dobbiamo pure farci piacere. Ma siccome farsi piacere qualcosa per forza può essere complicato, meglio dire che quel qualcosa è “importante”. Cioè, lo sappiamo benissimo che dire “è un libro importante” è come quando diciamo di qualcuno “è un tipo”, ma così è la vita. È una cosa fatta di apericene, film d’autore e libri così illeggibili che al solo pensiero ci si ghiaccia il sangue nelle vene, perché ciò che conta è preservare le apparenze e arrendersi al masochismo culturale. Ecco cinque libri importanti, veramente importanti, cinque opere-cilicio che tutti dicono di conoscere, ma che secondo me quasi nessuno è riuscito a finire evitando sofferenze inenarrabili.

Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino: romanzo fiume, ma che dico fiume, romanzo-oceano più volte rivisto e accresciuto dal suo autore, probabilmente arriverà a diecimila pagine. Un diluvio di parole, uno scilinguagnolo infernale in cui il lettore si perde e va alla deriva come un naufrago senza bussola. Anche perché dentro quel libro la bussola impazzirebbe. Come quando da bambini ripetevamo una parola fino a che non significava più niente, chi legge questo romanzo rischia di dimenticarsi il suo nome. Ci navigo dentro da anni con la mia imbarcazione di fortuna, fatta di una laurea in santa pazienza e un master in capacità di abnegazione per motivi ridicoli, e una volta ho  avvistato un altro naufrago alla deriva dentro il libro, proprio come me. “Oooh… della zattera, da quanto tempo siete in mare?”, e appena ho visto la barba chilometrica dello sconosciuto, nonché le occhiaie e il volto scavato del meschinello, mi sono reso conto che non avrei dovuto porre la domanda.

Infinite jest di David Foster Walace: otto miliardi di pagine e al secondo rigo l’autore ci fa sapere che la sua postura “segue consciamente la forma della sedia”. Non ci vuole molto a capire che il romanzo sarà pieno zeppo di informazioni succosissime, tutte necessarie e strettamente connesse allo sviluppo dell’intreccio.

Mason & Dixon di Thomas Pynchon: un monolito cementato con una dose di informazioni talmente compatte da schiacciare qualunque velleità narrativa. Se il postmodernismo implica che i romanzi debbano diventare noiosi come i saggi, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: lo leggi ed è subito divagazione, rigo dopo rigo, divagazione e ancora divagazione e ancora divagazione e ancora divagazione che divaga divangando. Dopo un po’ ti cominci a chiedere quando comincerà la storia, ma a quel punto sei già arrivato al terzo volume della saga e non puoi più farne a meno. Ipnotico come pochi, è stato adottato da Tana delle tigri per condizionare psicologicamente i lottatori a trasformare il dolore in piacere durante i combattimenti più duri.

Finnegan’s wake di James Joyce: “Fluidofiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castel Edintorini”. C’è da aggiungere altro? Oh, sì, c’è da aggiungere che il tonitruante capolavoro di James Joyce, già usato per il lavaggio del cervello dal KGB e dalla CIA, è talmente “fluidofiume” che il traduttore e il correttore di bozze dopo tanta fatica si sono confusi e nel primo rigo c’è una “d” eufonica sbagliata, che fa somigliare l’incipit del romanzo più sperimentale della storia a uno dei tanti status da social network, di quelli sgrammaticati e gentisti a bbbestia.

Stefano Corbetta – Sonno bianco

mercoledì, Ottobre 24th, 2018

Il letto, al centro della stanza, un corpo, immobile sotto le lenzuola. Il silenzio, di chi guarda e di chi è guardato. Guardare quel corpo immobile poi è una sofferenza. Guardarlo e spera che si muova, che esca dal sonno bianco che lo avvolge, che un dito frema, che il respiro si rompa, che le molle cigolino ed esca una parola dalla bocca.

Io immagino. Quando leggo immagino molto. Una moltitudine di scene che, a poco a poco, svanisce, presa in mezzo ad altre letture. Questa scena però rimane. È fissa nella memoria e mi tormenta. Bianca ferma come un pezzo di ghiaccio. Bianca che cresce da ferma. Bianca che resta se stessa mentre gli altri cambiano.

La storia raccontata da “Sonno Bianco” dell’ottimo Stefano Corbetta è quella di una famiglia come tante. Una famiglia normale che ha avuto la fortuna di avere una coppia di gemelle. Identiche. Putroppo la vita ha in serbo per noi sgradevoli sorprese, sorprese terrificanti. Un incidente, un attimo prima le cose sono in un modo, l’attimo dopo tutto è cambiato; immobile. Bianca resta in uno stato di coma e la sorella Emma subisce un trauma fisico. Attorno a questo episodio collassa la famiglia. La madre Valeria e il padre Enrico faticano a trovare un modo per stare assieme, soffocati dal dolore e dalla colpa.

La protagonista di questa storia è Bianca. Capace, nel suo stato, di essere un punto fermo attorno al quale si dipanano le vite dei famigliari e un’influenza diretta. Viene da pensare che il motivo per cui Emma sceglie di fare teatro sia profondamente legato allo stato in cui versano le condizioni di salute della sorella. Anche la mancanza di comunicazione tra padre e madre e tra madre e figlia sembra un’emanazione diretta del silenzio di Bianca.

Stefano Corbetta racconta la vita di una famiglia normale, semplice, e in questa vita entra un elemento dirompente che Corbetta racconta con delicatezza. Quasi come se il libro fosse sussurrato. Parla di rapporti tra persone tale e quali a noi. La stessa Bianca non ha nulla che la renda speciale se escludiamo la malattia. E in questo quadro di semplicità Corbetta regala pagine di malinconia e rimpianto che in qualche modo fanno crescere la speranza che un dito mosso di qualche millimetro sia il preludio alla luce in fondo al tunnel.

Un accenno all’editore è d’obbligo. Hacca edizioni lavora ormai da anni per proporre libri che abbiano una semplice carattersistica: lasciare il segno. La loro proposta è multiforme nei toni e nello stile eppure terribilmente omogena per quel che riguarda la qualità. Inoltre, sll’interno del panorama dell’editoria italiana, sono uno tra gli editori più attenti alla forma dell’oggetto libro.

Per queste ragioni vi consiglio la lettura di “Sonno bianco” di Stefano Corbetta.

Ammatula – Rivista letteraria

giovedì, Ottobre 18th, 2018

Non credo mi sia mai capitato di parlare qui dentro delle mie preferenze in fatto di riviste letterarie. Quindi, se vi dicessi che adoro “The Paris Review” non farebbe poi molta differenza. L’amore per le riviste letterarie parte nasce nell’esatto momento in cui ho cominciato a scrivere o ho pensato di farlo. Il motivo è abbastanza semplice. Mi avevano detto che se volevo pubblicare dovevo capire che aria tirava nel mondo dell’editoria e di conseguenza le riviste erano un ottimo termometro del paese. A qualche decennio di distanza mi viene da dire che probabilmente quella persona aveva ragione, ma che forse il motivo per cui tanti libri mi sembrano uguali potrebbe essere questo. Alcune riviste sembrano pubblicare sempre lo stesso numero.

Non credo che questo sia il caso di ammatula. Ovviamente è un po’ presto per dirlo. I numeri usciti sono tre e ho avuto modo di leggere i primi due, per cui anche se il campione potrebbe non essere significativo l’andazzo che mi sembra di aver colto è abbastanza chiaro. Si punta sulla qualità dei testi e non sulla loro omogeneità. I racconti non seguono quindi uno stesso filone, ma si diramano come rami di un tronco contorto e con una certa personalità. Nel numero due (l’ultimo su cui ho messo le mani) ci sono racconti di scrittori esordienti di cui magari avremo la fortuna di leggere altro in futuro, ci sono racconti di autori già pubblicati, c’è un’intervista di Giorgia Tribuiani a Sandro Campani e ci sono altri interventi meno inquadrabili, tra cui una storia a fumetti. E la storia a fumetti mi permette di poter dire che i racconti, ma più in generale ammatula è sommersa dalle illustrazioni. Racconti e illustrazioni vanno a braccetto e formano spesso un gran bel matrimonio. Il testo si arricchisce, il disegno prende vita. Va bene così.

Per quel che riguarda l’aspetto puramente materiale ammatula viene pubblicata da Arkadia ed esce in un formato molto agile da sfogliare con pagine patinate di buona qualità. Io preferisco il ruvido, ma visto il formato la scelta del patinato mi sembra giusta.
Non so di preciso quanta gente ci sia dietro alla rivista, nel numero che possiedo Marco di Fiore viene citato come editor, il progetto grafico è di Francesca Ventimiglia e la copertina è di Michelle Verdirosa. Non vorrei aver dimentico qualcuno, nel caso mi spiace.

Allora, vale la pena di leggere ammatula? Secondo me sì. Almeno da quello che ho letto io fino ad ora. Vale la pena di leggerlo se vi piacciono i racconti. Vale la pena di leggerlo perché dietro c’è energia giovane e si vede. Poi, ammettetelo, voi scrivete, sapere cosa finisce nelle riviste vi fa comodo. Non sarete mica di quelli che mandano racconti a destra e sinistra senza nemmeno sapere se sono affini ai contenuti precedentemente pubblicati? Lo so, la vostra obiezione è: ma io sono il nuovo David Foster Wallace, quello che scrivo lo deve pubblicare ogni rivista su cui poso lo sguardo. Un segreto svelato: no, non sei il nuovo DFW. Leggi prima di spedire le tue cose. Vale pure se hai un romanzo storico e lo mandi solo a chi fa poesia. Ah, ultima cosa, non pagare per pubblicare, quello non è pubblicare, è una questione di dignità, per la miseria. Basta, fine della predica.

Mi aspetto molto da questa rivista, mi aspetto che cresca e migliori dove ci sono cose da migliorare e mi aspetto, ma soprattutto mi aspetto che continui a pubblicare bella roba.

Ivano Porpora – L’argentino

martedì, Ottobre 9th, 2018

L’incipit di questo libro, il concatenarsi dei nomi e soprannomi, diminutivi e vezzeggiativi con cui il nostro protagonista dice di essere stato chiamato in vita vi porta direttamente all’interno della musica di questo libro. Che sia un tango o una milonga poco importa. Ciò che è importante è che Veranito (così lo chiamerò io per non rovinare gli altri suoi nomi) ci racconti la storia di cui è fatto “L’argentino“.
“L’argentino” è il terzo romanzo di Ivano Porpora, il secondo pubblicato da Marsilio, ed è un romanzo profondamente legato al precedente. “L’argentino” ha il compito di espandere l’universo che già avevamo conosciuto in “Nudi come siamo stati”, ma, a mio parere, fa anche molto di più. Il precedente libro di Porpora era già a livelli molto alti. Leggerlo era stato un piacere, ma era un libro diverso. Scritto un uno stile diverso perché raccontava una storia diversa. I grandi scrittori riescono a modificare la loro voce in base a ciò che raccontano. Sono sempre gli stessi eppure cambiano. È un dono.
Avete presente quell’informazione che possiedono un po’ tutti, che se guardate la Luna voi in realtà non state guardando la Luna di adesso, ma la Luna di qualche momento prima. Ecco, io ho avuto la stessa sensazione riguardo a questo libro di Porpora. Da quando lo seguo ho avuto modo di vedere la crescita stilistica, narrativa, chiamatela come volete, tra un libro e quello successivo. “Nudi come siamo stati” era già un passo avanti rispetto a “La conservazione metodica del dolore”. “L’argentino” è un gigantesco passo avanti su tutta la linea.

Il libro è più asciutto rispetto al precedente e mi sembra che in questo modo la storia arrivi diretta come un pugno sulla bocca dello stomaco. La scrittura, che nel libro precedente raggiungeva delle vette poetiche molto alte, qui va ancora più in alto. Il linguaggio è avvolgente e coinvolgente, le parole diventano immagini ad ogni pagina. È come se tutto il libro fosse un arazzo enorme da contemplare. Un arazzo dai colori caldi e brillanti.

E quindi? Che racconta questa storia di cui parla Veranito ne “L’argentino”?
In un paese composto da due strade, due case e centosettanta abitanti circa, un giorno arriva l’argentino. Che poi, secondo Veranito, quel tipo lì, l’Argentina non sapeva nemmeno dove stesse sulla cartina. Il momento in cui appare l’argentino è descritto magnificamente. Un apparizione che arriva dall’alto e sovrasta.
Ma un nuovo elemento senza passato all’interno di una comunità chiusa e ristretta non può che provocare danni e mettere a repentaglio l’equilibrio con cui sono fatte le strade di polvere e le case sbilenche.
Veranito è affascinato da questo misterioso figuro. Lo segue e assiste, quasi come un chierichetto osserva ed interviene durante la messa. Purtroppo però, nei pochi giorni in cui l’argentino rimane a San Cristobàl la sciagura si abbatte sul paese e la vita di Veranito e degli altri non sarà più la stessa.

Ma chi è questo argentino? Cosa rappresenta? Per quel che mi riguarda la discesa dell’argentino in paese è equiparabile alla discesa del messia sulla terra. L’argentino affronta Rosario, il bullo del paese con un cuore così nero che non se ne vedono i confini e una ferocia bestiale che ricorda il male puro. San Cristobàl diventa quindi il terreno per uno scontro tra il bene e il male il cui risultato finale lascia moralmente distrutti. Quell’ultima frase dell’argentino, quella frase che ripete con una disperazione via via sempre crescente nel corso delle pagine finali. Quella che sembra inizialmente essere un avvertimento, poi una supplica e, infine, una condanna.

“Non cambiate mai”

E poi c’è la questione del mito. Un mito che può sorgere solo dalle parole di un ragazzino. Quel Veranito che ci racconta tutto ormai da anziano, ma che per farlo usa gli occhi, le orecchie, la bocca di un bambino cresciuto troppo in fretta. Racconta l’arrivo della salvezza, la diffidenza delle persone, la caduta dei propri idoli ed esempi e poi, racconta la morte. È solo attraverso le parole di un ragazzino che riusciamo a cogliere l’essenza impalpabile dell’argentino. È solo attraverso Veranito che arriviamo a chiederci chi sia questo messia dall’andatura sbilenca e quale sarà il prossimo luogo in cui apparirà.

Ce ne sarebbero ancora di cose da dire. Il buon pazzo che lancia in aria un piccione viaggiatore solo per dire a qualcuno dall’altra parte del volo che “pioverà”. La porta che la maledizione di uno scrittore famoso (chi sarà mai poi questo scrittore?) ha chiuso e che nessuno dovrà mai aprire. La madonna trafugata. Le strade polverose. Tutti i personaggi presenti nel libro che brillano di luce propria. E poi lo stile di stampo sudamericano, la densità quasi materica della lingua che fonde descrizioni e dialoghi senza crepe o brecce. Tutto in 166 pagine, una per ognuno degli abitanti di San Cristobàl alla fine del libro.

“L’argentino” di Ivano Porpora per me è stato tutto questo e anche molto di più. Mi rimane una sola curiosità. Una curiosità che cercherò di tenere a bada. Visto il punto in cui è atterrato Ivano con questo salto, mi sto chiedendo dove atterrerà con il prossimo e quale sarà la grandezza del suo prossimo lavoro.


Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha pubblicato i romanzi La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012) e Nudi come siamo stati (Marsilio 2017). Tiene corsi di scrittura e collabora con studi di psicoterapia, per i quali conduce percorsi basati sulla narrazione. È presidente dell’associazione culturale La Nottola di Minerva.

Michiko Kakutani – La morte della verità

domenica, Ottobre 7th, 2018

Michiko Kakutani è stata, fino al 2017, il critico letterario di punta del “New York Times”. Famose sono state le sue recensioni, forse ancora di più le sue stroncature. Posso solo immaginare che durante gli anni Katukani abbia avuto modo di leggere migliaia di libri. Questi libri hanno messo la base per questo saggio, “La morte della verità“.

Questo saggio nasce, a mio parere, con il tentativo di dare una spiegazione su cosa sia andato talmente storto da dare a Trump la possibilità di essere eletto come presidente degli Stati Uniti. “La morte della verità” analizza il fenomeno Trump e le sue strategie comunicative che gli hanno permesso un successo che i più avrebbero giudicato impossibile. La campagna di Trump è iniziata con le risa di scherno degli avversari. La stessa Clinton, arrivata allo scontro finale contro Trump per il posto di presidente, ha sottovalutato l’avversario pensando, sotto sotto, di avere la vittoria in tasca.

Trump è un personaggio misogino, razzista, omofono e ignorante, completamente incentrato su se stesso e la propria immagine. Ma, per quanto mi dolga dirlo, non è uno sprovveduto. Sapeva di non aver alcuna possibilità di vincere la corsa alla presidenza e quindi si è rivolto alle persona giuste. A quei professionisti che hanno il solo scopo di manipolare la verità. Ecco subentrare dunque i troll russi. L’IRA è una struttura con base a Mosca in cui lavorano persone che hanno il solo scopo di mettere in giro notizie false. La cosa assurda è che mentre al primo piano c’è chi inventa le notizie, al terzo c’è chi quelle notizie le va a commentare.
La strategia è stata perfetta. Quasi da ammirare. Gruppi di troll che aprono gruppi Facebook per dividere il popolo americano sui temi controversi del razzismo e dell’aborto. Altri gruppi che fanno circolare notizie false sugli avversari politici. Altri ancora che fanno circolare notizie meravigliose su Trump per farlo apparire il nuovo messia. Un Ceo che non deve rendere conto a nessuno per governare il paese. E tutto questo passando attraverso i dati raccolti su Facebook da Cambridge Analytica, una società che si occupava di delineare i profili degli utenti e di mandare nelle loro bacheche il materiale giusto per farli avvicinare a Trump. Se eri un amante dei gatti nella tua bacheca compariva un post che mostrava la Clinton mentre ne prendeva a calci uno e un post di Trump che avrebbe dedicato una statua a Silvestro.
Il lavoro di Cambridge Analytica non avrebbe potuto funzionare se noi tutti non fossimo all’interno di un silos. In questo silos si raggruppano le persone che hanno interessi in comune e l’unico scopo del cercare e leggere le notizie è quello di cercare conferma delle nostre idee. Non cerchiamo più il confronto, cerchiamo la sicurezza delle nostre opinioni.

La superba intelligenza di Michiko Kakutani supporta queste teorie utilizzando dei tranci di cultura pop. Non parlerò della citazione del Joker presa dal Cavaliere Oscuro, ma vi basterà sapere che Kakutani cita saggi e libri di narrativa a partire dai primi del ‘900. Cita l’ovvio Orwell e Huxley, cita David Foster Wallace, ma anche George Washington, il presidente Jefferson e altri intellettuali che hanno parlato dell’importanza della verità.

Lo scopo di chi ha lavorato alla campagna di Trump non è stato quello di creare una nuova verità, ma di distruggere con una sovrabbondanza di informazioni fuori controllo la verità stabilita. Tutto viene messo in dubbio. La scienza non è più una sacra verità, bensì una prospettiva da cui guardare le cose. La verità non è unica è un punto di vista, una diversa narrazione.
Il postmoderninsmo e il decostrunismo hanno contribuito a dare una forte spinta a questo tipo di atteggiamento. Il proliferare di fonti di informazione (le quali, come detto sopra, circolano all’interno del nostro silos) ci sta sfiancando. Siamo propensi ad accettare qualsiasi fatto come vero, qualsiasi opinione come degna, perché siamo in uno stato di confusione senza fine. Le fonti di informazioni pure, se ancora si trovano, vengono bombardate da attacchi feroci. Le lotte tra silos e silos sono cariche di rabbia e bestialità. Non devo portare avanti la mia verità, devo distruggere la tua. Non c’è confronto. È una rissa di strada senza regole.

Ora, se tutta la questione Trump vi sembra famigliare sappiate che lo è. Trump la spara sempre più grossa. Inveisce su twitter contro chiunque gli metta i bastoni tra le ruote. Sceglie dei collaboratori che secondo lui sono i migliori in assoluto per poi pugnalarli la settimana consecutiva. Utilizza un linguaggio pieno di superlativi e iperboli impressionanti proprio come Hitler utilizzò per la sua ascesa. Trump crea nemici a tavolino per rafforzare la propria base di sostenitori. Una volta si tratta dei messicani, un’altra dei proabortisti, un’altra la gente di colore. Hitler se l’è presa principalmente con gli ebrei.
Molte delle strategie comunicative adottate da Trump ricalcano quelle adottate da Hitler e quelle che Salvini sta utilizzando in Italia. Si tratta di spararla sempre più grossa. Di vedere fino a che punto l’elettorato può sopportare l’indecenza di un essere umano. A quanto pare, la situazione culturale è talmente tanto bassa che il livello di sopportazione è molto alto.
Un sostenitore di Brett Kavanaugh (la persona che Trump ha proposto per il ruolo vacante di Giudice della Corte Suprema e che al momento sta affrontando una pesante accusa di violenza carnale) ha risposto ad un giornalista che anche se dovessero provare che Kavanaugh è colpevole lui continuerebbe a supportarlo per la sua posizione contro l’aborto. Siamo disposti a sopportare tutto purché qualcuno annaffi il nostro orticello. In America, nella Germania degli anni ’40, nell’Inghilterra pro Brexit e nell’Italia del 2018.

La lettura de “La morte della verità” di Michiko Kakutani è qualcosa che vi consiglio con tutto il cuore. Avrete la possibilità, se lo vorrete davvero, di capire come funzionano alcune dinamiche della politica attuale. Se lo vorrete potrete entrare nell’ottica delle idee che la verità esiste ancora, ma va cercata con fatica. Solo se lo vorrete.

Traduzione di Alberto Cristofori.


Michiko Kakutani, nata a New Haven (Connecticut), figlia dell’importante matematico giapponese Shizuo, dal 1983 fino all’agosto 2017 è stata chief book critic del New York Times, dove ha iniziato a lavorare nel 1979 come reporter dopo due anni al Washington Post e a Time.

Laureata a Yale, nel 1998 ha vinto il Premio Pulitzer per i suoi scritti appassionati e intelligenti sui libri e la letteratura contemporanea. Nota per il rigore delle sue valutazioni e per le stroncature impietose, non è soltanto una vera autorità della scena letteraria e editoriale americana, ma è diventata anche un personaggio della cultura pop, citato in serie tv come Girls e Sex and the City.

Vive a Manhattan, e questo è il suo primo libro.

Natsume Sōseki – Il diario della bicicletta e altri racconti

venerdì, Settembre 28th, 2018

Ad essere del tutto onesto fatico a considerare questi tre “pezzi” dei semplici racconti. Nel corso degli anni ho letto più di un libro di Natsume Sōseki. La maggior parte di questi erano romanzi, poi Lindau ha iniziato a pubblicare altro materiale dello scrittore giapponese e mi sono avvicinato anche ai racconti, ma in questo caso andiamo oltre. Ciò che è contenuto ne “Il diario della bicicletta e altri racconti” può essere considerato come un diario dello scrittore. Solo che, essendo lui uno dei più grandi scrittori, la forma del diario era limitante e quindi ne sono uscite queste tre opere davvero interessanti.

Sia che si tratti del rapporto con un uccellino in gabbia o con il suo vano tentativo di imparare tardivamente ad andare in bicicletta oppure con la spiegazione di alcuni enigmi letterari che tirano in ballo Maupassant e Prévost, l’occhio di Natsume Sōseki è voltato verso l’interno. Mi piace pensare che questi tre racconti/diario siano una chiave di lettura per l’opera di Natsume Sōseki, ma anche per la sua personalità. Ovviamente, trattandosi di letteratura, non possiamo prendere ogni informazione per oro colato, nonostante questo però la sensazione di esserci avvicinati all’uomo che sta dietro lo scrittore è molto forte.
La scrittura è la stessa scrittura essenziale di cui godiamo quando leggiamo le sue altre opere più letterarie. Questa volta però, l’io narrate, sembra coprire a malapena la complessa personalità dello scrittore. Viene da pensare che Natsume Sōseki sia stato un uomo difficile con cui trattare. Un personaggio abbandonato all’ansia e alla depressione, a volte nascosta dietro un’autoironia da manuale della psicologia.

Non c’è una vera e propria omogeneità di argomento e tempo, trattandosi di racconti scritti in diverse fasi della vita di Natsume Sōseki che toccano argomenti diversi. L’unità di base la fornisce l’io narrante, che mai come in questo caso viene percepito così vicino all’autore stesso.

I tre racconti sono agili, nel complesso il libro lo si può leggere in un paio d’ore gustandoselo con calma. Inoltre la postfazione di Muto Tamayo contribuisce a fornire un valore aggiunto all’opera donandoci delle chiavi interpretative diverse. Muto Tamayo che è anche la traduttrice del libro.

Avendo letto molto di Natsume Sōseki mi sono chiesto a chi potrebbe essere indirizzato questo libro. Beh, la cosa dipende un po’ da che tipo di lettori siete. Se vi piace assaporare un nuovo autore poco alla volta questo libro vi può dare una buona panoramica per iniziare, se altrimenti preferite puntare subito al bersaglio grosso allora i romanzi fanno per voi, ma “Il diario della bicicletta” potrebbe rivelarsi un amico fidato per riuscire a comprendere meglio la psicologia dell’autore soprattutto relativamente alla costruzione dei personaggi.

Buona lettura.


Natsume Sōseki (1867-1916) è uno dei maggiori scrittori giapponesi tra Otto e Novecento. Nel suo Paese è considerato il «sommo scrittore», colui che ha posto le basi della lingua giapponese moderna e ha influenzato in modo significativo la letteratura e il pensiero delle generazioni successive.
Tra i suoi romanzi più conosciuti si ricordano: Io sono un gatto, Il signorino e Guanciale d’erba, pubblicati da Neri Pozza.

Sandro Frizziero – Confessioni di un Neet

giovedì, Settembre 20th, 2018

Ci si può affezionare ad un personaggio anche se non lo vorresti mai come amico, ma proprio mai nella vita? Può essere che il potere della letteratura passi anche da questo? Farci vedere cose e persone totalmente distanti da noi che però in qualche modo, proprio con noi, riescono a creare un legame?

Questi sono alcuni dei quesiti che mi sono fatto leggendo il libro di Sandro Frizziero “Confessioni di un Neet” pubblicato da Fazi Editore nella collana “Le meraviglie”. Collana dal taglio ironico e umoristico che ha visto come ospiti quel Muzzopappa apprezzato in Italia e all’estero e altri autori che sulle pagine di Senzaudio hanno già lasciato qualcosa (Mussinelli tra tutti).
Prima che ve lo chiediate ve lo dico io. Neet è un acronimo che sta per “Not in Education, Employment or Training”, in pratica: non studio, non lavoro e non sto facendo formazione. Che è un po’ come dire, in questo momento, che non sono niente per la società.
E il protagonista di questo libro, il nostro narratore sincero, in effetti, per certi versi, è un nulla. Non vuole un lavoro, non è interessato a rapporti reali, ma quelli virtuali vanno bene perché non lo impegnano. Anche il rapporto con la famiglia deve essere ridotto all’osso. A patto che la madre gli prepari da mangiare e lo curi come fosse un bambino.

Il Neet  così. Autoesiliato nella propria camerata. Fruisce della vita attraverso i canali informatici. È acido, irriverente, sarcastico ed ironico. Tutto per mantenere le distanze. È misantropo e caustico, si ribella alle convenzioni della società convinto di essere l’unico depositario della verità. Vuole bastare a se stesso e ingannare gli altri che, in preda alla loro ignoranza, non capiscono che lavorare e gettarsi nelle relazioni è una forma di controllo perpetrato dalla società nei nostri confronti. In pratica, il messaggio che il narratore vorrebbe far passare è che nulla conti veramente.

In realtà “Confessioni di un Neet” mi sembra prendere le mosse da una serie di comportamenti ben radicati tra di noi. Gli Otaku sono solo il primo esempio che mi viene in mente, ma più in generale spesso corriamo il rischio di nasconderci nel virtuale per paura di comprometterci o semplicemente di metterci in gioco. Il Neet dunque esagera e porta all’estremo questi tratti salienti della società contemporanea e, mescolandoli con una buona dose di ironia, stravolge il messaggio che il narratore vorrebbe far passare.

Non è vero che nulla conta, è solo paura.


Sandro Frizziero è nato a Chioggia nel 1987 e insegna Lettere negli istituti superiori della sua città.

Andrea De Carlo – Una di Luna

venerdì, Settembre 14th, 2018

Torna Andrea De Carlo, e lo fa con un romanzo che è nel solco della sua produzione narrativa: una riflessione, mai interrotta, sui rapporti umani e le dinamiche che li regolano, in un rapporto proporzionale con i sentimenti che agitano i personaggi dei suoi lavori.

 Una di Luna quindi, e già il titolo svela molto del racconto, non solo rispetto alla protagonista, Margherita Malventi, convinta del potere salvifico dell’astro celeste nei suoi confronti ma soprattutto rispetto alle due facce della luna, quella visibile e quella nascosta. Non vi è  riassunto solo l’affiliazione d Margherita a una sorta di culto lunare: si parla di ciò che – nelle relazioni – è detto, e di quello che invece rimane occulto e non visibile, esattamente come uno dei lati della luna.

 E la stessa struttura del libro è binaria: nella prima parte Margherita, che è una chef di un piccolo e curato ristorante a Venezia nel sestiere di Castello, accompagna il padre – il rinomato cuoco Malventi, però caduto in disgrazia dopo il fallimento del ristorante, pure questo nella città lagunare, e la truffa dei soci – a Milano per partecipare a un programma televisivo, sorta di Masterchef. Durante il viaggio in treno, e oltre, vediamo il grandissimo chef Malventi attraverso gli occhi della figlia: abruzzese piccolo e segaligno, arrivato al Nord ormai sessant’anni fa per inseguire il successo, uomo anaffettivo sia con la moglie che la figlia e chiunque gli sia intorno, fascista auto dichiarato e che vive come un’eterna ingiustizia ed ossessione la perdita del suo ristorante.  E quale migliore occasione del programma televisivo culinario per denunciare il tutto, senza coscienza alcuna di come il motivo principale della rovina siano state le manie di grandezza?

Questa parte iniziale si giostra quindi su questo tentativo di rivalsa, che Margherita asseconda solo nella speranza di potere finalmente recuperare un rapporto con il padre, nella consapevolezza di come pure i suoi interessi sentimentali rispettino pienamente la figura paterna e cercando quindi un generico riscatto. Che ovviamente non verrà trovato all’interno del programma televisivo – per quanto riguarda lo chef Malventi – ma grazie a un fortuito incontro nell’albergo.

Ed ecco quindi che la seconda parte de libro si riversa tutta dalla parte di Margherita, quando prima Malventi padre ne era il centro nevralgico assoluto. E dal ritorno della donna a Mestre e a Venezia, apprendiamo man mano più di lei e del suo approccio al mondo e all’arte culinaria, sulle orme del genitore – ancora una volta – ma pure in opposizione.  Opposizione che, sempre secondo la filosofia del romanzo e della luna, è sia aperta che sottotraccia, evidente quanto simbolica, là dove la cucina coltiva la voglia di riscatto e orgoglio. Quella che sembra una situazione bloccata, nella sua precarietà, si smuoverà grazie all’arrivo dell’altro protagonista dell’incontro fortuito milanese, un illusionista francese: allusione alla magia della luna e al mistero che si nasconde dietro l’occhio vigile e benigno che rivolge a Margherita, mentre si fa guida di una coinvolgente corsa in una Venezia notturna e appunto occulta.

Ancora una volta De Carlo si mostra abile a indagare gli stati d’animo dei suoi personaggi, mostrandocene le contraddizioni e andando a cercare le sfumature e le ambiguità che costruiscono il carattere, non rinunciando mai alla spiegazione ultima. Là dove il padre rimane ancorato e fedele a se stesso allo spasimo, non trovando più speranza e redenzione, Margherita coglie invece il mistero della luna e ne abbraccia l’imperscrutabilità, dietro la quale può trovare la felicità.

 


Andrea De Carlo è nato e cresciuto a Milano. Padre architetto, madre traduttrice. Nonno paterno siciliano, nonna paterna cilena; il lato materno piemontese. Ha cominciato a scrivere al liceo, la faccenda è diventata più seria quando sua madre gli ha regalato una Lettera 22 portatile rossa per i suoi diciott’anni. Con quella ha scritto racconti di una pagina, diari di viaggio, lettere, due romanzi inediti, e i primi due romanzi pubblicati. Laureato in Lettere moderne, con una tesi in Storia contemporanea. Ha vissuto per lunghi periodi negli Stati Uniti, in Australia, in Centro e Sud America e in diverse città europee.

Ben Marcus – L’alfabeto di fuoco

venerdì, Settembre 14th, 2018

Qualche mese fa è uscito per Black Coffee il libro di Ben Marcus “L’alfabeto di fuoco“. Qualche mese fa, nell’editoria, significa un’altra era geologica. Si rincorre spesso l’ultima uscita, con lo sguardo iniettato di sangue e la bava alla bocca. Si corre dietro all’ultima novità, si fa un refresh continuo sulle pagine degli editori per controllare cosa sia uscito in mattinata, poi per scrupolo si torna anche la sera. Il mantra è “Nuovo è sempre meglio”, come direbbe Barney Stinson. Però non è così. Noi che scriviamo di libri ci buttiamo sull’ultimo libro del nostro editore preferito come i piranha si buttano su un quarto di bue e l’effetto, mi duole dirlo, sembra proprio quello di una carcassa spolpata in fretta.

Anche io faccio parte di questo gruppo, ma sempre più spesso mi capita di lasciar decantare i libri, come il buon vino. Quando mi arrivano li apro, poi ne assaggio un paio di pagine, mi faccio un’idea sullo stile e sul tono del libro e poi mi dico: sì, adesso va bene; oppure no, non è il momento giusto. E quando arriva il momento giusto mi sembra di saperlo, di intuirlo.

Di recente ho preso in mano “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus e ho avuto la riprova che attendere il momento propizio è un’ottima strategia. Il libro di Marcus racconta un mondo in cui il linguaggio è diventato una malattia. Sono i bambini i portatori sani di questo contagio. Gli adulti ne fanno le spese. Cosa può succedere ad un mondo come il nostro quando anche comunicare diventa un problema?
Messa così potrebbe sembrare di avere tra le mani una distopia o un libro dalle forti connotazioni fantascientifiche. Eppure, mano a mano che la lettura procede il lettore si dovrebbe rendere conto che il mondo che descrive Ben Marcus, con le dovute forzature ed esagerazioni, è già qui. Già ora viviamo in un luogo fisico in cui il linguaggio ha delle conseguenze. Mi viene da dire che le conseguenze del linguaggio stanno diventato sempre più nefaste anche a causa dell’uso smodato e sconsiderato dei social network. Il linguaggio, secondo il mio modesto parere, ha già delle conseguenze fisiche. Ferisce, porta al suicidio, deprime, consuma. Ben Marcus è un maestro a descrivere gli effetti tangibili dell’epidemia. Il suo è un libro da leggere a piccoli sorsi, ancora, proprio come il vino.

Anche perché, è qui entra in gioco un’altra componente davvero notevole, lo stile con cui Marcus ha scritto “L’alfabeto di fuoco” è esso stesso un protagonista del libro.
Leggere questo libro non è una passeggiata. Lo stile è complesso, articolato a tratti sfiora il barocco. È avvolgente, ma se non stai attento ti stritola e ti fa mancare l’aria. È il modo ideale per raccontare il dolore, la perdita e la solitudine che si crea dal momento in cui ascoltare diventa impossibile ed è in un certo senso quello che fa il linguaggio usato da Marcus in questo libro dal momento che sembra di uscire dalle pagine. Leggerlo provoca delle sensazioni fisiche. Capirete che se state leggendo un libro in cui l’uso del linguaggio ha effetti nefasti sul vostro fisico, sentire che il testo che state leggendo vi si avvinghia addosso ha degli effetti interessanti sulla psiche del lettore.

La traduzione, che presumo non essere stata facile vista la ricchezza del testo, è di Gioia Guerzoni. Traduttrice in cui, da qualche anno a questa parte, tendo a leggere spesso con grande soddisfazione. So che alcuni dei titoli che traduce li propone direttamente lei agli editori per cui direi che ha buoni gusti.

Per concludere, leggete questo libro e tornate a dirmi cosa ne pensate.


Ben Marcus è autore di due romanzi, L’alfabeto di fuoco e Notable American Women, e due raccolte di racconti, L’età del fil di ferro e dello spago (Alet, 2006) e Leaving the Sea (di prossima pubblicazione per Black Coffee). I suoi scritti sono apparsi su Harper’s, The New Yorker, The Paris Review, Electric Literature, Granta, The Believer, McSweeney’s e Tin House. Ben Marcus ha inoltre curato l’antologia New American Stories per la celebre rivista Granta, si è aggiudicato la Guggenheim Fellowship (2013) e tre Pushcart Prize. Dal 2000 insegna alla Columbia University School of the Arts. Vive a New York.

Jane Alison – Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami.

lunedì, Settembre 10th, 2018

Per qualche meccanismo non controllabile del mio cervello il sottotitolo è stato la prima fonte di riflessione. L’ho trovato stranamente ossimorico. Ho trovato che non ci sia posto meno indicato per leggere Ovidio che il sole di Miami dove, mi immagino, il primo scopo di un organismo umano non sia quello di pensare, ma quello di bagnarsi di sole. Questa riflessione ne ha generate altre. Ma andiamo con ordine.

La protagonista di mezz’età di questo libro si chiama J. e non ha una vita del tutto soddisfacente. Un matrimonio fallito e una storia d’amore che ha fatto la stessa fine. Sono quelle cose che ad un certo punto di costringono a fare un bilancio della tua vita. Il sole di Miami e un compagno di viaggio, Ovidio, la cui lettura la sbilancia verso un mondo di trasformazioni e fantasie. Fino a che una tizia non getta qualcosa di impercettibile dal balcone e allora le cose cambiano. Forse si fanno più concrete, anche se il dubbio rimane.

Più che soffermarmi sulla trama di “Meglio sole che nuvole” vorrei parlare di quanto il tipo di scrittura della Alison mi abbia portato a riflettere sulla scrittura femminile. O meglio, su una declinazione della scrittura femminile che ho incontrato abbastanza spesso negli ultimi anni.

Quello della Alison è un romanzo frammentato. È quasi un pulviscolo di idee e parole. Brevi capitoli, paragrafi fulminei, frasi secche, recise. Prosegue a saltelli, racconta passato, presente e futuro quasi nello stesso istante. Ed è un libro che narra l’introspezione di un personaggio attraverso un susseguirsi di pensieri non necessariamente lineari. L’effetto, per il lettore, è  quasi asfissiante, perché si ha l’impressione di andare sempre più in profondità dove non arriva la luce del sole e la pressione dell’acqua fa saltare i timpani. Questo modo di progredire l’ho già incontrato altrove, in altri libri e, dopo aver controllato, mi sono accorto che si trattava sempre di autrici femminili. Mi sono chiesto se questo modo di raccontare se stessi e le proprie fragilità non sia prerogativa femminile. Un raccontare che dà l’impressione di essere un viaggio compiuto alla ricerca di quel dato momento nella vita in cui qualcosa è andato storto.

Inoltre il libro ha il potere di tenerti in bilico tra un piano di realtà che potremmo trovare familiare e l’insieme dei personaggi, a volte abbozzati con una lettera (la stessa J., ma anche K. e N.) che sembrano essere pure emanazioni dello spirito. Spettri che escono dalla corrente solo per interagire con un’indicazione sulla rotta da seguire. E anche Ovidio mi sembra rientrare in questa categoria di guida. Un elemento della narrazione che funge da interlocutore. Distante nello spazio e nel tempo, smaterializzato fino ad essere quasi la voce della coscienza e della conoscenza.

Quello di Jane Alison è un libro che mi ha dato molto da pensare e credo non si possa chiedere di meglio da un libro.

Traduzione di Laura Noulian che ho apprezzato davvero molto.


Jane Alison è nata a Canberra, ma è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato Lettere classiche e Scrittura creativa. Ha esordito nel 2001 con il romanzo The Love-Artist, incentrato sulla figura di Ovidio, ed è autrice di romanzi, racconti e saggi apparsi su New York Times, Washington Post, Boston Globe. Dopo aver vissuto in Germania e a Miami, si è trasferita a Charlottesville e insegna Scrittura creativa all’università della Virginia.