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The Crow, la trinità che lo ha reso un cult movie

written by senzaudio 28 maggio 2013

The crow Il corveo

Il corvo

Era il 94, io e altre due amici avevamo deciso di passare una serata al cinema a Venezia. Non c’erano multisala a Venezia (e a dire il vero credo che la situazione non sia cambiata poi molto da allora) per cui l’unica scelta percorribile era quella di andare a vedere “The Crow”.
Questo è il preambolo.
Poi negli anni la cosa è evoluta fino al punto di far diventare “Il Corvo” l’unico film che abbia visto al cinema, in videocassetta, in DVD, Bluray, TV e in innumerevoli formati streaming più o meno leciti oltre ce in italiano e in lingua originale. Nel mezzo di tutto questo, una visita a Londra all’ultimo anno delle superiori, da cui sono ritornato con la valigia piena di poster, locandine e foto in bianco e nero tratte dal film che ho poi prontamente attaccato ovunque in camera mia.
Il fatto è che “The Crow” ha colpito tremendamente il mio immaginario di adolescente. Nato per essere un film di cassetta, come si diceva all’epoca, il film, complice alcune questioni che andremo a valutare, è diventato un fenomeno mediatico. Mai, come in questo caso, le congiunture astrali, si sono adoperate per far diventare una pellicola senza tante pretese, in un vero e proprio cult movie.
Andiamo per gradi. Il film è tratto da un fumetto di James O’Barr che lo scrisse per sfuggire alla depressione in cui era piombato dopo la morte della sua fidanzata in un incidente causato da un ubriaco. L’ispirazione che diete il via al fumetto la ebbe, pare, dopo aver letto in un giornale di Detroit che una coppia di fidanzati era stata uccisa per una rapina; il bottino? Un anello da 20$ Se non vi trovate qualcosa di dannatamente tragico e ingiusto in tutto questo non parliamo lo stesso linguaggio. Il seme da cui è nato il progetto è un seme disperato.
Il fumetto, in Italia, fu pubblicato una prima volta, dopo l’uscita del film per sfruttarne il traino, dalla Panini Comics, in 3 volumi più un numero 0 che raccoglieva informazioni sul fumetto, ma anche sul film, in particolare sulle scene tagliate e sulle scene ricostruite al computer. Vi si raccontava la storia di O’Barr, le influenze che lo avevano portato a scegliere un tale argomento e a trattarlo in quel modo. Poi ci fu una ristampa che raccolse in un unico volume tutta la storia. Chi vi scrive, da qualche parte in soffitta, possiede entrambe le versioni.
Le differenze tra fumetto e film sono molto marcate, aldilà di quelle relative alla trama che non affronteremo per non rovinare la lettura e la visione del film, è proprio l’atmosfera ad esser ancora più cupa e tragica nella versione cartacea. Il tratto del disegno molto sporco, l’ampio uso del nero e una stilizzazione dei personaggi davvero molto clownesca non potevano essere trasportati nel mezzo cinematografico. Alcune scene poi sono molto più crude e violente nell’opera di O’Barr che nel film.

Veniamo dunque al film. Diretto da Alex Proyas, che fino a quel momento aveva lavorato solo nella pubblicità e nei video musicali, il film si trova a poter usufruire della più sensazionale pubblicità che possa essere immaginata.
La morte dell’attore principale, Brandon Lee che interpreta Eric Draven, durante le riprese del film. Nello specifico, durante le riprese della scena in cui uno dei malviventi lo doveva uccidere nella finzione.
Ma chi era tale Brandon Lee? Brandon era un attore emergente all’epoca. Aveva alle spalle qualche pellicola di scarso valore (da dimenticare un film con Dolph Lundgren “Resa dei conti a Little Tokio), ma era opinione comune che il suo tempo stava per arrivare. Una bella faccia dai tratti asiatici, un fisico asciutto e muscoloso e una propensione per le arti marziali. Già, come mai il buon Brandon aveva una forte affinità per le arti marziali? Probabilmente perché il padre dello sfortunato attore era il grande Bruce Lee.
E qui le storie si incrociano, finzione, leggenda e realtà si intrecciano quasi indissolubilmente. Brandon muore per una tragica fatalità, anche se le speculazioni e le ipotesi fantasiose si sono fatte strada, quello che l’ha ucciso è un errore. Per abbattere i costi di produzione i tecnici addetti agli oggetti di scena, invece di comprare pallottole a salve che costavano di più, utilizzavano pallottole vere accuratamente svuotate dalla polvere da sparo. Una di esse non fu svuotata poi così accuratamente e un concomitante inceppamento dell’arma fece il resto. Una pallottola con un po’ di polvere da sparo rimase incastrata nella canna dell’arma, lo sparo successivo la fece detonare. Il colpo partì e Brandon cadde dalla parte opposta a quella richiesta dal regista.
Non si rialzò più.
Da quell’incidente le voci si moltiplicarono perché in un film girato dal padre anni prima, la mafia cinese cerca di giustiziare il personaggio interpretato da Bruce Lee proprio utilizzando questo espediente.
Capirete che con un pregresso di questo tipo, è facile iniziare a fantasticare. La macchina del marketing poi ci mise del suo.
Brandon morì prima che tutte le riprese del film venissero completate. Per non essere costretti a gettare via tutto il girato e ricominciare con un nuovo attore, utilizzarono il computer per ricreare alcune scene chiave e all’epoca tale operazione non era priva di costi. Per cui, nel prodotto finito, ci sono alcune scene che sono girate da una controfigura che non si vede mai in volto, altre girate da una controfigura alla quale è stata appiccicata la faccia di Brandon Lee presa da diversi momenti del film e scene ritagliate da una parte e incollate in un’altra. Questi espedienti permisero di confezionare il film più o meno rispettando il progetto originale.
Stilisticamente poi, il film fa un uso massiccio di colori scuri, sembra virare quasi al bianco e nero (pare che Brandon inascoltato, volesse proprio girarlo in questo modo), per poi esplodere in un rosso infuocato a più riprese, quasi a ricordare che il sangue è il vero filo conduttore del film.
Ho parlato del fumetto dal quale è nato tutto e la sua travagliata genesi. Ho parlato della tragedia che ha colpito il film e che inevitabilmente ha contribuito al passaparola, cosa manca ora per chiudere la santissima trinità che ha portato “The Crow” a diventare un fenomeno di culto?
Ultimo atto: La colonna sonora.
A scanso di equivoci, possiedo sia la colonna sonora che lo score originale in cui la melodia e i suoni metal vengono mescolati sapientemene.
Iniziamo da un assunto chiave. Per dare sostanza ad un film così visivamente d’impatto era necessaria la scelta di una colonna sonora di grandissimo spessore e personalità. Nelle quattordici tracce presenti nel CD si alternano nomi Punk, Metal e Gothic. Si inizia con una meravigliosa canzone dei Cure, Burn. A ben vedere, la scelta dei Cure come parte della colonna sonora, è un voler chiudere il cerchio se considerate che O’Barr ha affermato esplicitamente di essersi ispirato alle atmosfere evocate dai Cure mentre disegnava “Il Corvo”. Stone Temple Pilots, Nine Inche Nails, The Jesus and Mary Chain, Rage Against the Machine sono solo alcuni degli artisti che fanno da tappeto sonoro al film. Donando un ulteriore elemento di ruvidezza e rabbia alla pellicola, quasi a sottolineare la devastazione dei sentimenti che prova Eric Draven. Il CD poi si chiude con una traccia cantata da Jane Siberry che, prendendo la frase “Non può piovere per sempre” resa celebre da Brandon che la pronuncia nel film e che la canta pure, confeziona una canzone che è quasi un lamento funebre dal nome di “It can’t rain all the time”.
L’antefatto, il fumetto, il film cupo, la morte di Brandon, la colonna sonora. Tutti questi elementi hanno reso questo film immortale, innalzandolo allo status di vero e proprio fenomeno di culto con siti web dedicati, comunità tematiche e citazioni.
L’altro lato della medaglia ci fa dono di una paio di sequel di pessima fattura accompagnati da colonne sonore altrettanto zoppicanti che nel complesso non sono riusciti a rendere giustizia al capitolo iniziale e di cui avremmo fatto tranquillamente a meno.
Piccole confessioni sparse.
Ho sognato più di qualche volta di travestirmi per carnevale da Corvo.
Ho scritto un libro il cui protagonista principale si chiama Eric Rain ed è liberamente ispirato da Eric Draven.
Per anni ho pensato che quella espressa nel film fosse la vera idea di giustizia divina.

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