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Paolo Cognetti – Le otto montagne (Einaudi)

by Gianluigi Bodi

Percorrere le otto montagne non è mai stato così semplice.

Qui si lascia poco spazio alla grande editoria, non perché sia convinto che essa incarni il male e nemmeno perché creda che dalle grandi case editrici escano solo grandi bidoni. E’ vero che nel folle tentativo di riempire ogni singolo spazio libero delle librerie di catena con i loro volumi il rischio di pubblicare roba che fa gridare vendetta per l’albero che si è immolato è molto alto. Però qui si è lasciato poco spazio alla grande editoria perché seguire la piccola e media editoria è un compito che richiede parecchio tempo e parecchia dedizione. Le ore del giorno sono quelle che sono e, almeno per me, leggere non è ancora diventato un lavoro (purtroppo oserei dire).
Però a volte mi capita di mettere le mani su un bel libro e di volerne parlare anche se non fa parte di quell’editoria che ho preso a cuore e che a volte mi sembra di abitare.
Il libro in questione è “Le otto montagne” di Paolo Cognetti.
Ora, chiariamoci, a Cognetti, che io parli bene del suo libro dubito interessi poi tanto. Se anche spostassi con questa mia opinione tutte le copie che sposto in un anno credo che a Einaudi non se ne accorgerebbero nemmeno se volessero.
Eppure a volte è bello parlare di qualcosa anche solo per il piacere che se ne ricava a farlo e questa lunghissima introduzione deve giungere ad una fine ora.

“Le otto montagne” è il primo romanzo di Paolo Cognetti. Uno scrittore da tutti conosciuto per la sua abilità nei racconti. La prima cosa che mi viene da dire è che in un certo senso Cognetti è uno scrittore americano. Uno scrittore che non ha sofferto minimamente del passaggio dal racconto al romanzo, uno scrittore che pare dare la stessa immensa dignità ad entrambe le lunghezze. Ciò, in Italia, non è scontato. Spesso ci troviamo di fronte a raccolte di racconti raffazzonate, messe su alla bell’e meglio raschiando il fondo del barile. Magari per tappare un buco temporale troppo lungo tra un romanzo e l’altro. Spesso, l’unica forma di letteratura considerata degna di essere letta.
In Cognetti ciò non è presente. Il salto dal racconto al romanzo è stato naturale, indolore. E questo è il segnale che lo scrittore possiede una buona dose di talento e, soprattutto, abilità nel plasmare la parola.
Un altro aspetto importante è che Paolo Cognetti non ha scritto un libro autoreferenziale. Pur conoscendo più o meno tutti il tipo di vita che ha scelto di fare, dalle pagine di questo libro non traspare mai una sovrapposizione tra autore e personaggio principale.
La storia raccontate ne “Le otto montagne” ci parla di Pietro e dei suoi genitori, ci parla di Bruno e Lara, ma soprattutto ci parla di montagna. I genitori di Pietro si sono conosciuti in un paese di montagna e hanno un passato segnato da una tragedia. Cognetti in questo particolare punto della trame è molto bravo a non far pesare la tragedia come un macigno insormontabile. Si tratta di qualcosa che pur appartenendo al passato ha segnato la vita del padre, ma gli ha permesso comunque di guardare avanti. In ogni caso, dopo il matrimonio si trasferiscono in città. Torino però sta stretta a chi ha passato la vita a camminare tra monti e valli per cui decidono di prendere in affitto un baracca e di passare le estati tra una camminata e l’altra. Qui Pietro, il figlio, fa la conoscenza di Bruno, un ragazzino come lui nato e cresciuto come un montanaro.

Cognetti inizia e termina linee narrative in modo impeccabile. Apre spunti che poi trovano la loro ragione di essere e nel farlo racconta una storia, molte storie, regalando al lettore una serie di personaggi che risuonano anche dopo l’ultima pagina. Non è facile infatti dimenticarsi di Bruno, del suo essere parte integrante della montagna, del suo respirare con le stagioni. Non ci si può dimenticare di Pietro e della ricerca del suo cammino, una ricerca che lo porterà così distante eppure così vicino alla montagna amata dal padre. La madre di Bruno, una specie di figura abbozzata che rimanda a quanto di più genuino riconosciamo a chi vive tra i monti. La madre di Pietro e la sua fame di battaglie, la sua perseveranza dolce.

Cognetti colpisce prima di tutto emotivamente. Ci sono scrittori che possiedono il mestiere e pur bravi a mettere su carta una parola dietro l’altra danno la sensazione di calpestare un terreno arido. Cognetti invece dà l’impressione di mescolare un talento (forse innato, forse acquisito) per la parola scritta e una speciale sensibilità per le emozioni. “Le otto montagne” riesce a scavare in profondità lasciando che ciò che abbiamo dentro di noi riaffiori in superficie, come il torrente che a primavera trova la via verso il cielo.

E’ ovvio che, al di là dei personaggi citati e della trama che ho solamente abbozzato per non rovinarvi la lettura, una gran parte del romanza venga occupata da quello che è forse il personaggio più importante: la montagna. Impariamo a conoscerla attraverso le diverse stagioni, impariamo a darle un valore diverso per ogni altro personaggio che con lei interagisce. Per Bruno sono le radici che non si possono sradicare pena la morte. Per il padre di Pietro è la libertà di guardarsi avanti e cercare di acciuffare il futuro, per la madre è una sorta di pura riflessione contemplativa. Per Pietro la montagna è da un lato un lascito del padre, dall’altro qualcosa da cui prendere le distante. La montagna di Pietro cambia in continuazione perché Pietro non nasce e non muore nella montagna.

Postfazione

E sì, signor Cognetti. Lo ammetto. Ho voluto leggere “Le otto montagne” perché volevo rendermi conto di cosa possedesse un libro che ancora prima di uscire aveva già venduto i diritti in decine di paesi stranieri. Quando si parla così tanto di un libro solitamente me ne tengo lontano eppure questa volta non l’ho fatto. Penso ci abbia messo lo zampino l’istinto. Volevo capire cosa lo rendesse così speciale e, anche ammettendo che dietro ci sia il lavoro della Einaudi e un agente che sa il fatto suo, un libro è pur sempre un libro e ci si augura che riesca a trovare la strada del successo per meriti propri. Io credo di aver trovato nel suo libro i meriti necessari per calpestare quel cammino impervio. Mi restano alcune curiosità. Prima di tutto, se questo è il suo primo romanzo mi chiedo cosa sarà capace di fare con il prossimo. Poi, mi chiedo tra una ventina d’anni cosa ne penseranno i nostri figli del suo romanzo. Perché “Le otto montagne” in questo momento spicca per la sua qualità su migliaia di altri titoli, ma il tempo ha parametri che noi umani non comprendiamo.

Che dire, complimenti. E’ stato un piacere leggerla.

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