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Frigorifero mon amour

giovedì, Febbraio 14th, 2019

Felice è infelice e prende un sacco di pilloloni alla ricerca della felicità. Ma le cose – si sa – non vanno mai per come dovrebbero andare. La vita moderna è una pressa che odora di cacca e ti costringe ad aprire un finanziamento al mese, ti costringe ad andare dal dentista, ti costringe a vivere in una società che si autodefinisce civile e nella quale se si rompe la macchina devi aprire un mutuo perché gli stipendi dei cari sottoposti sono sempre più schiacciati sulla sopravvivenza allo stato ferino. In specie se sei costretto a lavorare come uno dei tanti schiavi 2.0 a (finta) partita IVA. Per fortuna che c’è la famiglia, però. Le due bimbe che ti svegliano la notte, Felice, con domande tipo: “Papo, è più forte Hulk o la Cosa?” E meno male che c’è tua moglie, se non fosse per la sua tresca con la lavabiancheria. Ma è solo quando il frigorifero frustrato, represso, calpestato si sarà dato alla macchia, che le cose si faranno davvero complicate per il nostro eroe.

Mi sono accostato a Frigorifero mon amour di Andrea Serra, pubblicato da Miraggi, con il cuore stracolmo di agitazione. Le aspettative erano tantissime. C’è poco da dire, qui ho da esser chiaro con l’autore: caro Andrea Serra, dopo aver letto i tuoi post sui social, da questo tuo primo romanzo mi aspettavo risate a crepapelle. Non volevo sorridere a denti stretti o ridacchiare. E no, a me non la si fa. Non scambierò più o meno capziosamente, più o meno ingenuamente il gioco di parole per la comicità, il sorrisino per il gran divertimento, il motto di spirito per un rave party così come si usa negli ambienti raffinati o frequentati da tardoadolescenti barricaderi. Anche perché ho le prove, noi tutti che giriamo per i social le abbiamo, lo abbiamo visto su internèt: Andrea Serra è bravissimo, Andrea Serra è un geniaccio, Andrea Serra facce ride’!!

Attenzione, però, lo sappiamo tutti che: a) la comicità in letteratura è vista come sinonimo di bruttura, nefandezza, nequizia, alito cattivo, calzette sporche, lato oscuro della forza e soprattutto disimpegno, sia nei sopra citati ambienti raffinati sia in quelli frequentati da tardoadolescenti barricaderi; b) se vuoi spaccare nel mondo delle belle lettere devi trovare o un irrisolvibile, atavico problema sociale o un lancinante problema personale che puzzi di vita vissuta lontano un miglio e poi scriverci su in prima persona con cuore palpitante oppure ancora mischiare le due cose; c) infine, sappiamo pure che l’unica alternativa pensabile e praticabile a quella di indossare il cilicio, in Italia, è scrivere un giallo. E così parte subito la crisi depressiva acuta e mortale. Ma poco prima di ululare alla luna, passarmi un dito d’olio motore sotto gli occhi come in Commando e legarmi al collo un sasso di cinquanta chili per poi buttarmi nel fiume Anapo con una copia di Comma 22 di Joseph Heller sotto il braccio, mi rendo conto che non ne vale la pena. L’adolescenza è finita da un pezzo. E con essa tutte le infinite, deprimenti, ridicole discussioni su cosa sia più o meno degno dell’aggettivo “letterario”.

E perciò amen, così è: Frigorifero mon amour di Andrea Serra è un esordio strepitoso che mi ha fatto ridere di gusto grazie al suo umorismo iperrealistico degno di un Paolo Villaggio, che è stato un grandissimo, immenso scrittore – e lo dico per sopire i più giovani, sui cui volti posso già immaginare dipingersi sacri ma astratti furori. E se pensate che voi nobili spirti adusi a frequentar le muse il parnaso e l’accademia non potrete mai degnarvi a cotal bassezze per vellicare i vostri istinti più triviali, dediti come siete solo alla cogitazione sui massimi sistemi et su li problemi che affliggono la derelitta società moderna, ebbene siete subito serviti: se compretete questo libro, oltre a scoprire un autore geniale, e a sganasciarvi dalle risate, farete pure beneficenza, perché parte dei proventi andranno al banco alimentare del Piemonte, ad aiutare concretamente quelli che non ce la fanno. Insomma, se salirete anche voi su quest’ottovolante sono sicuro che non ve ne pentirete. La disavventure del signor Felice, l’uomo che ha smarrito il frigorifero, e della sua famiglia sempre alle prese con mutui, dentisti e finanziarie sono degne eredi delle imprese fantozziane. Con una sola differenza, che è un po’ il segno dei tempi: diversamente da Fantozzi, il signor Felice è costretto a lavorare a partita IVA. E se abbiamo passato anni a sfottere quello sfigato del ragionier Ugo, la verità è che oggi molte persone si farebbero segare una chiappa pur di avere il suo stesso contratto di lavoro.

Songbook – Holden & Company di Luca Pantarotto – A cura di Danilo di Termini

martedì, Ottobre 23rd, 2018

Holden & Company

di Luca Pantarotto

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook,

a cura di Danilo Di Termini

Holden & Company  di Luca Pantarotto

Salinger è morto. Viva Salinger

“Dopo aver sparato a John Lennon fuori dal Dakota Building di New York l’8 dicembre 1980, si siede sul marciapiede a leggere proprio Catcher in the Rye”. E prima si era fatto autografare questo disco uscito il 17 novembre di quell’anno.

John Lennon – (Just Like) Starting Over – 1980

 

Michael Chabon, un briccone vestito di lustrini

Per questo autore c’era solo l’imbarazzo della scelta: ho molto amato Telegraph Avenue, la storia di due proprietari di un negozio di dischi. Questo è il primo disco che viene citato nel romanzo.

Donald Byrd – The Dude – 1972

 

Da dove comincio / David Foster Wallace

Colin Meloy, il cantante del gruppo, ha scritto “Calamity Song” poco dopo aver finito Infinite Jest, e ha dichiarato: “Il libro non ha ispirato tanto la canzone in sé, ma l’umorismo irriverente e brillante di Wallace si è fatto strada nella cosa … Posso solo sperare che DFW ne sarebbe orgoglioso.”

The Decemberists – Calamity Song – 2011

 

Da dove comincio / Joe R. Lansdale

Leonard Pine, uno dei due investigatori di Lansdale, omosessuale e di colore, ascolta solo country. Questo è un brano dalla colonna sonora della serie TV.

Joe Ely – Treat Me Like a Saturday Night – 1993

 

Perché abbiamo smesso di leggere Paul Bowles (e perché dovremmo ricominciare)

“Chi lo conosce difficilmente lo avrà letto: magari saprà del suo romanzo più celebre (il tè nel deserto, 1949), ma più che altro indirettamente, per il tramite del film che Bernardo Bertolucci ne trasse nel 1990”. E di cui Ryuichi Sakamoto scrisse la colonna sonora.

Ryuichi Sakamoto – The Sheltering Sky -1990

 

È mai stato felice Kurt Cobain? di Ivano Porpora – Un racconto.

venerdì, Agosto 4th, 2017

Il mondo è tutto giù di fronte a me.
Puzzo proviene dalle case crollate, quella della signora che gestiva un negozietto a due passi da me ed è morta nel crollo, quella del fornaio con le ceste di pane schiacciate da travi, là ci stava una piccola gelateria in cui quando ero bambino spendevo le poche centinaia di lire che avevo in tasca; e fumo, in mezzo ai coppi che si sono messi di traverso a formare piccole chiese gotiche tra un mattone e l’altro, capanni; un tanfo insopportabile. Quando qualcosa del genere arriva a te e ti s’infila nelle narici, impossibile che poi ti lasci. Impossibile che si levi davvero: scappi e ti lavi ma ti entra nella memoria, anche, e da lì non va più. Mi capitò una volta, in un’altra vita, di lavare una vasca di silicone, coperto da una salopette e una casacca, guanti in nitrile, occhiali e mascherina; di staccare a forza pezzi di silicone incrostati sul ferro del macchinario, vicino agli ugelli che fino al giorno prima avevano spruzzato a getto continuo; i guanti si laceravano mentre Rembò mi diceva: Muoviti, il resto della fabbrica formicolava, e allora via a mani nude; di usare una spazzola in ferro per eliminare tutto l’eliminabile, raschiare il raschiabile. Il silicone che avevo tolto, marcio, l’avevo avvolto in un lenzuolo e chiamato il cadavere, poi buttato in un contenitore dell’indifferenziata; quell’odore non mi aveva abbandonato per giorni nonostante le docce.
Ma era un’altra vita; un altro io. Mi allontanai canticchiando un motivo qualsiasi, buttando via i guanti: erano i tempi in cui le sofferenze erano come la candeggina, che irrita gli occhi e poi svanisce. Da quando tutto è esploso, tutto è cambiato. Da quando tutto è esploso, due torme di lupi si guardano dall’alto delle rovine: le zampe sono pronte a scattare: per ora si trattengono. Topi passano squittendo vicino ai loro artigli, intrecciando traiettorie fitte e prevedibili, ma loro non li vedono: prima che ci sia necessità di procurarsi cibo c’è la sopravvivenza, e anche questa a sua volta è composta di fasi. Poi ci sarà la zuffa, ora la minaccia; e se zuffa deve essere, prima si confronteranno i nervi. Gli dei se ne sono andati da tempo, lasciando quello che avevano dichiarato nuovo Olimpo a quest’aria che sa solo di fumi e carni. Sanno l’arte della lotta, i lupi: son disperati, e i disperati sanno come si sopravvive. Io sono uno di questi.
Abbiamo casse toraciche strette, respiri stretti. Qualcuno morirà, e quando è pronto a morire inizia a guardarsi intorno per evitare che lo notiamo. Non ci è rimasto orizzonte morale, quello che mi faceva dire a mia madre: non sparargli, se ne andrà. L’orizzonte morale, in tempi di sopravvivenza, è un incidente, inesistente – o forse enormemente ristretto. Mangerei mai uno dei miei? Forse sì, forse no. Tradirei mai uno dei miei? Forse sì, forse no. Sarei capace di passare all’altra parte? Sì.
Spero di non trovarmi in una circostanza come quella; quella di dover passare dall’altra parte. Già mi è capitato nel tempo di avere a che fare con uno specchietto in cui mi sono involontariamente riflesso; già mi è capitato nel tempo di vedermi e dire Mio Dio. Non capiterà di nuovo. Non voglio che capiti di nuovo, Dio. Non farmi rivedere il mio volto, Dio. Te lo chiede il tuo servo. Preferisco rimanere nella mia mediocrità salva, a bagnarti i piedi con olio di nardo, che affogare trascinato giù dai tuoi mulinelli.
Ci sono momenti, in questo angolo di mondo – qualche chilometro quadrato ben transennato che una volta aveva un nome, IO, ma il cartello è stato divelto e scaraventato lontano da una bomba o qualcosa – in cui senti il profondo sospiro del cosmo; momenti in cui quel rumore vago sono gli scarafaggi che ti camminano tra i piedi. Quando sei disperato, la differenza tra il momento uno e il momento due non ha alcun rilievo. Scarafaggi, cosmo: i primi li mangi, se serve, il secondo no. Io preferisco un filo il secondo, ma sono un sentimentale; e quando si tratterà di aspettarmi so che il branco non esiterà.
Nel locale non c’era nessuno. Un’icona ortodossa ballava sopra il bancone, illuminata da lucine a intermittenza; la Madonna reggeva il Bambino dalle vesti dorate. Forse non era nemmeno una copia: era un periodo strano, si accettavano come pagamento le cose più bizzarre. Il barista, un uomo che aveva una svastica tatuata sul petto e due lunghissimi baffi a manubrio, largo e alto, massiccio ma con le spalle spioventi, non si sarebbe probabilmente accorto se fosse entrato qualche avventore: era troppo impegnato ad accendere e spegnere una luce per vedere dove fosse il contatto, spostare il filo della prolunga per vedere se il problema stesse in quello. C’erano un sacco di neon, rossi e blu; l’insegna stessa era un marinaio che si muoveva, ponendo sul tavolo e portando alla bocca un boccale. Ero conosciuto, lì dentro; mi aveva lasciato la bottiglia. Mi versai un paio di bicchieri di vermouth, rapidamente. La porta si aprì, entrò Zagor; si piazzò a gambe aperte nel locale, con la sua borsetta di pelle a tracolla, padrone di uno spettacolo che era solo mio. Mi vide. Si assestò la giacca, che già era a posto; tirò fuori la sedia che mi stava a fianco, si versò un bicchiere di vermouth nel mio, lo bevve.
“Chiamato” fece con voce gutturale; ruttò. Gli piaceva sempre, quello scherzo. “Che faccia, cazzo. Che ti serve?”.
“Ho bisogno di calmarmi”. Indossava una maglietta di Goodman che dice I don’t roll on Shabbas; sopra una giacchetta da poco prezzo, una catenina, un paio di jeans. Tipico suo, pensai: il Dottore – così lo chiamavano – aveva un modo tutto suo di vivere la guerra. Credo colse quello che pensavo.
“L’eleganza, in tutte le occasioni”.
“Dove l’hai presa, quella?”. Gli indicai la maglia.
“Ti piace?”.
“Sì”.
“Vuoi fare a cambio?”.
“No! In che senso?”.
“Mi dai la tua e ti do la mia”. Fece per levarsela, la giacca ancora indosso; lo fece, ne sono certo, anche perché vedessi quel corpo da lottatore di strada. Sull’ombelico aveva tatuata la scritta MISS U. Nulla di romantico: la U di un colore blu elettrico stava per Union Jack, una delle droghe più usate al tempo. Lo fermai. Mi guardai la maglia. Manco sapevo cosa avessi su; era quella di New York, col cuore. Ricordai vagamente di averla indossata prima di scendere all’appuntamento. Non la stiravo da anni.
“Lascia stare. Cosa hai dietro?”.
“E tu cosa hai preso?” disse, riinfilandosi la maglia. “Un soffio?”.
“No, niente. Ho solo bisogno di calmarmi”. Sentivo suoni strani, soprattutto quando mi coricavo per provare a dormire, e non sapevo se fossero veri o falsi. Come: rumore di vetri che vanno in frantumi, o: voci. Fossero stati veri sarebbero stati preoccupanti; fossero stati falsi sarebbero stati un problema.
Non era la prima volta.
“Continui a lavorare in quel posto?”
“Sì. Manchi a tutti”.
“Vai a cagare. Allora: vuoi qualcosa?”.
“Cos’hai?”.
Si guardò intorno, più per abitudine che altro, ma il barista era scomparso in cucina bestemmiando; aprì la borsa. Una borsetta morbida di pelle, col manico rigido in osso; per questo forse lo chiamavano Dottore.
“Tieni”. Mi passò varie boccette di vari colori: rossa con pillole bianche, blu con pillole azzurre, arancio con pillole arancioni. Una mi colpì, in particolare: in plastica gialla.
“Quelle, non più di due per volta”.
“Sennò?”.
Tracciò nell’aria davanti a sé, con due dita, una croce.
Le soppesai.
“Senti: vuoi del Viagra? Un paio di pastiglie, così, in regalo”.
“E che me ne faccio?”.
“Di questi tempi aiuta”.
Suonò una campana, fuori (dentro?). Sembrava il richiamo del Giudizio. Quanti diavoli dal corpo spinoso e dalla spina dorsale incallita ci stavano aspettando, confidando nel nostro sonno, issati sulle mura della cattedrale? Quanti lupi dal manto bianco stavano attendendo che scopassimo per azzannarci direttamente sui letti?
Mi sembrò, tenendo il boccettino giallo in mano, che il problema non solo non si sminuisse, ma anzi s’acuisse; che i denti brillassero di più, nel buio. Una guerra di trincea tra lupi; chi prende la pastiglia sarà quello che cederà per primo.
“Pensi ancora ai lupi?”.
“Sempre”.
“Lo sai che sono una fissazione tua, vero?”.
“Lo so”.
Vidi per terra un’ombra; diedi un colpo lieve con la suola, presi dal pavimento lo scarafaggio che zompettava impazzito, glielo mostrai.
“Anche questo è falso?”.
“Cazzo, no. Buttalo”.
Lo lanciai via; gli riconsegnai tutto.
“Nulla?”.
“Nulla”.
“Merda. Un giro a vuoto”.
“Tieni”. Gli diedi cinquanta euro. Li prese, li guardò come se fossero un corpo estraneo strappato dal suo corpo; se li infilò in tasca. Mi allungò due pastiglie di Viagra in un portapillole della Madonna di Pompei.
“Che ci faccio?”.
“Prenditele e stattelo a guardare. Aiuta, contemplarsi il cazzo. Io lo faccio”.
“Contemplarselo?”.
“Sì. Giochi con l’acquetta, te la tiri su. Non dobbiamo mai dimenticarci due cose, nella vita”.
Non gli chiesi: quali. Continuò, forse deluso.
“Prima. Il nome che abbiamo. Seconda. L’età che abbiamo. Se perdi la prima, perdi identità. Se perdi la seconda, perdi consistenza. Guardati il cazzo”. Uscì dal locale; il barista chinando la testa arrivò dalla cucina, voltandosi intorno.
“C’era qualcuno?” fece.
Pagai e uscii; casa mia non era lontana, misurai ogni passo per evitare che le macchine m’arrotassero.
Quando arrivai mi buttai sul letto, mi sfilai la maglia, la guardai; realizzai che ne avrei potuta avere un’altra che diceva I don’t roll on Shabbas. Sarebbe stato un affare.
Sul piatto avevo lasciato un album dei Led Zeppelin; mi aiutava a coprire il suono di vetri e voci.
[Workin’ from seven to eleven every night].
Mi sfilai gli slip, abbassai lo sguardo; non trovai nulla di così interessante.
Restai sveglio per le successive tre ore. Le luci passavano e ripassavano, da fuori, che fossero fari delle auto che sbattevano contro le grate alle finestre o ronde che s’aggiravano per la città controllando non ci fossero razzie; ma non potevo chiudere le persiane: bisogna stare molto calmi, a volte, e cauti – evitare che le cose di fuori scivolino dentro. Mi accesi una sigaretta; rimisi la stessa canzone.
[Workin’ from seven to eleven every night].
Una volta mi avevano detto di una donna che aveva evitato di uscire a causa della pioggia per diversi giorni; aveva iniziato a piovere di dentro, riempiendosi finché l’acqua non le aveva cominciato a gocciolare dalla vagina, dall’ano, poi dalla bocca, le orecchie, gli occhi. Quando si arriva agli occhi, di solito, non si è all’inizio ma alla fine: l’acqua è già tutta dentro. Me l’aveva detto uno scrittore, quando parli con loro non sai mai cosa…
Bussarono alla porta. Mi infilai i soli slip, andai a controllare allo spioncino, tornai indietro e infilai anche la maglia; aprii.
Era, nel buio, una ragazza dalle fattezze giapponesi. Indossava un paio di cuffiette bianche, attaccate a un cellulare che portava in mano e le rischiarava il volto. Era carina: sul metro e settanta, forse, magra e con un seno largo; vestita con un abito bianco con striature azzurre, una cintura a vita alta rosa; molto carina.
“Tutto a posto” disse, portandosi il piccolo microfono alla bocca.
“Tutto a posto cosa?”.
“Non mi fai entrare?”.
Era notte, ero solo; fuori le macchine continuavano a passare, e avrebbero continuato a farlo senza di me. I lupi avrebbero ringhiato, anche, con e senza. Non c’era ragione per non farla entrare. Le mostrai l’interno con la mano; appoggiò a una sedia il trench che portava al braccio, inutile con quel caldo. Era un monolocale, casa, non che ci fosse tanto da vedere; la confusione la limitavo per quanto mi fosse funzionale a sopravvivere.
“Hai un bell’appartamento”.
“Non è vero”.
“Cose che si dicono”. Si fermò davanti alla libreria; prese un volumetto di Yasunari Kawabata, mezzo rovinato dall’uso, lo avevo letto almeno sette volte; lo sfogliò senza fermarsi su alcuna pagina; “Posso?” disse, e senza attendere risposte se lo infilò in borsetta.
“Cosa vuol dire Tutto a posto?”
“Devo comunicare alle persone per cui lavoro se il clima è in ordine; se ho la percezione che il cliente possa essere problematico”.
“Cliente?”.
Lo sguardo fu eloquente.
“Non ti ho chiamato”, le dissi.
“Consideralo un regalo”.
Nel mondo dei lupi i regali sono rischiosi. “Regalo di chi?”.
“Ha chiesto di restare anonimo”.
“Se non mi dici di chi, credo di non poterti ospitare”.
“Non mi trovi di tuo gradimento?”.
Lo disse senza bronci. Non avevo mai conosciuto, nell’epoca del pre-guerra, donne che potessero dire cose del genere senza bronci. La valutazione era un fatto fondamentale dell’interazione uomo-donna, e pure – devo dire – l’interazione uomo-uomo; lo sguardo indiscreto che vagliasse porzioni, proporzioni, rapporti tra pelle coperta e scoperta, plasticità; direi che intorno alle reciproche valutazioni gravitavano tutte le dinamiche sociali.
“Sì, sei di mio gradimento. Eccome”, sospirai.
“Bene. Mi aiuti a togliere il vestito?”.
Non ne aveva alcun bisogno, evidentemente; era parte dell’interazione uomo-donna, questa sì. Era come se si fosse spogliata di un ruolo, prima, e poi se ne fosse rivestita. Curioso di come a volte ci spogliamo vestendoci e ci vestiamo spogliandoci.
Rimase presto in mutandine e canotta. La canotta non aveva reggiseni sotto; sentii il cazzo farsi turgido. Erano anni che non andavo a letto con nessuna; la mia attività masturbatoria serviva ormai unicamente a gestire il calore. Un serbatoio che si riempia e si svuoti: quello. In quegli anni, anche gestire l’attività masturbatoria, portandola al limite, mi era servito a mantenere elevata la temperatura, tenere svegli i sensi. Lavorare nella fabbrica in cui lavoravo, timbrando alle sei e stimbrando alle diciassette con un’ora di pausa pranzo a leggere Kawabata, sentendo ogni movimento della parte centrale del corpo, ogni sfregamento di tessuto, mi aveva tenuto in vita. Era importante prendersi cura della propria pelle.
[Workin’ from seven to eleven every night].
“Sotto la pelle siamo tutti dello stesso dolore”, le dissi.
Mi guardò in faccia. “Hm. Non credo. Scopiamo?”, fece, sedendosi sul letto.
Mi chiamò a sé; mi fece scorrere verso il basso gli slip; diede un’occhiata al contenuto. Mi tolsi anche la maglia, la buttai da qualche parte.
“Spegni la luce”, fece, prima di rimanere nuda anche lei.
“Perché?”.
“Spegni la luce e sarò gentile”.
Andai all’interruttore, che stava sulla parete opposta; spensi. Si spogliò in silenzio; appoggiò il telefono e gli occhiali sul comodino. Sentii il frusciare dei vestiti a terra, ai piedi del letto; trovai eccitante il fatto che non li componesse su una sedia.
“Fai piano, mi raccomando. Il fatto che sia una puttana non vuol dire che non debba fare piano”.
“D’accordo”.
“E non guardarmi”.
“D’accordo”.
Accostai il mio sesso al suo. Era caldo; avevo bisogno del suo caldo. Nella terra dei lupi il caldo è quasi sempre bene. Ci sono stati dei lupi che sono morti suggendo il proprio stesso sangue, mordendosi le membra in cerca di calore; riempiendosi la bocca di ferro e globuli. Ma qui non eravamo fuori, ma nel mio monolocale; lei non doveva aver paura perché tutto era tranquillo; io non dovevo aver paura perché il suo pelo di lupo non pareva bianco, non pareva di quei lupi che vengono da fuori e ti occupano il territorio a rischio di farsi uccidere.
Passò un’auto, le rischiarò un istante la pelle; vidi. “Cos’è quello?”.
“Cosa?”.
Non ero ancora entrato; mi sottrassi. “Cos’hai sulla pancia?”.
“Hai guardato”.
“Non ho potuto fare a meno. I fari dell’auto… Cos’hai?”.
“Non dovevi guardare” disse. Non era fredda; era triste.
“Che ti è successo?”.
“Nulla”.
Accesi la luce; si coprì d’istinto. Le aprii le mani, i gomiti coi quali si copriva. Aveva una lacerazione lunga circa un mio avambraccio, che le saliva da poco sopra i peli pubici fin quasi al seno.
“Hai intenzione di rifiutarmi?”
“Come?”.
“È un tuo diritto. Sarai rimborsato”.
“Non ti ho pagato”.
“Non fa parte della transazione, questo. Nel momento in cui l’articolo viene acquistato…” si mise a recitare. Sembrava un’agente che si metta a declinare le caratteristiche di un prodotto, e le avvertenze.
“Non ho intenzione di… trattarti come della merce”.
“Fai male”.
Guardai a lungo la ferita; avvicinai il volto. Le labbra erano sdrucite, come se anche avvicinandole perfettamente tra loro non potessero più combaciare. Accostai un dito allo sbrego nel punto inferiore; chiusi gli occhi e lo feci scorrere. La sentii sospirare.
“Che fai?”.
“Godo del mio servizio”. Il dito passava ruvido su tutta la ferita; percorrendola attentamente si sentiva tutto.
Mi sdraiai accanto a lei.
“Sei sicuro che non vuoi che ti faccia venire?”.
Mi tornò in mente Zagor. Andai alle braghe; estrassi il portapillole con la Madonna di Pompei. Ingoiai una pillola blu; mi sdraiai di nuovo sul letto.
“Ci vorrà mezz’ora perché faccia effetto. Ti va di raccontarmi una cosa tua?” le dissi.
“Va bene”, fece. “Ne hai bisogno?”.
Non le risposi.
“Sette anni fa lavoravo come donna di servizio presso un dirigente scolastico, a Wakayama. Avevo diciotto anni; dovevo accompagnare le tre figlie del dirigente e di sua moglie a scuola, occuparmi delle pulizie, tenerle impegnate durante la giornata”.
“Un dirigente?”.
“Sì. Te l’ho detto. Un dirigente scolastico”.
Era brava a raccontare. Mi concentrai su quello che diceva, controllando, ogni tanto, gli afflussi di sangue. “Hmmm”.
“Era un uomo molto ligio alle regole, lui, estremamente pratico; non avrebbe esitato a schiaffeggiare un sottoposto se avesse mancato di rispetto a lui o all’etichetta. Vestiva completi occidentali, spesso italiani: Armani, Versace, Prada, Ferrè. Le cravatte, la moglie le ordinava direttamente da Marinella; arrivava un pacco ogni due mesi. Lei era nevrotica, instabile. Cercava di essere moderna, ma era come quelle persone che hanno un occhio al presente e uno al passato e restano incarcerate a, che ne so, ieri. Aveva anche questa specie di eco: era capace di risponderti oggi a una cosa che le avevi detto il giorno prima, come se le sue parole ci avessero messo un giorno a giungere, essere decodificate, ripartire”.
“Parli strano”.
“Sei sicuro che io sia qui?”
“Non lo so”.
“Forse sono solo una proiezione della tua mente, no?”
“Forse”.
“Lo vuoi sapere?”
“Continua. Aspetta. Ci sono lupi in questa storia?”.
“Lupi? No”.
“Continua”.
“Io ero una bella ragazza”.
“Lo sei anche ora”.
“Le figlie le accompagnavo sempre a un parco vicino al castello di Wakayama, le lasciavo correre quando sapevo che il padre non sarebbe passato di lì; trascorrevo tutto il tempo con loro, ogni tanto leggevo loro qualche storia; la più piccola mi chiamava mamma”.
Si interruppe; prese alla cieca gli occhiali dal comodino, li infilò.
“Poi?”.
“Un giorno il dirigente disse di volermi accompagnare al parco. Tirò fuori una scusa – la ricordo, ma se non ti dispiace preferisco non ripeterla – e lasciò la macchina in garage. Camminava mezzo metro davanti a me; un uomo alto, benvoluto da tutti in una città che stava già declinando. Fu stranamente cortese, quel giorno, come può esserlo un uomo di quella formazione ed estrazione sociale: mi offrì da bere, visto che dovevamo camminare sotto il sole di luglio per almeno tre chilometri; un paio di volte mi aspettò perché mi si era slegata una scarpa. Quando arrivammo, discorrendo dell’educazione delle sue figlie, mi accorsi che d’improvviso cambiò tono; tornò algido come al solito, con una punta di cattiveria – come se mi fossi presa delle libertà. Mi accorsi che mentre parlava guardava di continuo una coppia di studenti che prendeva il sole e leggeva. Come si dice? Prendeva il sole o prendevano?”.
“Non lo so”.
“A un tratto, visto che non se ne andavano, mi disse Dammi le mutandine”.
“Così?”.
“Sì. Io non sapevo cosa fare. Ero intimidita. Era un uomo molto alto, dai lineamenti marcati, con i baffi, forse bello; non so come spiegartelo, ma ogni cosa nel suo atteggiamento denotava potere. Anche come inarcava la spina dorsale; la curvatura della sua spina dorsale era perfetta. Il midollo spinale non poteva che essere comodissimo. Mi sfilai le mutandine e gliele porsi; sono convinta che non fu un caso, quella lunga camminata”.
Il sangue mi confluiva piano nei corpi cavernosi. Ero troppo curioso di cosa fosse successo per precorrere i tempi. I lupi non precorrono i tempi; o forse sì. “E dopo?”.
“La cicatrice viene da lì; la sera dopo abbandonai la casa e due settimane dopo, quando mi dimisero, il Giappone”.
“E sei finita qui”.
“Nel tuo letto. Sì. Strano come si formano le mappe, no?”
Le pillole cominciavano a fare effetto. Guardai verso il basso, e così lei; vedemmo il pene torreggiare. Era qualcosa che dava il suo peso, visto così; una certa tranquillità. Il sesso eretto è tranquillizzante, se vuoi. Denota potere.
“Tocca a te”, disse; e la voce già prendeva un ritmo lento.
Io rimasi a guardarlo, che non era mai stato così regale. Lei, accanto a me, regolarizzò il suo respiro; ogni tanto le macchine le rischiaravano la ferita, che a saper leggere con le dita, chissà che messaggio avrebbe dato.
Il tempo passava.
“Non mi dici nulla?” chiese ancora. Si mise le braccia dietro la testa, e così io; restammo lì in silenzio, misurando quel silenzio che per la prima volta si allargava.
“Chissà se è mai stato felice, Kurt Cobain” dissi infine, sperando che le parole arrivassero all’aria in sincrono; attendendo che i primi fumi si levassero nel giorno che veniva.


Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha pubblicato il romanzo La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012), le poesie Parole d’amore che moriranno quando morirai (Miraggi 2016), la favola per bambini La vera storia del leone Gedeone (Corrimano 2016), le fiabe per adulti Fiabe così belle che non immaginerete mai (LiberAria 2017) e il romanzo Nudi come siamo stati (Marsilio 2017). Tiene corsi di scrittura in giro per l’Italia e pubblica una newsletter gratuita di scrittura.

Ippolita Luzzo, Le rane e Facebook. Una rilettura.

lunedì, Luglio 17th, 2017

Leggere sempre. L’ossessione della lettura. Leggere: Un testo da studiare, un bugiardino dei medicinali, una composizione della marmellata, un’opera teatrale. Leggere un gesto, un fatto, un non fatto, un commento, un post. Stiamo qui a leggere sempre. Oziosi e curiosi. Vivi e decisi a far vivere, far provare anche a chi non legge il piacere della lettura.

Vado a teatro, al Teatro Greco di Siracusa, danno Le rane di Aristofane, una commedia politica ateniese del V secolo avanti Cristo.

Ascolto, seguo frizzi e lazzi dei protagonisti, pregusto il momento in cui, col testo in mano, io continuerò a leggere quel che viene rappresentato.

Una commedia didascalica, la potrei chiamare, con Dioniso e il suo servo alla ricerca della porta dell’inferno per andare a prendere e portare in vita Euripide, affinché lanci un messaggio di coesione ad una città, Atene, dilaniata da una schermaglia politica senza fine.

Ci trasferiamo all’inferno per meglio leggere i giorni del reale, dicono insieme con tragedie e commedie i classici di un tempo.

Le Rane sono una parte del coro, insieme agli Iniziati.

Gli Iniziati sono il popolo scontento e deluso e le Rane sono i troll di facebookkiana memoria. Le rane infastidiscono e sfottono Dioniso, il quale, con addosso una pelle di leone, travestito da Eracle, tenta il traghettamento verso l’Ade bussando alla porta di Plutone.

Nella prima parte della commedia Dioniso e il suo servo si scambiano la pelle, a seconda la convenienza di Dioniso, a seconda la convenienza di tutti i padroni, lesti a lasciare ai servi il momento del ricevere insulti e bastonate che spetterebbero a loro.

Si ride quindi con sgradevole sensazione di aver riso. Nella seconda parte siamo in pieno facebook.

La commedia segue il certamen fra Euripide ed Eschilo, una giuria deciderà, un solo uomo decide, come in tutte le giurie, bisogna stabilire chi abbia diritto al trono, chi sarà in grado di unire il popolo.

Una noia profonda.

Mi riprendo in mano il libro con il testo, a casa, dopo giorni di rimuginare, pensando a come scrivere sull’ossessione di voler leggere e sul piede della metrica, nella domanda di Euripide a Dioniso:

Lo vedi questo piede? mi sembra di rileggere gli infiniti commenti sul compito della letteratura, su cosa sia il messaggio, se sia o non sia, che vuoi che sia, e con Eschilo potremmo dire anche noi ad Euripide: Ma davvero, figlio della dea… delle ortolane? Tu dici questo a me? Tu che vai raccattando chiacchiere inutili, che metti in scena pezzenti, che rattoppi stracci? ti farò vedere io!

Ed a questo punto nella nostra era Eschilo avrebbe bannato Euripide!

E con Caronte nel traghettare: C’è qualcuno qui, in partenza per il nulla eterno- eterno riposo dei mali e degli affanni? prossime fermate: Piana dell’Oblio, porto delle Nebbie, Stato dei Cerberi. Vaf’fà fottere-e-và mmorì ammazzato.

Le Rane di Aristofane, nella seconda parte, sulla disputa fra Eschilo e Euripide, sembravano precise intifiche dei post di oggi. Chi avrebbe vinto Lo Strega? Eschilo conservatore oppure Euripide innovatore? Pesiamo i loro versi, dissero nell’Ade.

Ora a me Le Rane piacquero a metà. Mi piacque la prima parte, il gioco fra servo e padrone, il travestimento da Eracle compiuto da Dioniso e la beffa alla porta di Plutone. Mi piacque un gioco antico degli equivoci

Lo straniamento non avviene in realtà sulla scena, avviene con il testo sulle gambe, nel sottolineare ed imparare le battute, nel godere di dove si ripeteranno, nel riderne insieme sui blog di amici e sodali nel piacere ossessivo di  rilanciarci letture.

Dalle rane con la regina della Litweb

Ippolita Luzzo

Dovrei vivere fino a 107 anni. Il collezionismo secondo Luca Pantarotto.

mercoledì, Luglio 5th, 2017

Tempo fa ho fatto un calcolo. In casa mia ci sono, a oggi, circa 2800 libri. Io sono un lettore molto lento e di quei 2800 ne avrò letti, finora, qualche centinaio: facciamo 300, quindi si scende a circa 2500 libri ancora da leggere. Sempre tenendo conto della mia lentezza geologica, calcoliamo che io arrivi a leggere una media di 35 libri all’anno (nota per chi dichiara di “divorare” centinaia di libri all’anno: buon per voi, peccato che – SPOILER – alla fine non c’è nessuna medaglia): fa 2500 : 35 = 71. Il risultato è abbastanza chiaro: per finire di leggere, alla mia media attuale, tutti i libri che ho in casa alla data di oggi, dovrò vivere ancora 71 anni, cioè raggiungere l’improbabile età di 107 anni. Conclusione: non ho alcuna speranza di riuscire a leggere tutti i libri che possiedo.

Allora perché continuo a comprarne?

Semplice: perché sono un collezionista. E il collezionismo non è passione per i libri: è una specie di mania ossessivo-compulsiva in cui l’accento non è su “libri”, come alcuni stolidi romantici ancora oggi si ostinano a credere, ma sul possesso. A me non interessa leggere i libri. A me interessa possederli. Vederli lì, schierati in file ordinate, accumularsi l’uno sull’altro, l’uno sull’altro, fino a riempire ogni più recondito angolo, divorare tutto lo spazio, sommergere ogni altro oggetto, sommergere persino me.

Non credete alla gente che vi dice “Colleziono libri perché amo leggere”. Se ti piace leggere, vai in biblioteca. Se i libri li compri, e se ne compri di più, molti di più di quelli che avrai mai la possibilità di leggere, sei un collezionista. E se sei un collezionista, sei malato. Come me.

Se vi sembra un discorso cinico, pensate a questo: molto spesso chi colleziona libri non accumula solo quelli. Anzi, la sua stessa passione collezionistica di solito non è cominciata con i libri.

Io, per dire, ho cominciato con i sassi.

Avevo sei anni e raccoglievo sassi sulla spiaggia. Sassi levigati, sassi vetrosi, sassi con forme strane. Avevo letto una storia su Topolino in cui qualcuno, non ricordo più chi, aveva creato una collezione di sassi così grande che alla fine era diventata un museo. Tutti i sassi erano custoditi e protetti in teche di vetro, ognuno con il suo cartellino identificativo compilato con cura in bella vista. Un ordine che mi sembrava bellissimo, mi sembrava che in quell’ordine ci fosse un qualche senso, un qualche significato: che quell’ordine volesse dire qualcosa, avesse a che fare con molte delle cose che facciamo, con i motivi per cui le facciamo.

Ovviamente dei sassi mi stufai subito. Non avevo teche né cartellini, ogni volta che li distribuivo in ordine sul mio tavolo a casa poi me li ritrovavo spostati da mia madre, che doveva spolverare e non capiva, evidentemente, che le sue esigenze di tenere pulita la casa contrastavano con la mia ansia di creare il kosmos dal caos. Così misi tutti quei sassetti in un barattolo, lo chiusi e lo riposi per sempre insieme al mio primo tentativo di creare una collezione globale potenzialmente infinita.

Però, se non continuai mai a raccogliere sassi, continuai ovviamente a leggere Topolino: il che mi permise di creare la mia prima vera collezione. E di imparare la prima regola del collezionista: ogni collezione si basa in egual modo sulla pazienza del suo proprietario e su una serie imprevedibile di botte di culo esterne. Nel momento stesso in cui cominciavo a dare forma alla mia collezione di Topolino, disponendo tutti i miei non molti albi in sequenza numerica sullo scaffale, mio cugino decise di disfarsi della sua, di collezione, che ovviamente finì da noi. La sua, per ovvie ragioni anagrafiche, era molto più nutrita della mia, risaliva fino alla fine degli anni Settanta e mi consentiva di riempire parecchi buchi, sostituire numeri che io, per incuria, avevo rovinato strappando pagine o pasticciando con i colori, dare al tutto, insomma, quell’aura di completezza che la mia piccola raccolta era in realtà ben lungi dall’avere, ma che un giorno, lo sapevo, avrebbe sicuramente avuto.

Un giorno, ne ero convinto. avrei avuto la più grande biblioteca di numeri di Topolino al mondo. Un’infilata di volumetti che si susseguivano a perdita d’occhio, tutti uguali, tutti strettamente collegati gli uni agli altri da quel numerino sulla costa, che sanciva la loro appartenenza a un ordine perfetto e compiuto: qualcosa che aveva senso e significato autonomi e che mi sarebbe sopravvissuto nei secoli, riempiendo gli altri di ammirazione nei miei confronti. Un piccolo mondo nel mondo, creato da me, di cui sarei stato l’indiscusso sovrano.

Ok, sì, ero un po’ megalomane, già a otto anni.

Ne corso del tempo, poi, l’idea della Biblioteca Topoliniana ha ceduto il passo ad altre collezioni. Funziona così per tutti, l’ha detto bene da qualche parte Hermann Hesse: la miglior biografia di una persona è la successione dei libri nella sua biblioteca privata. Crescendo sono passato attraverso tutta una serie di passioni collezionistiche. Ho accumulato classici greci e latini, radunato la serie completa dei romanzi di Verne, costruito una raccolta di libri sui libri. Poi mi è venuto il pallino delle edizioni Formíggini, una delle imprese editoriali più geniali del Novecento italiano, conclusasi nel 1939 con il suicidio dell’editore Angelo Fortunato Formíggini, che si gettò giù dalla torre della Ghirlandina di Modena per non soccombere alle leggi razziali. Negli ultimi anni colleziono prime edizioni di letteratura americana: la mia prima collezione dedicata a libri che effettivamente leggo. Prima o poi doveva succedere che mi mettessi anche a leggere quello che compro, tutti invecchiamo. Fra cinque o dieci anni, chissà: non possiamo prevedere che libri accumuleremo nel futuro, perché non possiamo sapere che tipo di persona diventeremo. E le due cose, come diceva Hesse, sono irrimediabilmente collegate.

Una cosa però la so: nessun collezionista si circonda di libri perché gli piace leggere. La matematica non è un’opinione e, Frank Zappa aveva ragione, i libri sono così tanti e il tempo è così poco. Non esiste lettore più debole di un collezionista forte. Se comprate, come me, più libri di quelli che potrete mai sperare di leggere, guardatevi dentro: nel recesso più oscuro di voi stessi, nascosto dietro le torreggianti pile di volumi che non farete mai in tempo nemmeno a sfogliare, troverete un ragazzino o una ragazzina che raccogliva sassolini, o bambole, tazze, teiere, albi a fumetti o qualsiasi altra cosa gli desse la momentanea sicurezza di potere, anche solo per un brevissimo istante, dare un minimo di ordine e significato a quel mondo caotico in cui gli era capitato all’improvviso di ritrovarsi.

Guests/2 – Alessandro Cinquegrani

lunedì, Giugno 1st, 2015

Quando eravamo prede di Carlo D’Amicis (Minimum fax)

di Alessandro Cinquegrani

Non so se Quando eravamo prede, l’ultimo romanzo di Carlo D’Amicis, sia il miglior romanzo degli ultimi tempi, anzi forse non lo è, ma è certamente il più rischioso e, in quanto tale, probabilmente il più significativo. È un libro ampiamente incompreso e forse equivocato, ma che è in grado di confrontarsi col mondo e la società attuale come certi poemetti allegorici settecenteschi.

È la storia di una strana popolazione di esseri viventi che non sono più animali, anche se ne portano i nomi, ma non sono ancora uomini. Sembrano essere preistorici, ma in realtà vivono un tempo parallelo al nostro, pronto a detonare a contatto con la civiltà. Rispettano gerarchie arcaiche, vivono di caccia, uno stallone ora in decadenza offre il proprio seme alle femmine nel periodo della riproduzione. Non è una civiltà idilliaca: anche questa ha le proprie storture, le proprie perversioni, che vanno al di là della natura maschilista e violenta che pure ci si potrebbe aspettare.

Eppure confrontarsi con questo universo permette di ragionare attorno a un tema maiuscolo nella sua ovvietà: il senso. Senso del vivere civile, senso dell’uomo, senso dei rapporti interpersonali che oggi diamo per scontati. Le certezze sociali, ma anche le certezze radical chic, vengono improvvisamente e quasi clandestinamente messe in crisi da questo romanzo. Mentre ci racconta di un’iniziazione alla caccia, di una curiosa convivenza a tre, della difficoltà di riprodursi o di trovare cibo, dell’irresistibile fascinazione per una donna umana, il libro parla in realtà di altro. Come lo stesso autore afferma, il romanzo potrebbe parlare di eutanasia o di aborto, temi mai neppure sfiorati nel testo, ma inclusi nei grandi interrogativi riguardanti il senso dell’uomo.

Viviamo in un’epoca nella quale da parte degli scrittori torna pressante l’esigenza di liberarsi delle certezze illuministiche per guardare con curiosità, se non altro, alle profondità spiritualità di altre tradizioni. Ne parlano in modo diverso eppure legato il Carrère del Regno o Houellebecq in Sottomissione, due interpreti d’eccezione della decadenza dell’Occidente. Rispetto a questi autori D’Amicis fonda il proprio romanzo su presupposti simili, ricorrendo però alla favola piuttosto che alla filosofia, all’allegoria più che all’affermazione. Un linguaggio, questo, al quale forse – ed è questo un altro difetto del nostro Occidente – siamo disabituati, tanto che un romanzo importante come questo può restare quasi del tutto incompreso, ahinoi!

Guests/1 – Mario Pistacchio e Laura Toffanello

mercoledì, Aprile 15th, 2015

“When you’re all alone and lonely
in your midnight hour
And you find that your soul
it’s been up for sale.”

Coney Island baby, Lou Reed

“Hello, hello, hello, how low
Hello, hello, hello.”

Smells like teen spirit, Nirvana

“L’estate dei miei otto anni, cinque ore della mia vita scomparvero. Non so spiegarlo. Ricordo solo che ero seduto in panchina durante la partita di baseball delle sette della Little League e che mi risvegliai nel sottoscala di casa mia a mezzanotte. Cosa accadde in quell’arco di tempo è, nella mia mente, solo una massa indistinta.”

Mysterious Skin – esordio di Scott Heim datato 1995 e pubblicato in Italia nel 2006 da Playground – comincia così. A parlare è Brian Lackey, protagonista, con Neil McCormick, di un romanzo di quelli che non si leggono tutti i giorni, libri che sono come un fuoricampo, come una vincita alla lotteria. Che quando li hai finiti ti lasciano dentro la gratitudine, il rispetto, la voglia di batterti con qualcuno più grosso di te per dimostrare a tutti che non sei un cacasotto.

È un romanzo corale, fatto di voci solitarie, di narratori che si sfiorano, ogni tanto, nelle strade, nelle scuole, nei parchi, nei vialetti, nei campi di baseball e di cocomeri di Hutchinson, Kansas, tra il 1981 e il 1991. Quanti fantasmi vivono nelle case di una cittadina qualsiasi del Midwest? Quanta solitudine ci vuole per riempire la cameretta di un ragazzino, così come i poster di gruppi rock affollano le pareti? Qual è il male che ci trasforma in ribelli, che ci costringe a battere il marciapiede, che ci inchioda a una poltroncina da giardino, sul tetto di casa, gli occhi fissi nella notte cercando la luce blu di un UFO? E quando è successo tutto? Quando è stata la prima volta? E dopo, come ci si sente?

Ognuno convive con il male come può. 

Dimenticando, ricordando a momenti, ricostruendo i ricordi sotto forma di una storia che dà senso a quello che siamo diventati. Brian è convinto di essere stato rapito dagli alieni, Neil di essere stato amato come nessun altro lo amerà più. Capita tutti i giorni, di continuo: siamo fatti per continuare a giocare, non per uscire dal campo, e in fin dei conti, per andare avanti, ci raccontiamo delle storie che ci permettono di mettere un piede davanti all’altro.

È in queste storie inventate così vere che troviamo un posto nel mondo, una spiegazione per la vita che va a rotoli, un senso a un padre che se n’è andato di casa, a una madre che vorrebbe disintossicarsi, a una sorella che sì, ci vuole bene, ma non nel modo in cui vorremmo lo facesse. Trovano senso anche i ragazzi più grandi che a scuola ci prendevano in giro, gli abbandoni, i silenzi, gli incubi, la crudeltà di una banconota da cinque dollari. Perfino gli amici che non abbiamo e non avremo mai, il posto dove siamo nati e dal quale non riusciremo a scappare e che un giorno forse finiremo per chiamare casa.

Immagina di svegliarti, accendere lo stereo e metterti le cuffie in testa. In un canale c’è Smells like teen spirit, nell’altro Coney Island baby. Scott Heim scrive così, Mysterious Skin suona in questo modo. Mostruosamente bello, potente, disperato come una vecchia foto di famiglia. Nella quale, se guardi attentamente le facce, gli occhi, i vestiti, le mani, le bocche, vedi che ognuno di loro vorrebbe essere da un’altra parte, un posto qualsiasi, basta che sia lontano da lì. Che sia un disco volante, la casa dell’allenatore, o la cabina di un commentatore di baseball, poco importa. Basta che la porta sia chiusa a chiave, basta che quello che c’è fuori resti fuori.

Poi, ma tanto già lo sapevi, prima o poi arriverà il momento in cui ricorderai quello che è successo, forse ci sarà qualcosa da capire, forse le cose, dopo, andranno meglio, forse smetterai di credere agli alieni. Allora scenderai dal tetto, aprirai la porta della cabina. Oppure sarà qualcun altro che la aprirà dall’esterno, mentre un gruppo di ragazzini così simili a te gridano dolcetto o scherzetto e cantano Silent Night in veranda; mentre uno di loro origlia e insiste che in casa c’è qualcuno; mentre si appiattisce contro la finestra per spiare dentro. Forse cercherai di scappare, di uscire prima che la porta si apra. Forse la donna che entrerà in casa avrà un’espressione sorpresa, incuriosita dai pezzetti di banconota da cinque sbriciolati sul pavimento. O magari è solo che fuori ha cominciato a nevicare e dentro la luce è così forte “così brillante e bianca che sarebbe potuta essere una luce discesa direttamente dal Paradiso e io e Brian saremmo potuti essere angeli, che si beavano del calore divino. Ma non lo era e nemmeno noi lo eravamo.”

“Struggente, ipnotico, perverso e colmo di una violenta compassione”: Sandro Veronesi, nella postfazione alla seconda edizione, lo definisce così. Non c’è molto altro da aggiungere, se non che ha dannatamente ragione.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello hanno pubblicato ad Ottobre 2014 il loro libro d’esordio “L’estate del cane bambino” con 66thand2nd edizioni. Il libro ha avuto fin da subito un grande successo e attualmente è candidato al Premio Strega 2015.

Egomostruoso

lunedì, Febbraio 23rd, 2015

 

Colapesce dal vivo sabato 21 febbraio 2015 al Ma (Catania): semplicemente mostruoso. Anzi, e al netto dei problemi tecnici che hanno rotto le uova nel paniere durante lo spettacolo, semplicemente egomostruoso. Nuovo disco, nuova band, nuova produzione e pezzi nuovi nuovissimi. Anzi, vecchi e nuovissimi, retro-futuribili & deliziosi. Tutto esaurito, ma la sala si riempie a poco a poco. All’inizio sembrava esserci qualche dubbio, come se ci stessimo chiedendo “e adesso, maledetti italiani, cosa succederà, che ne sarà di noi”? Ma la freddezza si è sciolta subito, i dubbi scomparsi un pezzo dopo l’altro e via si finisce a cantare tutti insieme. Se questo è pop, lunga vita al pop. Colapesce è uno di quelli che non si accontenta, alza sempre l’asticella. E se tutto ciò è rischioso per l’artista, nei casi fortunati può arrecare enorme soddisfazione a chi ha comprato il biglietto del concerto. Il tour di Egomostro è appena cominciato, non sarà difficilissimo seguire il cantautore siciliano e farvi un’idea di quanto sto scrivendo.

Dopo uno show così efficace e felicemente tastieroso, giocato sul filo di una sensibilità rock che non manca di apparire qua e là attraverso la preponderante vena melodica, l’intimismo e le suddette tastierone, spero che nessuno si metta più su giornali, riviste, fanzine, blogzine e bacheche a cantare la canzone stonata che ho visto apparire in questi anni un numero di volte sufficiente perché persino un Hari Seldon possa perdere fiducia nell’umanità, buttare a mare la psicostoria e darsi alla roba pesante e alla tektonic music. Quale canzone? Quella, stonatissima, dei vecchi tempi e della grande canzone d’autore del tempo che fu. Se anche voi siete soliti cantare “un tempo c’era De Gregori”, sappiate che oltre ai maestri ci sono un sacco di altre persone che fanno ottima & maledettissima musica. E l’amico Lorenzo Urciullo, alias Colapesce, è uno di loro. Certamente, i miti con cui indoriamo la pillola e buttiamo giù il fiele delle nostre buste paga possono essere di aiuto per andare avanti. Lo so, lo sappiamo, funziona così, siamo umani. Ma tutto ciò non contribuisce necessariamente a renderci più simpatici. Oh, maledetti, maledetti italiani, maledetto me.