Home Guests Guests/1 – Mario Pistacchio e Laura Toffanello

Guests/1 – Mario Pistacchio e Laura Toffanello

written by senzaudio 15 aprile 2015

“When you’re all alone and lonely
in your midnight hour
And you find that your soul
it’s been up for sale.”

Coney Island baby, Lou Reed

“Hello, hello, hello, how low
Hello, hello, hello.”

Smells like teen spirit, Nirvana

“L’estate dei miei otto anni, cinque ore della mia vita scomparvero. Non so spiegarlo. Ricordo solo che ero seduto in panchina durante la partita di baseball delle sette della Little League e che mi risvegliai nel sottoscala di casa mia a mezzanotte. Cosa accadde in quell’arco di tempo è, nella mia mente, solo una massa indistinta.”

Mysterious Skin – esordio di Scott Heim datato 1995 e pubblicato in Italia nel 2006 da Playground – comincia così. A parlare è Brian Lackey, protagonista, con Neil McCormick, di un romanzo di quelli che non si leggono tutti i giorni, libri che sono come un fuoricampo, come una vincita alla lotteria. Che quando li hai finiti ti lasciano dentro la gratitudine, il rispetto, la voglia di batterti con qualcuno più grosso di te per dimostrare a tutti che non sei un cacasotto.

È un romanzo corale, fatto di voci solitarie, di narratori che si sfiorano, ogni tanto, nelle strade, nelle scuole, nei parchi, nei vialetti, nei campi di baseball e di cocomeri di Hutchinson, Kansas, tra il 1981 e il 1991. Quanti fantasmi vivono nelle case di una cittadina qualsiasi del Midwest? Quanta solitudine ci vuole per riempire la cameretta di un ragazzino, così come i poster di gruppi rock affollano le pareti? Qual è il male che ci trasforma in ribelli, che ci costringe a battere il marciapiede, che ci inchioda a una poltroncina da giardino, sul tetto di casa, gli occhi fissi nella notte cercando la luce blu di un UFO? E quando è successo tutto? Quando è stata la prima volta? E dopo, come ci si sente?

Ognuno convive con il male come può. 

Dimenticando, ricordando a momenti, ricostruendo i ricordi sotto forma di una storia che dà senso a quello che siamo diventati. Brian è convinto di essere stato rapito dagli alieni, Neil di essere stato amato come nessun altro lo amerà più. Capita tutti i giorni, di continuo: siamo fatti per continuare a giocare, non per uscire dal campo, e in fin dei conti, per andare avanti, ci raccontiamo delle storie che ci permettono di mettere un piede davanti all’altro.

È in queste storie inventate così vere che troviamo un posto nel mondo, una spiegazione per la vita che va a rotoli, un senso a un padre che se n’è andato di casa, a una madre che vorrebbe disintossicarsi, a una sorella che sì, ci vuole bene, ma non nel modo in cui vorremmo lo facesse. Trovano senso anche i ragazzi più grandi che a scuola ci prendevano in giro, gli abbandoni, i silenzi, gli incubi, la crudeltà di una banconota da cinque dollari. Perfino gli amici che non abbiamo e non avremo mai, il posto dove siamo nati e dal quale non riusciremo a scappare e che un giorno forse finiremo per chiamare casa.

Immagina di svegliarti, accendere lo stereo e metterti le cuffie in testa. In un canale c’è Smells like teen spirit, nell’altro Coney Island baby. Scott Heim scrive così, Mysterious Skin suona in questo modo. Mostruosamente bello, potente, disperato come una vecchia foto di famiglia. Nella quale, se guardi attentamente le facce, gli occhi, i vestiti, le mani, le bocche, vedi che ognuno di loro vorrebbe essere da un’altra parte, un posto qualsiasi, basta che sia lontano da lì. Che sia un disco volante, la casa dell’allenatore, o la cabina di un commentatore di baseball, poco importa. Basta che la porta sia chiusa a chiave, basta che quello che c’è fuori resti fuori.

Poi, ma tanto già lo sapevi, prima o poi arriverà il momento in cui ricorderai quello che è successo, forse ci sarà qualcosa da capire, forse le cose, dopo, andranno meglio, forse smetterai di credere agli alieni. Allora scenderai dal tetto, aprirai la porta della cabina. Oppure sarà qualcun altro che la aprirà dall’esterno, mentre un gruppo di ragazzini così simili a te gridano dolcetto o scherzetto e cantano Silent Night in veranda; mentre uno di loro origlia e insiste che in casa c’è qualcuno; mentre si appiattisce contro la finestra per spiare dentro. Forse cercherai di scappare, di uscire prima che la porta si apra. Forse la donna che entrerà in casa avrà un’espressione sorpresa, incuriosita dai pezzetti di banconota da cinque sbriciolati sul pavimento. O magari è solo che fuori ha cominciato a nevicare e dentro la luce è così forte “così brillante e bianca che sarebbe potuta essere una luce discesa direttamente dal Paradiso e io e Brian saremmo potuti essere angeli, che si beavano del calore divino. Ma non lo era e nemmeno noi lo eravamo.”

“Struggente, ipnotico, perverso e colmo di una violenta compassione”: Sandro Veronesi, nella postfazione alla seconda edizione, lo definisce così. Non c’è molto altro da aggiungere, se non che ha dannatamente ragione.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello hanno pubblicato ad Ottobre 2014 il loro libro d’esordio “L’estate del cane bambino” con 66thand2nd edizioni. Il libro ha avuto fin da subito un grande successo e attualmente è candidato al Premio Strega 2015.

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