Paratesto:

Oh Mon Dieu” dice lo strano figuro sulla copertina del libro. Quell’omino dagli occhi bassi che non sai se è assonnato oppure, beh, non molto sveglio. Con quei baffi appuntiti e il papillon, se ne sta lì bello tranquillo ad ascoltare la storia di Jacques Bartel, una storia in cui lui, quell’omino che risponde al nome di Proust, ha un ruolo di fondamentale importanza.

Avete tra le mani un libro morbido, che vi invita ad aprirlo e a sfogliare le sue pagine.
On commançe…

Testo:
Si può dire che l’ossessione di Jacques Bartel per il suo idolo Marcel Proust viene raccontata in un modo che ricorda l’incontro tra il profumo delicato delle madelaine di prustiana memoria e l’odore grasso e sgradevole degli hamburger usciti in serie dal fast food sotto casa vostra. Ed in effetti come si possono far convivere ottuagenari ricercatori proustiani e masturbazione. Quello che è meraviglioso in Michael Uras, autore di “Io e Proust” è la capacità di raccontare la storia di Jacques strizzandoci l’occhiolino. Jacques infatti ha un leggerissimo complesso di superiorità nei confronti di tutti, giusto quel tanto che lo convince di non essere del tutto artefice del proprio destino e di essere circondato da persone mediocri, soprattutto dal punto di vista intellettuale. Poi però Uras cambia le carte in tavola. Squarcia il velo del narratore in prima persona e ci offre degli scampoli di quello che pensano le persone accanto a Bartel e quei pensieri non combaciano affatto con quanto Jacques pensa di sé.

Proust

Jacques, il ricercatore, colui il quale ha speso i migliori anni della propria vita contando gli aggettivi nella Recherce, colui che utilizza lo stesso piglio da ricercatore per studiare gli amici e i parenti, al punto da sottoporgli un questionario vecchio di un paio di secoli (ma evidentemene infallibile ai suoi occhi in quanto opera del genio del vecchio Proust). E’ un’ossessione la sua che lo allontana dal mondo reale e  forse qualche bravo psicologo  potrebbe trovare l’incipit di questa ossessione nel rapporto con la madre (iperprotettiva, ebrea le definisce Jacques ad un certo punto) e il padre (assente, talmente assente che scappa di casa per ritornare al paese d’origine).

Jacques è un intellettuale che agisce da tale anche quando parla delle cose più semplici, un intellettuale che non riesce ad uscire da “La ricerca del tempo perduto” e che infine si accorge, ma solo per poco, che in effetti la sua vita è stata occupata da tempo perduto.

Coordinate:

michael_uras

Quello che potreste decidere di leggere è il romanzo d’esordio di Michael Uras, a Maggio 2014 esce la sua seconda opera in Francia. Se siete di quelli che cercano l’italianità un po’ ovunque, spesso forzatamente, sappiate che quell’Uras del cognome è sardo. La famiglia di Michael ha lasciato la Sardegna per cercare fortuna in Francia, pare che ci siano riusciti.

Voland, già, Voland…che voi conoscerete per gli innumerevoli libri di Amelie Nothomb. Ora, io non vi sto dicendo di non leggere i libri della Nothomb, che io stesso ho divorato qualche anno fa, vi sto implicitamente dicendo di andare oltre, di affrontare la Nothomb, saziarvene, metterla da parte e tuffarvi tra le ottime alternative che troverete nel loro catalogo. C’è, ad esempio, un argentino barbuto che non vi deluderà.

Il traduttore è Giacomo Melloni. Si dice che tradurre dal francese non sia un’impresa titanica, certo, sono d’accordo con voi, se però state traducendo la lista della spesa. Melloni fa un buon lavoro con questo testo ed è giusto menzionarlo. Se lo state leggendo e non sapete il francese è anche merito suo. E poi, diciamocelo, non c’è nessuna traduzione facile quando si parla di testi di narrativa.

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