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Massimiliano Boni – Il museo delle penultime cose

written by Gianluigi Bodi 4 febbraio 2017
Massimiliano Boni, Il museo delle ultime cose, 66thand2nd, romanzo,

Il museo delle penultime cose.

Suo padre lo aspettava al ritorno da scuola. Era lui ad aprirgli la porta. Non potevi mai sapere quello che gli passava per la testa, sapevi solo che lì, in quella scatola cranica, qualcosa stava macinando. Era impossibile anche decifrare dall’espressione del viso come sarebbe andata la giornata, cosa gli avrebbe riservato il pomeriggio. Lo faceva sedere a tavola e gli metteva davanti un piatto di pasta, o una minestra o qualsiasi altra cosa si fosse ingegnato di cucinare. Poi, quando aveva finito, toglieva ogni cosa da sopra al tavolo, sbatteva la tovaglia e usciva dalla cucina. Se era una giornata buona non lo avrebbe rivisto fino a sera.
Quel giorno lo prese per un braccio, stringendo con forza fino a fargli male, fino a lasciargli dei segni rossi sulla pelle.
“Vieni qui con me”, gli disse con fare che non ammetteva repliche. “Inginocchiati!”.
Non serviva che si sforzasse di immaginare cosa sarebbe successo di lì a qualche minuto. Suo padre aprì un armadio, tirò fuori un puzzle e lo svuotò davanti lui, sopra un tavolo leggermente inclinato che era stato costruito proprio per quello scopo. Era qualcosa che capitava spesso, due o tre volte al mese. Il puzzle era sempre lo stesso. La scatola ormai era sbiadita e ammaccata in più punti. Ma questo non aveva nessuna importanza perché lui non doveva vedere la scatola, doveva costruire il puzzle a memoria. Era questa la sua punizione. Anche se non riusciva a capire per quale motivo dovesse essere punito. “Muoviti! L’ultima volta ci hai messo un sacco di tempo. Oggi devi essere più veloce!”. Lui faceva guizzare gli occhi il più velocemente possibile tra le montagne di pezzetti sgualciti. Partiva dal bordo esterno. Anche se oramai sapeva più o meno come si componeva l’immagine lui non era mai riuscito a finirla. Sembrava sempre che il tempo limite arrivasse con troppo anticipo. Non c’erano orologi in quella stanza. Le finestre erano chiuse e non c’era modo di vedere quando sarebbe scesa la sera. Suo padre lo privava dello scorrere del tempo. C’era solo una cosa di cui era sicuro. Che dopo qualche minuto le ginocchia avrebbero iniziato a fargli male, che avrebbe sentito delle fitte al collo e alla schiena e avrebbe cercato di tenere a bada i dolori spostando il peso da un ginocchio all’altro. Come se il dolore si potesse tenere a bada.
“Dai, muoviti! Non voglio passare tutta la vita qui dentro!”. Ed era così, a volte. Sembrava che il tempo si fermasse e che nessuno sarebbe mai uscito da quella stanza. Lo scorrere dei minuti era scandito solo dal numero di pezzi che trovavano il loro posto sul tavolino, ma non bastava, non era un’unità di misura sufficientemente precisa. La sofferenza aumentava a mano a mano che l’immagine diventava più nitida. Le mura scure e tristi, il cielo plumbeo e carico di pioggia e poi quella specie di torre con la bocca spalancata che sembrava voler inghiottire tutto.
Lui si sforzava di completare il quadro prima che succedesse l’irreparabile. Prima che suo padre scattasse sull’attenti e piombasse su di lui, da dietro, come un’aquila.
Per quanto andasse veloce non bastava mai. Sentiva il padre spazientirsi, lo sentiva dal respiro che diventava più affannoso e cavernoso.
“Stai sbagliando tutto! Quel pezzo non va lì”. Non serviva a niente dirgli che non ricordava, che quel puzzle non lo aveva mai finito e che forse, quell’immagine che si componeva davanti a lui era troppo spaventosa per essere completata. Non serviva a niente dirgli che ormai l’aveva capito che lì davanti a lui non c’erano tutti i pezzi che servivano, che tutte le volte che aveva provato a ricomporre l’immagine di quel treno carico di persone non era riuscito a trovare tutti gli elementi.
“Non me ne frega un cazzo di quello che pensi! E’ questo che significa ricordare! Ricordare fa male! Ricordare deve fare male!”. Poi iniziava a piangere e a quel punto il padre con una manata buttava all’aria il tavolino. Una pioggia di piccoli pezzettini verdi cadeva sul pavimento. Pezzi di binari, di filo spinato, di cemento e fumo.
Solo a quel punto il padre sembrava calmarsi. Il ritmo del suo respiro rallentava, i lineamenti del viso si distendevano.
“Il ricordare è anche soffrire, il ricordare significa arrivare fino ad un certo punto e addentrarsi nell’antro dell’immaginazione, della pazzia dell’essere umano. Solo se imparerai a ricordare non commetterai gli stessi errori che hai già commesso”. Gli passava un fazzoletto e lui lo riempiva delle sue lacrime. Tra un singhiozzo e l’altro gli prometteva che la prossima volta ce l’avrebbe fatta.
“Lo spero, tesoro mio, lo spero”.

 Recensione

E’ solo l’inizio dell’anno, ma pare che io sia stato fortunato ad imbattermi in uno dei migliori libri del 2017. “Il museo delle penultime cose” di Massimiliano Boni è un libro estremamente bello, un libro che ti obbliga ad essere letto quasi furiosamente. La storia è ambientata nel 2031, il protagonista è un ricercatore di nome Pacifico Lattes. Un ebreo che lavoro al museo dedicato alla Shoah e che ha il compito di ricomporre le vite e i destini di tutti i deportati italiani nei campi di concentramento. Ciò che fa Pacifico è fermarsi sull’orlo del baratro, arrivare fino alle porte dell’inferno e fermarsi. Quando all’improvviso appare sulla scena un vecchio quasi centenario di nome Attilio le carte in tavola cambiano. Forse Attilio è l’ultimo dei sopravvissuti, forse Pacifico dovrà fare i conti con la sua paura più grande.
Massimiliano Boni ci parla di una Roma, di un’Italia in cui sembra che cento anni di storia non abbiano insegnato nulla. Ancora una volta l’antisemitismo lancia i suoi segnali nell’etere e solo le persone sensibili possono cogliergli. L’elezione del nuovo presidente delle Repubblica per mano del popolo italiano mette al Quirinale un personaggio politico poco limpido. Un personaggio che parla per slogan, che sogna il Piano di Felicità Nazionale. Nei vicoli si assistono a manifestazioni sanguinose, gli ebrei tornano ad essere presi nel mirino.
Boni crea una storia perfettamente equilibrata. Non cade mai nel sentimentalismo da quattro soldi, non scade mai nel banale. Quello che racconta è il rapporto con la memoria, cosa significa ricordare per non rifare gli stessi errori. Perché se anche l’ultimo testimone viene a mancare, come possiamo fare per spiegare ai nostri figli che l’orrore avvenuto è realmente esistito? Come possiamo vaccinarli dai fatti alternativi?

Un libro come questo dovrebbe essere adottato come libro di testo in un ipotetico corso di empatia.

Massimiliano Boni è nato a Roma nel 1971.
Dal 2011 lavora come consigliere alla Corte costituzionale.
Nel 2006 ha pubblicato La parola ritrovata (La Giuntina).
Nel 2013 ha corso la sua prima maratona. Nel 2014, l’ultima.

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