José Saramago – Le poesie

by Nicola Vacca

 

José Saramago nasce come poeta. Il suo esordio in letteratura avvenne nel 1966 con Le poesie possibili, la sua prima raccolta che influenzerà e non poco il suo futuro di narratore. Poi nel 1970 arriva  Probabilmente allegria, il suo secondo libro di versi.

Premiato con il Nobel per la  letteratura nel 1998, lo scrittore portoghese rimarrà sempre affezionato alla sua poesia e forse non ha mai smesso di essere poeta.

«La mia poesia, in fondo, è una sorta di prologo dei romanzi che verranno», affermo Saramago e non non possiamo dargli torto dopo aver letto i suoi capolavori narrativi.

Nel 2002 Einaudi pubblicò (Le poesie, traduzione a cura di  Fernanda Toriello) l’opera poetica di Saramago, fino a quel momento sconosciuta al lettore italiano.

Adesso Feltrinelli, in un’edizione ampliata, rimanda in libreria Le poesie di José Saramago.

Opera poetica che merita una rilettura e una rivisitazione, alla luce dei romanzi che Saramago ha scritto e che da quei versi sono praticamente nati.

Alla parola della poesia  spetta il compito di denunciare il tempo della cecità. Il poeta Saramago, senza rinunciare mai all’essenzialità, affonda coraggiosamente la penna come un bisturi nella carne lacerata della sua epoca e ne fa sanguinare tutte le sue storture.

Siamo davanti a una poesia sferzante che deflagra e con pessimismo estremo si affaccia sull’apocalisse dei nostri giorni, anzi nei suoi versi lo scrittore mette in scena in maniera cruda e vera lo spettacolo desolante di una condizione umana che è già precipitata nel baratro.

«La poesia  di Saramago – scrive Fernanda Toriello- umanissima e dolente, intrisa di pena e struggimento, vive anche di profonda indignazione per le tante vite non vissute, per le occasioni mancate, per le energie sperperate in danno dell’intera umanità».

Disilluso e poeticamente scorretto, da poeta, ma lo sarà anche da narratore, Saramago squarta le parole e quando esse diventano versi la poesia lascia dietro di sé una poco metaforica scia di sangue con cui ogni giorno noi persi nell’inferno della terra siamo costretti a fare i conti senza alcuna possibilità di riscatto, anche se non dobbiamo smettere di indignarci davanti allo sfacelo.

«La poesia è un cubo di granito, /mal tagliato, rugoso, distruttivo.  / Mi ci sfrego la pelle, e il nero della pupilla, / e so che un po’ più avanti /c’è una scia di sangue che m’aspetta /sulla strada dei cani, /e non la primavera».

La poesia forte, ruvida e aspra e graffiante di Saramago azzanna la realtà, lacera con una sintesi estrema il suo tempo  in cui il silenzio e il grido dell’orrore si abbattono sulle macerie della storia, sotto le quali ormai è sepolto l’Uomo.

Il poeta Saramago è vigile quando scrive che questo mondo non va, avanti un altro.

È inutile fingere ragioni sufficienti, qui la cecità è dappertutto. Il poeta prima, e il romanziere in seguito, affondano i denti  fino al midollo dell’esistere, alla ricerca della parola vera , che suoni nel suo sanguinare come mai detta prima.

 

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