Grace Paley – Tutti i racconti

by Gianluigi Bodi

Conosco persone che non comprerebbero mai un libro che si intitola “Tutti i racconti”, come conosco persone che non comprerebbero mai un Greatest Hits. Il motivo è molto semplice e, in parte, condivisibile: cose di questo genere ti impediscono di conoscere l’artista nel suo percorso di crescita. A me non interesessa, ho sempre comprato i Greatest, ho sempre letto “Tutti i racconti”, potrei addirittura dedicare uno scaffale nella mia libreria ai libri che raccolgono tutta la produzione breve degli autori che ho amato. Questo libro finirebbe dritto in quello scaffale.

Tutti i racconti” di Grace Paley è un libro di più di 500 pagine che leggerete senza accorgervene. Nel mio caso, la lettura, si è protratta lungo tutte le vacanze di Natale ed è sfociata nell’anno nuovo. È stata una lettura lenta e spero ragionata, è stata una scoperta meravigliosa che mi ha lasciato qualcosa, mi ha lasciato dubbi e domande. Per uno che si azzarda a scrivere racconti ci sono voci che valgono più delle altre, di solito dipende dai gusti personali che sono inattaccabili, ma se per caso non avete mai letto nulla di Grace Paley, come il sottoscritto, vi consiglio con tutto il cuore di perdervi dentro le pagine di questo libro.

Una tale mole di racconti permette di fare un bilancio sull’opera della Paley. Mentre in una raccolta di racconti siamo di fronte alla fotografia di un preciso momento creativo, l’opera omnia permette di tracciare delle linee guida, definire le caratteristiche principali di un autore e, sopratutto, sentire la sua “voce”. Il tratto saliente della voce di questa autrice, per quel che mi riguarda, va trovato nell’uso brillante della lingua, un uso che rende la lingua che troviamo nei racconti quasi pirotecnica. Grace Paley ha la capacità di dire le cose in un modo che non è mai stato utilizzato, ha la capacità di elevare la lingua dei poveri a letteratura di alto livello. Non si tratta di coniare neologismi o creare azzardate costruzioni lingustiche, si tratta semplicemente di dare alla lingua una dimensione che non ha mai avuto, una forza, una vivacità e una vitalità che, visto anche il periodo in cui ha scritto i racconti, sono sorprendenti.

L’ultiore punto a favore di Grace Paley è il saper scrivere di tragedie umane con una leggerezza commovente. Si parla di persone sole, di uomini ingannati da donne, di donne sedotte e abbandonate da mascalzoni, di figli che crescono senza padri, di ragazzine cresciute troppo in fretta e il tono usato da questa scrittrice è paralizzante. Ammanta il dramma umano di veli e fiocchi, poi sciogliamo i fiocchi, scostiamo i veli e troviamo una profonda desolazione. Desolazione che però viene subito mitigata da una feroce vitalità dei suoi personaggi, la sensazione che nessuno di loro venga mai sconfitto o che prima di venire sconfitto venda cara la pella.

Tutto questo sullo sfondo di un continuo scontro tra religione cattolica e ebraica, tra inglese e Yiddish, tra working class, derelitti e pochi fortunati. New York viene dipinta nei suoi colori più cupi e in quelli più brillanti, senza lasciare fuori nulla. Questa è un’opera che racconta l’umanità.

Questo è un libro che consiglio davvero a tutti. A chi ama i racconti, perché troverà un nuovo idolo, a chi non li ama, perché con questo libro potrebbe imparare, a chi scrive, perché ne avrà di cose da imparare, a chi legge e basta, perché so che è alla continua ricerca di buona letteratura e qui dentro ne troverà tantissima.

Ottima la traduzione di Isabella Zani.

Grace Paley (1922-2007), intellettuale newyorkese di famiglia ebrea russa, non ha mai scritto un romanzo, ma le sue tre raccolte di short stories Piccoli contrattempi del vivere, Enormi cambiamenti all’ultimo momento e Più tardi nel pomeriggio sono ormai dei classici e le hanno fatto guadagnare, nel 1994, il PEN/Malamud Award. Ha pubblicato inoltre saggi e poesie, ed è stata per tutta la vita una militante pacifista e femminista. Durante la guerra del Vietnam guidò una missione di pace ad Hanoi per trattare la liberazione di alcuni prigionieri americani e nel 1978 fu arrestata per aver esposto uno striscione con un messaggio antinucleare di fronte alla Casa Bianca.

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