Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Ferguson e la Biografia di un calcio più bello.

Ferguson e la Biografia di un calcio più bello.

by senzaudio

Non avevo mai letto un libro interamente in inglese ma questa volta l’occasione me l’ha offerta la Gazzetta dello Sport. Sono juventino, dal 2006 non ho mai più comprato un foglio rosa e mai più lo comprerò in vita mia. Ognuno ha le sue convinzioni, la vita certe volte porta ad azioni che comportano reazioni. Finchè il sito resterà gratis, però, un salto a vedere se la situazione cambia ce lo faccio. Ed è qui che ho letto la recensione del libro di Ferguson e il commento “c’è molta celebrazione di sé e poca autocritica: i lati oscuri di Ferguson non emergono mai” mi ha molto incuriosito.

Ho sempre avuto grande stima di Sir Alex, come penso chiunque abbia a cuore il gioco del calcio. Così mi sono stupito di questa autocelebrazione e infatti come sempre con la Gazzetta facevo bene a diffidare. E’ un’ottimo libro. Avendo io 30 anni, racconta tutto il calcio che ho vissuto.

C’è molta celebrazione, ovviamente 49 trofei in 27 anni sono un bel modo di presentarsi al pubblico, ma anche un po’ di rammarico su un sacco di avvenimenti. Acquisti sbagliati, partite sbagliate, occasioni perse, rapporti rovinati.

Su tutti sono 3 i giudizi veramente forti e importanti. Beckham, C. Ronaldo e Mourinho. Beckham fa parte dei suoi ragazzi del ’92, per i quali è stato più un padre che un allenatore. Aver subito il tradimento a scapito di fama e gloria penso sia stato proprio un dolore paterno più che umano. Che un talento cristallino come Becks sia voluto andare al Real prima ma soprattutto in America poi per Sir Alex è stato proprio un trauma (nonostante sia stato in grado di reinventarsi al Milan e al PSG con merito). C. Ronaldo (nella diatriba l’ho sempre creduto un passo sotto Messi, ma mi sto ricredendo) lo considera il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato. “The more gifted”. E sicuramente ha ragione, non se l’è presa più di tanto per il passaggio al Real, non potendo competere nè col blasone nè coi soldi, soprattutto con ragazzi che non sono di estrazione anglosassone. E The Special One a cui dedica un intero capitolo di complimenti, identificandolo come un magnifico avversario nonostante Moyes rimanesse l’allenatore perfetto per il Man Utd, con buona pace del portoghese.

In tutto questo ci sono un sacco di pesanti considerazioni su giocatori passati o meno sotto la sua ala: il dolore -sempre paterno- che emerge dalle pagine per la “pazzia” sopraggiunta in Roy Keane a cavallo dei 30 anni, diventato elemento destabilizzante di uno spogliatoio che aveva bisogno di sicurezze e disciplina non di fregnacce; la totale considerazione per Scholesy & Giggsy, due giocatori che per longevità e qualità sono quelli che si avvicinano di più a C. Ronaldo; l’amore per Wayne Rooney nonostante quel ripensamento contrattuale e la sorpresa nello scoprire Van Persie, un giocatore “fantastico, i nostri centrocampisti ci hanno messo un paio di mesi a sintonizzarsi sulla velocità di reazione di Robin”; “Suarez” una disgrazia per il Liverpool che avrebbe dovuto gestire diversamente la diatriba con Evra, fido servitore di una vita; la totale dedizione per Schmeichel e Van der Sar considerati i migliori prospetti degli ultimi 30 anni (unica nota che mi trova in disaccordo); Gerrard e Lampard considerati “not top, top players at all” meno importanti dei suoi centrocampisti e il motivo principale delle difficoltà della Nazionale; il rammarico per giocatori come Saha, Hargreaves, Owen comprati troppo tardi, gestiti male, sopravvalutati e via dicendo.

Ma ci sono anche punti in cui fa profonda autocritica senza paura, soprattutto per un allenatore così vincente. Jaap Stam, venduto malamente troppo presto e rimpianto per anni, il derby perso 6 a 1, così pesantemente per colpa sua, lo scudetto perso all’ultima giornata contro Mancini (una cosa che ha inficiato anche la vita di sua moglie per qualche settimana), la vendita di Tevez che ha dato il là alla crescita esponenziale del City, giocatori comprati un anno dopo per non averci creduto prima (Carrick su tutti offerto a 2 milioni e pagato 18 dopo 12 mesi), giocatori a cui non è potuto arrivare come Maldini, Viera etc.

Bellissimo il passaggio in cui dice che non saprebbe scegliere la sua best XI. Come potrebbe lasciare fuori Cantona, Yorke, Cole, Van Persie, Rooney o uno tra Keane, Scholes, Phil Neville o uno tra C. Ronaldo o Bechkam? E’ giusto così, non si può scegliere tra tutti quei campioni.

Gli allenatori apprezzati, Mourinho e Lippi a parte che tutti conoscono, sono Guardiola e Moyes. Guardiola perchè ha giocato un calcio fantastico che lui ha subito in ben 2 occasioni in finale nonostante l’ammissione di demeriti tattici propri. Volendo c’era la possibilità Fergie di battere quel Barcellona ma la scarsa forma fisica e gli errori commessi sono stati fatali. I 3 meno apprezzati (o più bacchettati) sono Wenger (un’altra persona, brutta, il giorno della partita rispetto al resto della settimana), Benitez e Mancini con il grave errore secondo lui di non aver mandato via Tevez sminuendo così la sua leadership.

Leadership che un allenatore di un team con un blasone così grande deve coltivare e sviluppare giorno dopo giorno come ci viene spiegato nel libro: “Cosa deve pensare di te un giocatore? 1. Può lui farci vincere? 2. Può farmi diventare un calciatore migliore? 3. Sarà fedele a noi? Considerazioni fondamentali” oppure “PRIMA DI TUTTO, digli sempre la verità. Non c’è niente di sbagliato nel presentargli la cruda verità sul suo stato di forma” oppure “Se hanno giocato da schifo devi dirglielo, ma aggiungici… per giocatori così talentuosi… per ritirargli su il morale dopo il primo brutto giudizio” oppure “non devono perdere fiducia nella tua conoscenza o perderanno fiducia in te per questo devi sempre essere sicuro di quello che dici” e infine “la cultura della vittoria può essere mantenuta solo in un clima di estrema onestà” sono concetti bellissimi.

Cosa mi lascia questo libro? Un profondo senso di differenza tra il calcio italiano e quello inglese. Tutte le abitudini come gli allenatori che si scambiano il vino a fine partita (il Sassicaia di Mancini il più apprezzato insieme alla cassa di Tignanello di Abramovich), la tradizione dello staff che si ritrova a fine partita con lo quello avversario, Ferguson che ci spiega come l’unico momento per analizzare con la stampa la partita è l’ora dopo il match, rispetto e passione, la gestione ottima con gli allenatori in seconda. La parte genuina del calcio che in Italia si sta perdendo, continuando a parlare di cm, fuorigioco e decisioni dubbie anche su partite perse e straperse sotto ogni punto di vista.

L’Italia ha molto da imparare anche da un libro così per questo spero che lo traducano in fretta. Lati oscuri di Ferguson? Il rapporto pessimo, o meglio, freddo con la stampa, che condivido. E’ per questo che ho letto il libro, per farmi un’idea mia e non pilotata del libro e dell’allenatore che è stato.  E ho fatto bene. Grande personaggio e grande storia. Ma questo forse lo sapevate già.

@emilianopicco

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