Éric Chevillard – Sul soffitto

by Gianluigi Bodi

Sul soffitto” è di gran lunga il libro più assurdo che abbia letto negli ultimi anni. A memoria non riesco a trovarne uno a cui poterlo paragonare. Éric Chevillard
fa una cosa per cui lo ringrazierò sempre. Mi ha fatto leggere un libro che mi ha regalato la sensazione costante di non capire. E mi è piaciuto.

La storia è quella di un uomo grigio e insignificante che passerebbe anche inosservato se non avesse il bizzarro vezzo di portare una sedia rovesciata sulla testa. Avere una sedia in testa per tutto il giorno comporta dei problemi, primo fra tutti quello di essere considerato un idiota (poi se vogliamo ci sono tutte le questioni logistiche, togliersi e mettersi gli abiti, entrare e uscire di casa, cose così). Il protagonista però non si ritiene un idiota, anzi, ai suoi occhi sono gli altri essere umani senza sedia in testa ad essere incompleti. La sua determinazione lo spingerà ad abbandonare la sedia per fare un salto di qualità e staccarsi da quanto di più materiale c’è, il suolo. Lui e un piccolo gruppo di amici, finiranno per abitare il soffitto della casa di un borghese e guardare il mondo a testa in giù.

Il libro è un torrente in piena in cui sono affogato una pagina sì e una pure. Non appena avevo la sensazione di aver ripreso in mano la situazione e con la bussola in mano sembrava che la strada fosse tracciata mi ritrovavo ancora perso e spaesato. E’ una sensazione che mi è famigliare, che ho già provato mentre leggevo “Rayuela” di Cortázar. Ora non voglio dire che i due libri siano paragonabili, ma ho trovato un sottile filo che lega Chevillard a Cortázar, quella voglia  di smontare pezzo a pezzo la realtà e di rimetterla assieme in un’ordine nuovo. Quella giocosità tipica di chi mantiene un animo bambino pur portando la barba.

Ecco, io lo devo ammettere, c’è gente più brava di me là fuori a dare significati perfetti a quanto hanno letto. Gente che sa sempre dove si trova, che davanti ad un libro del genere sa dirvi di cosa è metafora, di che parla e come dobbiamo recepirlo.
Io mi dichiaro sconfitto. Ho goduto nel non riuscire a dargli un significato univoco. Ho cercato di inquadrarlo e non ci sono riuscito, inizialmente ne ho sofferto, poi mi sono seduto sul divano e ho lasciato che Chevillard mi portasse sul soffitto con lui. Perché da qui su dove sto ora, il vostro mondo è un po’ triste.

Se proprio dovessi trovare una “morale” a quando ho letto mi verrebbe da dire che spesso diamo per scontato di essere dalla parte della ragione solo perché a fare una cosa siamo in tanti. Chissà che portare una sedia capovolta sulla testa non sia quel passo che porta ad un evoluzione intellettuale.

Ottima la traduzione di Gianmaria Finardi, anche solo per essere riuscito a trovare il bandolo della matassa in questo libro assurdo e aver visto dove stava la porta d’uscita anche a testa in giù.

Pollice in sù per Del Vecchio e per la copertina di questo libro (opera ovviamente di Ifix design nella persona di Maurizio Ceccato) che costringeva le persone davanti a me in treno a contorsioni spassosissime.

Éric Chevillard è nato nel 1964 a La-Roche-Sur-Yon, è uno dei più interessanti e originali scrittori francesi. Ha ideato il blog letterario L’Autofictif, molto seguito e discusso in Francia. Ha scritto moltissimi romanzi, tra cui i più famosi sono Mourir m’enrhume, 1987; Le Caoutchouc décidément, 1992; La Nébuleuse du crabe, 1993; Le Vaillant petit tailleur, 2004; Démolir Nisard, 2006; Sans l’orang–outan, 2007; Dino Egger, 2011; Le Désordre azerty, 2014, aggiudicandosi numerosi premi, tra cui il PRIX FÉNÉON, il PRIX WEPLER, il PRIX ROGER–CAILLOIS, il PRIX VIRILO e il PRIX ALEXANDRE–VIALATTE. Nel 2013, inoltre, la traduzione di uno dei suoi primi romanzi, Préhistoire (1994; Prehistoric Times), si è aggiudicata il BEST TRANSLATED BOOK AWARD, premio statunitense assegnato dalla rivista «Open Letters» e dall’università di Rochester. Quasi tutti i romanzi sono pubblicati, in Francia, dalla casa editrice
Minuit, famosa per la sua attenzione agli autori di letteratura sperimentale.

 

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