Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Mi colpisce come un’onda – Cristina Henríquez

Mi colpisce come un’onda – Cristina Henríquez

by senzaudio

Nel corso del 2016 uno dei libri che ho letto e che ha affrontato meglio il problema dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri è stato quello di Cristina Henríquez intitolato “Anche noi l’America“. Oggi, dopo qualche mese da quella lettura, il panorama politico americano è cambiato. L’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump ha svelato una frattura che già c’era e che a fatica si riusciva a tenere a bada. Quella frattura ora è esposta e potrebbe avere gli stessi effetti di un terremoto.

Sono felice di poter ospitare su Senzaudio questa riflessione che Cristina Henríquez ha scritto appositamente per NNeditore e che nasce proprio dal risultato di queste elezioni presidenziali e racconta cosa significa vivere in America oggi. Un ringraziamento particolare va all’autrice e a NNeditore.

Gianluigi Bodi


Parlo al telefono con i miei genitori. Sono entrambi in vivavoce. Mia madre dice che mio padre, cittadino americano dal 1983, ha cominciato a portare con sé il passaporto ogni volta che esce di casa, perché non si sa mai.

Mio padre dice qualcosa come: “Be’, sì, è sempre stata dura”.

“Ma non l’avevi mai fatto prima” sottolinea mia madre.

“È vero. Non fino a oggi”.

Mio padre ha superato interi decenni di elezioni. Ha sempre votato fin dal momento in cui ne ha avuto diritto – di solito per i Repubblicani. Il risultato non è sempre quello che desidera. Ma non è questo il punto, adesso. Questa volta è diverso.

Ci sono momenti in cui sento che andrà tutto bene, ma un attimo dopo mi interrogo. Per chi andrà tutto bene? Perché è già chiaro che per qualcuno tra noi non sarà così. E che cosa vuol dire “tutto bene”? Significa che la gente sopravvivrà? Sopravvivremo, almeno nel senso letterale del termine, ma anche in quel caso: non tutti. E anche quelli che ce la faranno – a quale prezzo? Sento il peso di questa consapevolezza che grava sul mio petto, a volte – pensieri e paure e articoli di giornale che si accumulano su di me. E a volte mi sento troppo debole per venirne fuori. Ho chiamato i miei Rappresentanti. Ho chiamato la House Oversight Committee. Ho fatto donazioni. Sto pensando di fare la volontaria. Tutto questo è qualcosa, ma neanche lontanamente abbastanza.

E ora, proprio domani, mio padre prenderà l’aereo per venire a trovarmi. Mio padre con i suoi baffi e la pelle scura. Me lo immagino con ansia mentre si muove in aeroporto, mentre si muove in questo mondo. Perché? Per come la gente potrebbe trattarlo, fissarlo, per cosa potrebbe dirgli in faccia o alle spalle. Per il sentore omicida che c’è nell’aria e che induce le persone a comportarsi così, a credere che la correttezza sia un punto debole e il fanatismo un punto di forza. A credere che mio padre e milioni di altri come lui – con la pelle scura, o nera, con l’hijab, chiunque sia diverso – non appartengano a questo paese. E credere che essere americani voglia dire questo, quando di fatto è l’opposto.

E non ditemi che mio padre, cittadino americano da tanti anni, non è il tipo di persona di cui vi preoccupate. Non ditemi che fate distinzioni o concedete attenuanti a un immigrato piuttosto che a un altro. Non è possibile farlo a colpo d’occhio. I documenti non sono mai visibili. Tutto ciò che possiamo vedere a colpo d’occhio è l’aspetto. E dall’aspetto, mio padre è vulnerabile. Dall’aspetto, tanti di noi lo sono.

Durante le elezioni mio figlio di quattro anni mi ha chiesto: “Perché non ti piace Donald Trump?”

Ho cercato una risposta facile: “Non è molto gentile con le persone che non sono come lui”.

Mio figlio ci ha pensato su per un minuto. Poi ha detto: “Quindi si piace solo lui?”

C’è molto di più. Come sempre. Ho scritto un romanzo sugli immigrati latinoamericani e ho parlato di loro come degli “americani sconosciuti”. E quello che ho capito oggi è che siamo proprio questo, sconosciuti a noi stessi. Se c’è una strada davanti a noi che conduce al paese che vorrei, parte di ciò contro cui dobbiamo lottare è questo – perché non riusciamo a conoscerci gli uni con gli altri, e conoscendoci, a capire. Ognuno di noi. Nessuno dovrebbe sentirsi assolto da questo compito.

Ma per adesso… Mio padre arriverà domani. Indosserà una camicia button-down e pantaloni con la piega, cintura e mocassini. Come sempre. Lo troverò malgrado il caos dell’aeroporto. E malgrado il caos dei miei pensieri, cercherò di trovare le parole per spiegare come mi sento adesso. E malgrado il caos della vita, forse troveremo un modo per avvicinarci gli uni agli altri prima di essere tutti irrimediabilmente perduti.


Per leggere la recensione a “Anche noi l’America” cliccate qui.

Cristina Henríquez è autrice della raccolta di racconti Come Together, Fall Apart, che è stata Editors’ Choice del New York Times, e del romanzo Il mondo a metà (Fazi, 2010). I suoi lavori sono stati pubblicati su The New Yorker, The Atlantic, The American Scholar, Glimmer Train, Ploughshares e Oxford American, oltre che in varie antologie. Vive in Illinois. Anche noi l’America ha ispirato un progetto tumblr: The Unknown Americans Project.

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NNEDITORE | Rassegna stampa on line di Cristina Henriquez 25 Novembre 2016 - 12:34

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