Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Christian Raimo a Rialto Libri Venezia

E’ dal 2004 che ho paura di Christian Raimo. Avevo letto da poco “Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?”, la sua seconda raccolta di racconti e mi era passata la voglia di scrivere. Rispetto ai pensierini che riuscivo a mettere assieme io, lì dentro a quei racconti c’era una profondità di pensiero che non riuscivo nemmeno a concepire, figuriamoci ad imitare (emulare). Dopo qualche mese andai a Roma. Un corso di editing alla Minimum Fax, proprio nella sede della casa editrice a Ponte Milvio. Il corso lo teneva Nicola Lagioia, ma un giorno, all’improvviso, entrò un tizio per parlare con Lagioia. Non sapevo chi fosse, una compagna di corso mi suggerì all’orecchio l’identità dell’uomo misterioso. Era Raimo. Inizia a scrutarlo, a cercargli addosso segni di quei racconti che mi avevano demoralizzato. Ne trovai, credo, perché ne volli trovare. La mia paura aumentò.

Sono passati 10 anni. Quando ho saputo che Raimo avrebbe presentato l’ultima sua creatura “Le persone, soltanto le persone” edito da Minimum Fax a Rialto Libri Venezia, ho fatto di tutto per esserci. Perché è giusto che uno affronti le proprie paure, soprattutto se è adulto e nel frattempo (in questi 10 anni) di vite ne ha vissute altre due o tre.

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Raimo è bravo, mi viene da dire che è bravo a fare tutto, ma mi limito a dire che è bravo a fare quello che ha fatto a Rialto Libri, cioè, leggere un suo racconto, leggere le sei caratteristiche che deve avere una canna (prese da “Calvino contro Pasolini”) con un inflessione spagnola, rispondere alle domande e alzarsi in piedi a firmare autografi conversando con gli astanti e interessandosi, per quei pochi secondi, alla vita di questi ultimi. Avrei voluto fargli dei complimenti, dirgli che era stato bello sentirlo parlare, perché aveva detto cose interessanti, ed invece mi sono tenuto le parole in bocca perché fare dei complimenti a qualcuno in queste occasioni mi sa sempre tanto da adulazione e mi fa sentire ridicolo.

Raimo non è stato mai banale, non lo è in quello che scrive e non lo è nelle risposte che da. Per esempio, partendo dal racconto “Il gioco sbagliato” inizia a spiegare come, a suo parere, la critica femminista sia stata un punto nel passatao e che nel passato sia stata relegata senza aver prodotto apprezzabili risultati nel presente. E lo dice con rammarico, lo dice per sottolineare quanto sia sbagliato che un movimento così esplosivo abbia lasciato peche tracce.
Ma è l’operazione di umanizzazione dello scrittore che ho apprezzato di più. Il rifiutare categoricamento un qualsiasi ruolo di supremazia morale ed intellettuale, supremazia che spesso viene affibbiata dai media a corto di luminari a cui chiedere pareri. E quindi, quasi come conseguenza, Raimo rifiuta con decisione il ruolo civile della scrittura. Dice (mia parafrasi) la letteratura non si deve sostituire al giornalismo e il giornalismo non si deve sostituire alla letteratura. Anche sa accade a volta che uno scrittore riesca ad arrivare a fare un lavoro di ricerca molto più approfondito di quanto faccia un certo giornalismo. Accade, ma non dovrebbe essere la norma, bensì l’eccezione.

Raimo pare avere ben chiaro il ruolo che uno scrittore deve avere nei confronti del lettore, quello di fornire un libro che provochi un cambiamento, anche minimo, in chi legge. Quello di proporre un libro che il lettore, sapendo l’effetto che fa su di sé, sia disposto a comprare consapevole dell’importanza che ha.
Un’ultima cosa mi ha ben impressionato. L’apertura che Raimo dimostra nei confronti del lettore. Un lettore che, secondo lui, non deve essere passivo fruitore di letteratura, ma fonte di dialogo constante con lo scrittore. Dal dialogo possono nascere consigli, critiche, nuovi spunti, nuova consapevolezza di sé.

E’ il 2014 e io non ho più paura di Christian Raimo.

Un ringraziamento sentito ai librai della Libreria Marco Polo di Venezia.

P.S. perdonatemi, probabilmente non ho riportato tutte le cose salienti dette da Raimo, magari ho riportato quelle meno interessanti, ma ero troppo impegnato a godermi l’attimo presente per pensare al futuro.

 

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