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“Benvenuta nell’inferno”: ecco la storia di Vera

by senzaudio

Rimandiamoli a casa: questi ci rubano i mariti e tolgono lavoro ai nostri figli.  Arrivano qui e s’impadroniscono di tutto.
Non è questo un pensiero condiviso da molti?

Eppure, Vera, non aveva mica in testa l’idea di far qualcosa del genere, il 25 Dicembre 2003, quando è arrivata in Italia.
Era Natale,esattamente il giorno di Natale, il primo Natale che ha trascorso lontana dalle sue bambine, dalla sua città.  Quale regalo si sarebbe potuta aspettare una che non ce l’ha neppure un albero di Natale?
Nessun augurio, nessun telefono con il quale tenersi in contatto con le sue piccole. Nessun piano, nessuna certezza. Nel cuore solo l’idea di dare alle sue figlie la possibilità di sopravvivere e realizzarsi.

Neanche una, Vera lo giurerebbe, delle cinquanta persone presenti sul pullman partito quattro giorni prima da Minsk, pensava di rubare qualcosa a qualcuno o qualcuno a qualcun altro.
Nessun pensiero del genere nel momento in cui le è stato concesso il visto Schengen per l’Italia per  quindici giorni: solo pane e disperazione, angoscia, impossibilità di far altro perché, a quarant’anni, o forse prima, e con un matrimonio fallito alle spalle, in Bielorussia sei vecchia, non servi e un lavoro per te non si trova, non esiste, è l’oasi nel deserto.
Se ti ritrovi, in aggiunta a tutto ciò, un marito che si ubriaca e pensa a tutto tranne che a garantire il minimo indispensabile a te e alle tue figlie e, nel frattempo, un’amica che, dall’Italia, ti offre un lavoro, Tu non puoi far altro: Tu raccogli quelle poche cose che pensi potranno servirti e parti.
Tu non ce la puoi fare, ma ce la fai.

Poco importa se ti ritrovi da sola a mezzanotte nella stazione di Napoli ed un tizio ti dice “Benvenuta nell’inferno”, tanto Tu l’italiano non lo conosci. Ti sembra a mala pena di ricordare il significato di quelle quindici paroline che hai trascritto sul foglio che hai inserito nel vocabolario russo-italiano che tieni sotto il braccio.
Poco importa se un tassista al quale chiedi di portarti dalla stazione di Napoli a quella di Caserta ti strappa dalle mani duecento euro. Non puoi farci nulla, Tu.
Non sei altro che una giovane donna salita in macchina con due uomini ed un foglio con su scritto: “Devo arrivare a Catanzaro”.
E così sali in quel taxi temendo che ti ammazzino o facciano chissà cosa. E la tua unica arma di difesa è dire: “Mio amico italiano”: Tu non sei che una che è appena arrivata, in Italia, per sottrarre lavoro agli italiani e rubare un marito a chissà chi.

Non è rilevante se riesci ad arrivare a Catanzaro, se ti prendi cura di due gemelli di quindici giorni, se rassetti una casa di quattro piani per ventiquattro ore al giorno guadagnando quattrocento euro dai quali ne sottrai venti per comprare qualcosa da mangiare e la cui rimanente parte mandi alle tue figlie che hai lasciato a casa con il tuo ex marito che, tra l’altro, arriva a questi soldi prima di loro.
E nel contempo ti prendi cura di questi bambini con così tanto amore che questi chiamano te, “mamma”,  prima  che la loro, suscitando addirittura la gelosia di quest’ultima.

Perché, se Tu poi conosci un uomo che ti fa sorridere di nuovo, anche se con un sorriso amaro perché sei lontano dal tuo sole;  perché, se Tu con questo ricostruisci una tua famiglia e decidi di dare alla luce un altro figlio, Tu sei comunque uno che ha secondi fini. Non è forse così?

Proprio perché è questo quello che pensiamo, secondo il nostro modo di vedere le cose, per noi bielorussi, ucraini e russi sono aggettivi diversi che identificano lo stesso genere di individui. E ne parliamo con pressapochismo, come se fossero diverse varietà della medesima pianta: poche differenze nell’aspetto ma un’unica essenza.
Secondo la stessa logica, coloro che provengono dai paesi del Medio Oriente o dell’Africa settentrionale sono considerati tutti musulmani. Il fatto che in realtà appartengano a paesi arabi e non musulmani ci appare poco rilevante perché non ci interessa sapere che questi sono accomunati dalla lingua araba e non dalla religione musulmana,  poichè alcuni paesi e territori arabi comprendono significative minoranze cristiane o di altre religioni e perché ci sono paesi islamici che non sono arabi.

Oggi, i media, diffondono notizie ‘di tendenza’ con l’unico scopo di fare audience: veniamo informati  di sbarchi di uomini, donne e bambini attraverso il linguaggio con il quale si potrebbe descrivere l’invasione di un esercito. Si annodano i fili di storie di eroi come se fossero degli insignificanti punti al di là di una linea di confine.
Sì, sono loro ad essere veri eroi, gli eroi di quest’oggi. Ecco i veri vincitori di una lotta all’ultimo respiro vitale della quale non conosciamo nulla e che giudichiamo senza dargli un valore, anzi, sottraendoglielo.

Così, se attualmente è di moda parlare della guerra in Siria, perché si dovrebbe discutere di quella civile in Ucraina e del fatto che, secondo indiscrezioni occidentali, a causarla sarebbero i separatisti che avrebbero aperto il fuoco con un sistema missilistico terra-aria fornito loro dalla Russia?
Russia e Ucraina sono la stessa cosa nel nostro immaginario, e, mentre la prima lancia una nuova sfida facendo sapere che invierà un secondo convoglio di aiuti in Ucraina seguendo «la stessa rotta e gli stessi parametri» di quello già inviato nei giorni scorsi nell’est del paese nonostante la condanna della comunità internazionale e il no del governo di Kiev che aveva parlato di «un’invasione diretta», il presidente ucraino Petro Poroshenko si è impegnato a investire 2,2 miliardi di euro per il riarmo e il rilancio delle forze armate malgrado il collasso economico che minaccia il Paese.
E ancora, nello stesso tempo, in una conferenza stampa a Mosca, Lavrov, Ministro degli Affari Esteri russo ha  parlato della sfilata dei prigionieri ucraini organizzata domenica a Donetsk dai separatisi asserendo di non aver visto niente che possa essere considerato una «umiliazione».
E in risposta a ciò la Nato conferma che la Russia non è stata invitata al summit in Galles in programma il 4 e 5 settembre.
Ma questo, sinceramente, non mi sembra abbastanza.

Non mi sembra sufficientemente coerente l’azione-reazione di paesi che si oppongono alla guerra entrando in guerra, che occupano paesi per ridargli l’indipendenza, che inviano aiuti umanitari in condizioni di emergenza e che non fanno nulla per aiutare queste regioni a creare un loro modello di sviluppo endogeno.
E intanto quei giornalisti che osano denunciare spariscono, perché chi esce dal coro, chi osa, è additato, ostacolato, eliminato.
E, allo stesso modo,  i canali russi vengono chiusi e nessuno sa niente.

Pertanto, così come  non ha senso raccontare che, la cugina della nostra Vera, che vive a Godno, in Bielorussia, ha accolto in casa sua una mamma con i suoi due figli piccoli con addosso solo una magliettina, scappati dall’Ucraina e in viaggio da cinque giorni, allo stesso modo potrebbe sembrare un racconto di secondo piano la vicenda  delle tre famiglie a cui, la figlia di Vera, ormai laureata, ha aiutato a trovare una sistemazione.

Perché della Bielorussia in quanto paese che accoglie non occorre parlarne, vero?

Perché Vera è stata lontana dalle sue figlie sapendo di loro quanto è possibile inglobare in una corrispondenza epistolare intrattenuta una volta al mese per soddisfare un capriccio, giusto?

E, mentre si celebra il festival degli stereotipi, non ha senso parlare di empatia culturale o etnoculturale, della sua componente comunicativa e del dovere del singolo di informarsi, conoscere ed accettare senza trincerarsi in una posizione di rigida presunzione di superiorità.

Ma, ove questa sensibilità intrinseca manchi, non occorre porre la fine della speranza ma urge  trovare un nuovo fiore da farvi rifiorire per caricare, di un senso nuovo, ciò che il suo, l’ha perduto.

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