Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. L’isola dell’infanzia – Karl Ove Knausgård

L’isola dell’infanzia – Karl Ove Knausgård

by senzaudio

Come potrà Knausgård scrivere ancora, dopo tutto questo?

Riflessioni su L’isola dell’infanzia, ultimo libro dell’autore norvegese tradotto in Italia, terzo dei sei volumi che compongono La mia battaglia (in originale: Min Kamp), autobiografia in 3500 pagine in corso di pubblicazione con Feltrinelli.

Faccio fin da subito ammenda per non essermi portato avanti con My struggle nella traduzione inglese. Posso però dire di essere in pari con la splendida e accorta traduzione italiana di Margherita Podestà Heir. Il terzo volume di questa saga familiare, intitolato L’isola dell’infanzia (in libreria dall’8 ottobre), è diverso dai due precedenti: La morte del padre e Un uomo innamorato. Senza necessariamente stilare una classifica di preferenze, assolutamente soggettiva, oltre che superflua, trovo sia importante guardarsi indietro ora che siamo a metà del percorso, per definire con maggior precisione alcuni punti riguardanti quest’opera così mastodontica da creare un senso di vertigine. Mettendosi nei panni dell’autore norvegese, infatti, viene da chiedersi come potrà scrivere d’ora in avanti. Dove troverà la forza dopo essersi svuotato in maniera così definitiva? Come farà ad affrontare di nuovo la materia letteraria dopo aver superato un confine in maniera così netta? Tutto suonerà sempre finto se paragonato a tutto questo.

A differenza di altri autori dell’ormai celeberrima post-fiction, l’autore norvegese nei suoi scritti non sviscera solamente un elenco di particolari atti a descrivere l’insieme, traducendosi in lente d’ingrandimento di un quadro così realistico da fare male allo sguardo del lettore, ma entra letteralmente nella sostanza dell’uomo. Knausgård tagliuzza il corpo e lo ricuce, fa a pezzi i ricordi e li rimette insieme, fa brandelli della sua emotività e ne esce sempre umano, nonostante lo sforzo frankensteiniano. Quello che diventa mitologico e sublime, alla fine, non è lui, in quanto protagonista specchiato nel suo stesso racconto, ma la sua opera così grandiosa. Ecco dove va a finire tutto quel narcisismo, esce da una prigione per entrare in un’altra. E qui ci troviamo di fronte a quella questione che più volte in letteratura è stata affrontata: scrivere o vivere? Questo è il dilemma.

Knausgård è proprio come il chirurgo che sarebbe voluto diventare da bambino, e che usa come metafora di quello che non saremo mai nella vita, ma al tempo stesso saremo in una forma differente. Lo fa, ad esempio, a partire dall’orecchio girato che suo padre gli fa bruciare dentro, spostando il dolore in quello stomaco che sopporta e somatizza una rabbia repressa ed esplosa in un odio così forte che non poteva più stare in gabbia. Doveva essere liberato. E servivano 3500 pagine per farlo. E viene da fare un sospiro di sollievo anche al lettore quando ci pensa, perché quel sentimento di leggerezza svuotante che trasmette Knausgård, poteva trasmettermelo solo un’altra cosa: la scrittura. Solo così si sarebbero potuti affrontare, seppur in minima parte, tutti quei sentimenti in cui noi lettori, ognuno a proprio modo, ci immedesimiamo. Un sentimento di empatia che scatta automaticamente proprio per la banalità dei gesti quotidiani che il nostro descrive. Per le prese in giro a scuola, le marachelle, le sgridate furiose, gli atteggiamenti incomprensibili degli adulti, gli istinti amorosi – sessuali senza ancora comprensione di cosa significhi – la solitudine, le prime letture, la musica come rifugio, la scuola, il desiderio di apparire e anche quello di scomparire, la partecipazione e poi il senso di esclusione, il sentirsi diverso e l’omologarsi, il senso di avventura e di sfida, le bugie per sforzarsi di essere come vorrebbero gli altri e la disillusione nel comprendere che non potremo mai soddisfare a fondo i loro desideri. Il proprio corpo che muta, quello degli altri che cambia, e insieme li guardiamo e sono sempre diversi, segnati da tratti distintivi che creano un’individualità che ci accompagnerà per sempre, perché siamo soli e sempre lo saremo, nonostante tutti gli sforzi per stare insieme agli altri.

Il sentimento di empatia si incastona in ognuno di questi tratti, e sarà per quella che Nadia Terranova – su IL Magazine del 24 ottobre – chiama “smania empatica”, citando Steven Pinker. Ha ragione lei quando dice che “non ci facciamo una ragione del perché siamo ancora insignificanti e sbagliati” nonostante abbiamo letto e abbiamo empatizzato. La domanda allora, forse, è un’altra: ci sentiremo mai giusti e pieni di significato? Ognuno a proprio modo, intimamente, sa che la risposta a questa domanda è no. Non basta leggere e non basta nemmeno scrivere. E forse non c’è davvero una via d’uscita. Bisogna passarci, chi in una maniera, chi in un’altra, ma comunque ci si passa.

La maggior parte degli scrittori, infatti, quando approccia la progettazione della prossima creatura narrativa, ricorre a un’immagine. In molti corsi di scrittura creativa si chiede ai partecipanti di andare indietro attraverso i loro ricordi, navigando a vista come in psicanalisi, fino a perdersi in quell’abisso da cui a volte – se si è davvero fortunati, o sfortunati, dipende dal punto di vista – non si fa ritorno, immergendosi in una piccola bolla protetta dal censore super-io, per fermarsi proprio al ricordo originale, quello di una vita, il definitivo. Quella solitamente è l’ossessione attorno alla quale costruire un’intera storia. Spesso è un’immagine, o un pensiero, una persona, un luogo, un fatto accaduto davvero. E’ una gioia individuare quell’immagine e compiere il percorso a ritroso per rivedere e rivedere come nasce e cresce l’atto creativo. E’ una gioia e un dolore al tempo stesso. Quell’ossessione, per Knausgård, è suo padre.

In un passaggio all’inizio del terzo volume scrive: “Per non parlare di quel corpo che un giorno si troverà steso sul tavolo di un obitorio? Si continuerà a chiamarlo Karl Ove? In fondo non è incredibile che un semplice nome sia capace di comprendere tutto questo?”. Anche in questo caso la risposta è no, perché in realtà comprende molto di più. Comprende quel vago, ma nemmeno poi tanto vago, sentore di memoria collettiva, perché tanto: “La memoria non è affatto una misura affidabile e responsabile di una vita. E non lo è per il semplice motivo che la memoria non mette la verità al primo posto”. Per questo ci siamo anche noi in quei suoi ricordi così intimi e personali, vissuti dentro una stanzetta di Tromøya, mentre i nostri venivano vissuti altrove, a migliaia di chilometri di distanza, o forse a poche centinaia di metri, non è poi così importante. Certe volte si tratta di fare uno sforzo per fare emergere queste esperienze, altre volte emergono e basta, senza una spiegazione logica; principalmente è tutta una questione di sentimenti: “I sentimenti sono sentimenti, a sette come a settant’anni. Sono sempre importanti”.

In questo modo, pagina dopo pagina, Knausgård ripercorre gli anni della sua infanzia e va all’origine di quella sensibilità così spiccata e così marcatamente evidente, sporgente proprio come dice essere il suo sederino infantile, un difetto fisico che cerca continuamente di nascondere. E piange, cade, non ci riesce e non si rende conto che già a sette anni porta in sé il germe di questa necessità narrativa. In una scena la maestra gli spiega che non tutto ciò che sappiamo degli altri si può raccontare, e viene da sorridere al pensiero di tutte queste pagine piene anche delle vite degli altri. Da dentro quella stanza, forse, ancora non lo capiva esattamente, ma quella paura che lo accompagna per tutti i giorni della sua infanzia è lì per ricordarglielo a ogni step: “Nella mia stanza c’era soltanto una cosa di cui sentivo la mancanza, e cioè diventare grande. Decidere liberamente della mia vita. Odiavo papà, ma ero nelle sue mani, non esisteva nessuna via d’uscita per sottrarmi al suo potere”.

Questi sono alcuni dei numerosi motivi per cui ci interroghiamo su come Knausgård troverà la forza di scrivere ancora dopo tutto questo. Ed è un problema pensare che possa non riuscire più a farlo, perché già ora, a tre volumi dalla conclusione di questa saga, ne sentiamo la mancanza. Proviamo un profondo sentimento di distacco in una parte di noi. E per quanto la ricerca, la razionalità, la letteratura, nel suo complesso e variegato mondo, possa distrarci da questo sentimento andando avanti per la sua strada incrociandosi alla nostra, resta sempre la parte di uno sguardo incastrato nel passato, come un torcicollo che non smette mai di dar fastidio e obbliga a voltarsi un po’ indietro, verso quella ricerca di identità che comunque non si trova nemmeno mutando la prospettiva di osservazione. In fondo tutto questo potrebbe essere anche solo una ricerca delle radici per mentire a noi stessi sul presente che prosegue inarrestabile. Forse è solo una scusa per fermare in qualche modo la vita, che altrimenti incede in un punto preciso e fa rewind finché è possibile, anche se ora vorremmo solamente fare fast forward per andare al prossimo volume. Eppure ci tocca aspettare. E non vale la pena leggerlo in altre lingue, perché la vita merita anche le sue attese, le giornate inutili, le cose che non ci verrebbe mai in mente di raccontare a nessuno, a meno che non ci si chiami Karl Ove Knausgård e si sia in grado di trasformare le cose inutili in cose utili. Una qualità che davvero in pochi comprendono fino in fondo, perché richiede anche di sprecare del tempo, e lo slow-life, purtroppo, è un concetto oggi inesistente, perché troppo lontano dalla rapida contemporaneità in cui siamo immersi.

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