Archive for the ‘Inchiostro – Recensioni di libri indipendenti e non.’ Category

Percival Everett – Telefono

giovedì, Agosto 19th, 2021

Avevo sentito parlare di questo libro mesi fa, quando era uscito in America e poi quando lo avevano candidato al Booker Prize. Percival Everett aveva scritto un libro, ma in realtà ne aveva scritti tre. Tre versioni di uno stesso libro, di una stessa storia, che differiscono per alcuni particolari, a volte minuscoli a volte più corposi. Il lettore che dovesse entrare in una libreria e comprare “Telefono” non può sapere quale delle tre versioni si porterà a casa.
Finalmente La Nave di Teseo pubblica le tre versioni di “Telefono“. Io ne ho letta una, non so quale, so che alcune versioni differiscono anche per il finale, lasciandolo aperto, ma se parlassi del finale rischierei di fare spoiler per cui evito.

“Telefono” di Percival Everett è un intreccio di storie. Zach Wells è spostato e ha una figlia, lavora all’università come paleontologo. Ha una vita che potremmo definire normale, forse non è completamente felice per un sottile senso di insoddisfazione che serpeggia costante nella sua vita, ma l’insoddisfazione è comune a molte persone. Attorno a Zach Wells si sviluppano molteplici trame. Quella che lo vede alle prese con la malattia della figlia, quella che lo mette di fronte alle avance di una studentessa, quella che lo avvicina pericolosamente a una collega sul punto di perdere il lavoro e quella che gli fa scoprire all’interno di un capo di abbigliamento usato una richiesta di aiuto scritta in spagnolo.

Le trame si sviluppano parallelamente, immagino che nelle tre versioni del libro, questo sviluppo non segua sempre lo stesso schema o la stessa velocità, ma che comunque i concetti più importanti rimangano saldi ai loro posti.

“Telefono” ha dei passi che sono strazianti, soprattutto quelli che descrivono la malattia della figlia, ma anche quando entra nel vivo la questione relativa a chi ha mandato ha mandato una richiesta d’aiuto attraverso un capo di abbigliamento usato. Zach Wells è spinto a salvare le persone perché, paradossalmente, non può salvare l’unica persona che ama con tutto il cuore.

Prova a salvare una collega dal buco nero nel quale si trova. Sta per per perdere il lavoro perché non ha presentato abbastanza articoli. Ha dei dati che considera grezzi su una ricerca che considera campata in aria, ma Zach, dopo averli letti, capisce che la ricerca è buona e si interroga sul motivo per cui la collega non è andata fino in fondo. La risposta arriva inaspettata e mette tutto sotto una luce nuova e terribile.

Prova a salvare la persona (o le persone) che hanno mandato nel vuoto un messaggio di aiuto, senza poter sapere a chi sarebbe arrivato quel messaggio e se sarebbe stato accolto.

Prova a salvare se stesso.

Il punto è che parlare di “Telefono” senza fare spoiler e rovinare il piacere della lettura è quasi impossibile. Per cui, mettendo da parte le trame, mi limiterò a parlare del lavoro fatto da Percival Everett in questo libro.

Questo romanzo di Percival Everett è, come sempre, ottimo. Solitamente c’è molta differenza tra i suoi lavori, ma questa volta ho colto degli echi di “Quanto blu”, il romanzo precedente sempre edito da La Nave di Teseo. Ci sono dei punti di contattato. Anche “Quanto blu” è un libro che gira attorno al tema della salvezza e anche in quel romanzo il protagonista principale sembra aver sviluppato una certa apatia e la necessità di trovare pace in un rifugio. In “Quanto blu” si trattava dello studio del pittore, qui della grotta in cui Wells passa gran parte del suo tempo lavorativo (quando non è all’università ad insegnare controvoglia”.

“Telefono” è anche un libro che parla dei gesti quotidiani che compiamo e che consideriamo irrilevanti e che pure possono arrivare a influenzare gli altri senza che ce ne rendiamo conto. Quei gesti che possono diventare fonte di salvezza pur non essendo eroici, ma banali; ma è anche un libro che sembra voler lasciare molto spazio al lettore e alle sue interpretazioni. È un libro che procede per stratificazioni.

In un certo senso, l’idea di pubblicare uno stesso libro in tre versioni differenti, mi è sembrata, all’inizio bizzarra. Una bizzarria che vedevo bene associata a Percival Everett, uno scrittore che è tutto fuorché scontato. Con il passare del tempo però ho iniziato a pensare che l’idea principale alla base di questa operazione inusuale sia quella di lasciare al lettore la possibilità di comprendere che alcuni piccoli eventi della vita quotidiana possono produrre cambiamenti impercettibili che a volte portano a grandi risultati. Il fatto che comprando il libro un lettore non possa sapere quale dei tre gli è capitato in sorte dà ancora più forza al concetto di casualità. Sembra quasi che Everett dica: la vita è fatta di piccole scelte, alcune delle quali sono casuali e inconsapevoli.

Al di là di tutto, al di là di come si voglia interpretare questo tre in uno letterario io consiglio sempre la lettura di qualsiasi cosa sia stata scritta da Percival Everett.

Traduzione di Andrea Silvestri.

Percival Everett (1956), autore e professore presso la University of Southern California, ha scritto numerosi libri, tra i quali: Cancellazione (2001), Deserto americano (2004), Ferito (2005), La cura dell’acqua (2007), Non sono Sidney Poitier (2009), Percival Everett di Virgil Russel (2013). Ha ricevuto lo Hurston/Wright Legacy Award e il PEN Center USA Award for Fiction. Vive a Los Angeles.

Èric Chevillard – Rovorosa

martedì, Agosto 17th, 2021

Diventa sempre più piacevole leggere le opere di Èric Chevillard e diventa sempre più difficile parlane qui su queste pagine. Ha volte ho l’impressione che da quando ho iniziato a leggerlo qualche anno fa le parole che ho messo in fila per raccontare cosa provoca in me la sua scrittura siano diventate parte di un’unica e lunghissima recensione che abbraccia anche l’autore. È molto banale dirlo, ma dopo tutti questi anni ti viene da sperare che lo scrittore abbia la stessa stralunata genuinità delle opere che scrive.

“Rovorosa” è l’ultimo romanzo di Èric Chevillard pubblicato da Prehistorica Editore che, come ormai ben saprete, ha dedicato una vera e propria collana a questo autore. L’editore, nonché traduttore delle opere di Chevillar, che risponde al nome di Gianmaria Finardi sembra avere quasi un rapporto simbiotico con l’autore francese.
Di che parla dunque “Rovorosa“? Cosa racconta?
Come spesso accade nelle opere di Chevillard, il filo da seguire è spesso ingarbugliato e di mille colori. Di primo acchito ti sembra di avere davanti un mondo confuso, ma in realtà basta solo trovare il bandolo della matasse che, in Chevillar, non è mai troppo nascosto. L’autore non ci tiene a fare giochetti da quattro soldi, trucchi da prestigiatore della domenica, al solo scopo di confondere il lettore. Chevillar ha la ferma volontà di tenderti una mano e portarti nel suo mondo, o nel mondo di Rosa o Rovo o Rovorosa.

La protagonista ha un’età indefinita e una fantasia tipicamente fanciullesca, vive assieme a un uomo che lei chiama Mangiaferro e, nel luogo in cui vive, bazzicano anche altri personaggi dai nomi fantasiosi e dai comportamenti coloriti. A volte capita che Rovorosa debba starsene da sola per qualche giorno perché Mangiaferro e i suoi scagnozzi hanno dei lavoretti da fare e ben presto ci accorgiamo che il racconto in prima persona non è altro che un filtro messo davanti alla fotocamera, per alterare la realtà e renderla diversa, forse migliore o forse sopportabile.
Capiamo subito che Mangiaferro non ha il più onesto dei lavori e che Rovorosa non è una bambina come le altre, anzi, di bambina non ha nulla.

Quando è costretta a uscire di casa, sola, senza nessuno che sappia capire il mondo in cui lei è costretta a vivere, la sua immaginazione, il suo modo di riconfigurare la realtà la porta a vedere tutto ciò che la circonda come se ci fosse una fitta rete di intrecci che mette in relazione ogni cosa. È a questo punto, quando le cose iniziano a non avere più senso e la narrazione lineare sfocia in un delirio sempre più psichedelico che viene da pensare al fatto che forse, in tutta onestà, sia proprio Rovorosa a capire davvero come funziona la realtà che ci circonda.

Le opere di Chevillar hanno tutte questa stupenda esplosioni di colori e vivacità, sono tutte marchiate da uno stile personale, talvolta assurdo e delirante che però è capace di trasmettere uno spettro di emozioni che vanno dal riso alla malinconia. Come nel caso di “Rovorosa” e del suo finale che, per quel che mi riguarda, dopo un arcobaleno di colori, vira al grigio e all’attesa senza speranza.

Éric Chevillard è nato nel 1964 a La Roche-sur-Yon e, come recita non senza ironia il suo sito, “ieri il suo biografo è morto di noia”. Si tratta indubbiamente di uno dei massimi scrittori francesi contemporanei, che ha saputo suscitare il vivo interesse di critica e pubblico, anche all’estero. Ideatore del fortunatissimo blog letterario, L’Autofictif, ha nel corso degli anni ottenuto diversi e prestigiosi premi, come il PRIX FÉNÉON, Il PRIX WEPLER, il PRIX ROGER-CAILLOIS, il PRIX VIRILO e il PRIX VIALATTE per l’insieme della sua opera. Molti dei suoi capolavori sono tradotti, in inglese, spagnolo, tedesco, russo, croato, romeno, svedese e cinese. Nel 2013, la traduzione di un suo romanzo, Préhistoire(1994; Prehistoric Times), si è aggiudicata il Best Translated Book Award – premio statunitense assegnato dalla rivista “Open Letters” e dall’università di Rochester. Ha scritto oltre venti opere – volendo menzionare solo i romanzi – pubblicate dalla leggendaria casa editrice francese Les Éditions de Minuit, diventata grande con Samuel Beckett e il Nouveau Roman. Sul riccio è il primo testo in assoluto pubblicato da Prehistorica Editore, ed è a oggi il terzo romanzo dell’autore edito in Italia: tutti sono stati tradotti da Gianmaria Finardi.

Walter Mosley – Il diavolo in blu

martedì, Agosto 17th, 2021

I libri purtroppo hanno un destino incerto, a volte compaiono per poi scompare dopo pochi giorni, altre volte invece succedere che riescano ad avere più di una vita, vengono pubblicati, poi ristampati, poi svaniscono per un po’ per poi farsi rivedere in una nuova veste. Questo è il fato che è capitato a “Il diavolo in blu” di Walter Mostley, pubblicato negli anni novanta da Einaudi Stile Libero e poi scomparso dai radar.
Ora, per nostra fortuna, 21 Lettere ha pensato bene di riportare quest’opera negli scaffali delle librerie e devo dire che mi sembra una scelta azzeccata.

Prima di tutto cerco di fornire alcune coordinate. “Il diavolo in blu” è un noir scritto con grande maestria, i personaggi sono ben definiti e spiccano le loro diversita. Il “vecchio” Easy è un ex soldato, ha combattuto nello sbarco di Normandia, ha visto di tutto nel combattere una guerra che viene reputata da tutti una guerra di bianchi. Allora perché Easy ha deciso di arruolarsi pur essendo nero, perché non ha ascoltato quelli che gli dicevano che i bianchi, quelli come lui, non li volevano capaci di uccidere? Easy ha una forte integrità morale che viene mostrata durante tutto lo svolgimento del libro.
Joppy, un suo amico barista (se davvero, in questo libro, si possono definire amici le persone) lo coinvolge in un affare poco chiaro. Un tizio dallo sguardo periocoloso di nomeMr Albright sta cercando una ragazza per conto di un uomo che non si può esporre. Sembra un lavoretto facile e indolore eppure fin dalle prime pagine si innesca una spirale di sangue che porta Easy a rivalutare tutto ciò che crede di sapere della vita e a riallacciare vecchi rapporti tossici che pensava di aver lasciato alle spalle.

Gli ambienti in cui si svolge questa storia sono ambienti spesso degratati, al limite della miseria: commissariati in cui la legalità viene lasciata fuori dalla porta, vecchi club clandestini stipati di persone che ascoltano jazzisti sudati e posseduti dal demonio della musica, case squallide e abbandonate e uffici limpidi e splendenti in cui il marciume è rappresentato da chi ci lavora. Tutto questo nel Texas tanto amato da Lansdale, un Texas in cui le persone di colore devono vivere nella paura. Easy però fa ciò che fa per aggrapparsi a un sogno ben preciso, per la proprietà di una casa, perché non è facile che un nero possieda qualcosa che possa chiamare casa.

Il compito di Easy è quello di cercare una ragazza misteriosa che risponde all’esotico nome di Daphne Monet, una ragazza in grado di attirare a sé gli uomini come magneti. Lo stereotipo della donna fatale è spesso utilizzato in questo genere di romanzo, il tipo di donna alla quale non ti dovresti avvicinare pena una severa scottattura, eppure in Walter Mosley nulla ha a che fare con lo stereotipo o il chliché. Tutto dipende dal talento dello scrittore che riesce a delineare, attraverso descrizioni e dialoghi, un mondo di sofferenze nascoste sottopelle, di rapporti sempre sul punto di sfilacciarsi e di egoismi endemici.

Walter Mosley è davvero un maestro del genere e sono molto felice che 21 Lettere abbia deciso di ripubblicarlo, oltre a “Il diavolo in blu” è in arrivo anche “La farfalla bianca”.

Traduzione di Bruno Amato.

Considerato un maestro del noir, ha ricevuto nel 2020 il National Book Award alla carriera, oltre a numerosi altri riconoscimenti, tra cui anche un Grammy. Da Il diavolo in blu è stato tratto l’omonimo film in cui Easy è interpretato da Denzel Washington.

Jonathan Lethem – L’arresto

domenica, Luglio 4th, 2021

Attendevo il nuovo libro di Jonathan Lethem con una certa impazienza. L’ho sempre considerato uno dei migliori autori americani contemporanei e “L’arresto“, edito da La Nave di Teseo nella collana Oceani, non mi ha fatto cambiare idea, anzi.

Temo che per approfondire bene “L’arresto” sarò costretto a fare alcuni spoiler, non parlerò del finale, ma alcune caratteristiche del libro meritano di essere spiegate e per farlo dovrò svelare alcuni particolari.

Tanto per cominciare mi pare di poter dire che “L’arresto” continui una linea che Lethem ha iniziato a tratteggiare ai tempi di “Amnesia Moon“e “L’inferno comincia nel giardino“. Il terreno è quello delle distopie e la versione delle “fine del mondo così come lo conosciamo” di Lethem è molto interessante.
Ad un certo punto succede che la tecnologia ci abbandona. Non solo i mezzi elettronici, cosa che viene spesso ripresa dalle distopie, ma anche i mezzi meccanici. Le automobili non si muovono, la benzina non fa più il proprio dovere, le persone si muovono a piedi e l’unico altro mezzo per spostarsi sono le merdaciclette il cui carburante vi lascio immaginare. In questo scenario Lethem ci presenta una comunità chiusa. Un luogo ameno in cui ogni abitante ha un lavoro, una funzione. Non c’è scarto, tutto deve essere utilizzato e riutilizzato. Questo luogo è una penisola del Maine (e qui un brivido Kinghiano dovrebbe attraversarvi la schiena) che in qualche modo viene tenuta sotto controllo dalla gente del “Cordone”. A rompere questa monotonia in cui la gente si è ritrovata a vivere come se fosse in una comunità Amish, arriva un’enorme macchina chiamata “Saetta azzurra”, guidata da Peter Todbaum. Todbaum è quindi l’unico essere umano a possedere qualcosa di tecnologico che funzioni, una macchina che va a energia nucleare.

All’interno di questa comunità del Maine abitano, tra gli altri, Alexander Duplessis detto Sandy e la sorella Maddy, una specie di santona della coltivazione biologica che, quasi prevedendo la fine imminente, si era data anima e corpo alla costituzione della comunità in cui lei e il fratello vivono. I rapporti tra Alexander e Mandy non sono buoni e il motivo di questa rottura è proprio Todbaum il quale era, prima che finisse “il mondo come lo conosciamo” un amico di Alexander. Il rapporto di potere tra i tre personaggi principali non è mai del tutto chiaro, molto dipende dalle omissioni che riguardano una certa vacanza al condominio Starlette di cui Mandy non vuole più parlare.

Todbaum compare, come santone, distruggendo un equilibrio precario e portando dentro la comunità segni di quella tecnologia che orami è solo un ricordo. Cosa può comportare l’ingresso di una macchina funzionante all’interno di una struttura che si è ormai riorganizzata sulla sola forza umana?

La Saetta Azzurra attira su di sé lo sguardo di più di un curioso, e se da un lato ci sono quelli che la guardano da lontano con diffidenza, come se fosse la reincarnazione del male, dall’altro attorno a Todbaum si forma un gruppetto di adepti che si ritrova ogni giorno ad ascoltare le sue storie che hanno come soggetto il mondo che sta al di fuori della penisola. Lethem sembra, a tratti, rivisitare in chiave distopica i meccanismi di colonizzazione religiosa. Todbaum presenta alle persone un nuovo Dio meccanico da venerare e lui ne è l’unico sacerdote. Quali sono le reazioni che tale azione può far scaturire? Accettazione del nuovo? Rifiuto passivo? Lotta per scacciare l’usurpatore? Un po’ di tutto, verrebbe da dire.

Ma oltre alla questione legata all’uso della tecnologia e alla fine di essa che, ricordiamolo, non viene mai del tutto spiegata, viene lasciato aleggiare nell’aria, viene presa con rassegnazione da tutti; oltre a questo aspetto ce n’è un altro molto interessante. Ha a che fare con il potere del racconto. Duplessis e Todbaum, durante il soggiorno allo Starlette hanno rafforzato un legame fatto di parole. I due scrivevano, o cercavano, di scrivere sceneggiature e anche se il loro impegno era totale, i risultati erano scarsi. È stato proprio l’intervento di Maddy ha dare una svolta alle loro carriere, l’idea vincete alla base dello script “Un altro mondo ancora” su cui Todbaum sta incessantemente lavorando e al quale dà la colpa, in maniera del tutto irrazionale, di quella che è stata la fine della tecnologia. Ma come ho detto in precedenza, la comunità è bastata sulle persone, ognuna di esse ha un posto ben preciso e un ruolo assegnato. Alexander, che non sa fare nulla, viene messo a consegnare la merce tra le varie zone del territorio. La sua abilità a scrivere è inutile, viene messo in disparte, trattato con condiscendenza anche dalla sorella che lo tiene all’oscuro dei piani finali.
Lethem sembra lasciare al lettore una riflessione sull’importanza del racconto, ma è difficile dare una chiave di lettura univoca perché se da un lato la biblioteca viene lasciata ai margini della comunità, dall’altro uno dei personaggi esiliato al Parco del Fondatore (Jerome Kormentz) sente la necessità di scrivere le proprie memorie prima che sia troppo tardi. Ecco quindi un’opposizione tra chi forse vede nell’atto del raccontare un potere nefasto e chi invece lo considera una fonte di speranza, un antidoto contro l’oblio. Lo stesso arrivo di Todbaum crea un’ulteriore divisione tra chi è disposto a sentirsi raccontare ciò che è rimasto del mondo pur non avendo la certezza di aver ascoltato la verità e chi invece decide di considerare l’arrivo della Saetta Azzurra come quello di un virus da combattere con tutte le armi.

Le tematiche affrontare ne “L’arresto” sono molte, tra le altre, se vogliamo, anche da dicotomia tra mondo tecnologico/moderno e mondo ecologico/antico. In questo senso l’immagine misteriosa e carismatica di Maddy è al centro del contrasto, con Todbaum che sembra dirle che non possono vivere separati, ma devono diventare un tutt’uno.

Alla fine mi sembra di poter dire che Alexander “Sandy” Duplessis sia la nostra presenza all’interno del libro. Il suo ruolo è il nostro ruolo, vediamo lo svolgersi della storia attraverso i suoi occhi e spesso mi sono trovato a farmi le stesse domande che si stava facendo lui dovendo aspettare l’arrivo delle risposte proprio come toccava aspettare a Sandy. Personaggio ignaro degli eventi, forse un po’ ottuso e relegato in un mondo interiore, tenuto a distanza, compatito, preso anche in giro e comunque trattato quasi sempre come un ragazzino immaturo, Sandy è spesso nella stessa posizione in cui ci troviamo noi. Alla fine ciò che scopre lui è ciò che scopriamo noi e le macchie oscure restano tali per lui quanto per noi.

Ottima traduzione di Andrea Silvestri.

Jonathan Lethem è autore di romanzi, saggi, racconti; ha vinto la MacArthur Fellowship e il National Book Critics Circle Award per la narrativa. Collabora, tra gli altri, con “The New Yorker”, “Harper’s Magazine”, “Rolling Stone”, “Esquire” e “The New York Times”. Tra i suoi romanzi pubblicati in Italia: Concerto per archi e canguro (1994), Brooklyn senza madre (1999), La fortezza della solitudine (2003), Il giardino dei dissidenti (2014). Presso La nave di Teseo ha pubblicato Anatomia di un giocatore d’azzardo (2017) e Il Detective selvaggio (2019).

Yu Miri – Tokyo – Stazione Ueno

lunedì, Giugno 28th, 2021

Farsi un tutto nella letteratura giapponese non fa mai male, soprattutto se si riescono a evitare i soliti nomi (che pure ho apprezzato e in parte ancora apprezzo) e ci si lascia trasportare dalla corrente, anche se quella corrente ti porta dalle parti di Yu Miri, sudcoreana Zainichi, ossia nata e cresciuta in Giappone. Anzi, in realtà, finire dalle parti di Yu Miri mi è sembrata una gran fortuna proprio per il suo vissuto e per la sua capacità di infondere nuova linfa nella letteratura nipponica e di posare uno sguardo diverso sulle cose.

Tokyo – Stazione Ueno” racconta la storia di in uomo che di cognome fa Mori, nato in una famiglia prima di mezzi, dopo essersi sposato ha iniziato un viaggio infinito attraverso il Giappone, inseguendo lavori più o meno stabili, nel tentativo di racimolare i soldi necessari da mandare a casa ai genitori, alla moglie e ai due figli. Purtroppo per Mori, quando sembra che finalmente possa diminuire i ritmi e magari avvicinarsi verso casa, un lutto devastante lo sgretola molto più velocemente di quanto avessero fatto i duri lavori svolti durante tutta la sua vita.

Mori è un vagabondo, pur non essendolo del tutto, non fino in fondo almeno. Ha fatto parte di una certa manovalanza che ha contribuito alla rinascita post guerra del Giappone, ma è stato usato e consumato, pronto a essere sostituito con sangue più giovane. È appunto la improvvisa mancanza di un orizzonte futuro che lo annienta e lo allontana da un possibile lieto fine.

Mori ha lavorato una vita in giro per il paese, il ricordo più vivido che ha con il figlio è la sua nascita, poi ha vissuto vent’anni lontano da casa, mentre i figli crescevano, la moglie invecchiava e i genitori si piegavano a causa dello scorrere del tempo.
“Tokyo – Stazione Ueno” è un romanzo disperato, pieno di dolcezza e malinconia, raccontato in prima persona senza scadere nel pietismo, ma anche un romanzo che racconta la storia del Giappone, la sua cultura, il rapporto con la religione Buddista e i rapporti sociali. Rapporti sociale che si sgretolano una volta che Mori lascia il paese, ma che sembrano rinsaldarsi appena torna a casa, come se anche nel rapporto tra le persone ci fossero dei riti indistruttibili da rispettare, nonostante tutto. Riti che svaniscono una volta che Mori diventa uno tra i tanti, quasi che l’io del narratore perda di consistenza attraverso lo sguardo della grande metropoli e del più grande evento sportivo dell’era moderna: Le Olimpiadi.

Traduzione ottima di Daniela Guarino.

Segnalo inoltre la copertina del libro di Jacopo Starace che trovo molto bella e che ricorda molto da vicino lo stile dei Manga.

Yu Miri è nata è un autrice sudcoreana Zainichi, cioè nata e cresciuta in Giappone da genitori sudcoreani. La sua lingua madre, con cui scrive, è il giapponese. Nel 2011 dopo il disastro nucleare di Fukushima si è trasferita nelle zone colpite da terremoto, tsunami e radiazioni trasmettendo con una postazione radio da campo, in cui intervista i sopravvissuti al disastro.

Gli altri libri di 21 Lettere recensiti su Senzaudio li trovate qui e qui, mentre qui trovate un’intervista a Daniele Nadir.

Acari – Giampaolo G. Rugo

domenica, Giugno 27th, 2021

A me fa sempre molto piacere quando una casa editrice dà spazio ai racconti, anche nel caso in cui poi i racconti formino quello che spesso viene definito un “romanzo per racconti”, quasi che la definizione serva a smorzare un po’ i toni e a tranquillizzare quei lettori che con il genere breve hanno poca o nessuna confidenza. Devo dire che negli anni mi sono capitati in mano alcuni ottimi esemplari di romanzi per racconti e quindi, per quel che mi riguarda, ben vengano anche queste forme ibride. È però necessario che chi inizia a scrivere un’opera con questa struttura abbia bene in mente che ci sono delle difficoltà non trascurabili e che per portare a termine un lavoro fatto con perizia è necessaria una certa dose di talento. Magari, se anche voi avete in mente il vostro romanzo per racconti, o anche se state solo progettando una raccolta, potreste iniziare dando un’occhiata a chi è venuto prima di voi e c’ha saputo fare. Potreste per esempio iniziare da questo libro appena pubblicato da Neo Edizioni, “Acari” di Giampaolo G. Rugo.

Mario, Vittorio, Aldo, Claudia, I tre tenori, Adele e molti altri; personaggi che si intrecciano, che l’autore ci permette di seguire dagli anni ’80 ai giorni nostri, con epiloghi raramente esaltanti per i loro destini. Personaggi che si conoscono, che intrecciano le loro esistenza anche solo per pochi secondi e che danno vita a un affresco vivido che ritrae uno spaccato del nostro paese, dall’esaltazione per il futuro pieno di possibilità alla fine desolante e triste. Non vorrei far spoiler, per cui non nominerò i personaggi per non farveli collegare direttamente alle storie. Abbiamo chi in giovinezza ho goduto di un lasciapassare dato dal fattore estetico, un fattore che è destinato a svanire se accompagnato dagli abusi sul proprio corpo. Abbiamo chi continua a narrarsi una storia ben precisa, per dare la colpa al destino per non aver ottenuto quanto sperava. Abbiamo chi ha vissuto in solitudine e distacco, che poi ha conosciuto l’amore e se l’è visto portar via e abbiamo chi ha dedicato una vita agli altri forse per sfuggire da sé stesso.

Sono personaggi meravigliosamente colorati, spesso colorati in toni scuri e malinconici, ma sono veri e tutti i racconti di “Acari” non fanno altro che parlare di vita, di come spesso le cose non vanno come vorremmo, di come la gioventù ci renda invulnerabili e ci faccia sentire capaci di tutto per poi lasciare che sia il tempo a deluderci.

Il lavoro di Giampaolo G. Rugo è brillante. Al di là della scelta delle storie che, sia singolarmente, che prese nell’insieme, sono in grado di trasportarci altrove, di farci affezionare ai personaggi, tra tutti forse Claudia e Gimbo, quelli a cui ho voluto più bene, nella costruzione messa in piedi da Rugo c’è un equilibrio complessivo che da ogni singola storia si riflette sulla raccolta completa. L’uso di ironia e sarcasmo è intervallato da momenti di profonda malinconia, i momenti in battere vengono stemperati da quelli in levare, il tono non è mai costante e quindi monotono, non sembra mai di leggere lo stesso racconto, ma come dice l’editore nella scheda del libro, si ha “una sintonia polifonica orchestrata magistralmente”. Ed è questo uno degli aspetti migliori del libro, un aspetto che mostra chiaramente la bravura dell’autore, quell’essere stato in grado di amalgamare assieme la vita di una dozzina di personaggi, uno diverso dall’altro, creando una miscela dall’aspetto innocuo che si rivela però letale per come agisce sui nostri ricordi e sui nostri rimpianti.

Mi auguro che Giampaolo G. Rugo continui a scrivere ancora per molti anni perché sono davvero curioso di seguire i suoi prossimi passi.

Giampaolo G. Rugo, ha scritto per il teatro, per la radio e per il cinema. Ha sceneggiato il film Governance (2021) di Michael Zampino con Massimo Popolizio e Vinicio Marchioni. Ha scritto per il teatro La svolta (2009), Liberaci dal male (2017) e Un uomo a metà premiato al concorso “Per voce sola” (2014) e vincitore del “Fringe Festival” di Napoli (2015). Vive e lavora a Roma. Acari è il suo primo libro.

338171 T.E. (Lawrence d’Arabia) – Victoria Ocampo

giovedì, Giugno 17th, 2021

Victoria Ocampo, per chi come me ha avuto la fortuna di appassionarsi alla letteratura argentina e prova un amore sconfinato per le opere di Borges non può essere un nome totalmente nuovo. Fondatrice della rivista Sur che per quarant’anni ha trasportato l’Argentina nella modernità letteraria, amica di grandi scrittori e intellettuali, sorella si Silvina (spostata con Bioy Casares), Victoria Ocampo ha lasciato la sua impronta nella cultura del suo paese. E questo è un fatto incontrovertibile. Persona dall’intelligenza brillante è stata la prima donna (nel 1977) ad entrare nell’Accademia argentina delle Lettere.

Tutto questo per dire che il testo che vi ritroverete tra le mani, questo turchese “338171 T.E (Lawrence d’Arabia), pur essendo minuto nelle dimensioni, ha dentro di sé, in forma distillata, tutto l’intelletto di questa figura splendida.

Partendo dall’analisi dei “Sette pilastri della saggezza” e dalle “Lettere” di Thomas Edward Lawrence Victoria Ocampo traccia un ritratto del colonnello Lawrence senza precedenti. Lo fa riversando sulle pagine di questo libro tutta la passione e l’ammirazione che la scrittrice nutriva per questa figura che pur non essendo riuscita a incontrare mentre lui era ancora in vita, in qualche modo era stata in grado di catturarla con le sue parole, la sua lucidità di pensiero e la sua forza d’animo.

“338171.TE. (Lawrence d’Arabia) non è una fredda biografia, un’enunciazione fitta e inutile di fatti compiuti dal colonnello, ma quasi un’indagine portata avanti con lo scopo di svelare l’uomo dietro al mito, con tutte le sue passioni, contraddizioni e, perché noi, difetti.

In un primo momento, dopo aver letto i primi capitoli, mi è capitato di pensare che Victoria Ocampo stesse lavorando esattamente come una pittrice che dalla nuda tela a poco a poco riesce a portare in superficie un ritratto il cui valore non è la somiglianza con l’originale, non va cercato nella corrispondenza tra elementi estetici, ma va giudicato dalla capacità di portare alla luce quei tratti caratteristici dell’animo umano che contraddistinguono ognuno di noi. Credo che il lavoro di Victoria Ocampo sia perfetto sotto tutti i punti di vista. È perfetto lo sguardo privilegiato sull’uomo Lawrence, è perfetto l’equilibrio tra distacco e passione per la materia ed è perfetta la maniera con cui elabora i pensieri di Thomas Edward Lawrence per metterli nella giusta luce.

Il colonnello Lawrence, Lawrence d’Arabia, comandante della rivolta degli arabi contro i turchi, l’uomo di Arjuna, capace di adorare ogni singolo momento della progettazione di una battaglia e odiare il risultato ultimo dei suoi sforzi.

“Tutte le province soggette all’Impero non salvano per me un giovane inglese morto”.

Victoria Ocampo, con quest’opera è riuscita a mettere su carta una fascinazione senza farsene travolgere.

La traduzione è a opera di Fausto Savoldi mentre il libro viene corredato da un prefazione molto bella di Fabrizio Bagatti. Aggiungo una nota di interesse nei confronti di “Edizioni Settecolori”. Si tratta di una casa editrice che non conoscevo e che è rinata da poco. La qualità del libro che ho tra le mani è davvero eccelsa, leggerlo è stato un piacere sensoriale.

Victoria Ocampo: scrittrice e intellettuale (1890-1979), è una delle grandi figure della vita letteraria del XX secolo. Fondatrice della rivista Sur e della casa editrice omonima, vi ha pubblicato i più grandi scrittori novecenteschi ed è stata amica e complice di molti di essi: Ortega y Gasset, Borges, Roger Caillois, Virginia Woolf, André Malraux. È stata la prima donna a entrare nell’Accademia argentina delle Lettere nel 1977.

Elisabetta Pierini – La casa capovolta

lunedì, Giugno 14th, 2021

Lo so bene, l’abito non fa il monaco e una bella copertina non implica che dietro ci sia un bel libro. Ma chissà come mai, quando mi capita tra le mani un libro pubblicato da Hacca la copertina è sempre la spia di un ottimo libro. E so altrettanto bene che se la porta di casa è firmata da Maurizio Ceccato c’è un’altissima possibilità che gli inquilini mi siano particolarmente graditi. Ed è esattamente il caso de “La casa capovolta” di Elisabetta Pierini.

“La casa capovolta” ruota attorno ad alcuni personaggi che trovo siano stati delineati con particolare cura, cosa da non sottovalutare perché non affatto facile. Tra questi personaggi spicca Eva, una bambina che vive in un ambiente familiare tossico, con un padre assente e una madre costantemente sull’orlo di una crisi di nervi le cui grida si sentono anche dalle case dei vicini. Eva è una bambina che, forse per inclinazione, forse costretta dall’ambiente di cui sopra, ha trovato una valvola di sfogo in un mondo di immaginazione in cui le bambole hanno un ruolo importante, tra cui, ovviamente “La signora”. Accanto a Eva vive Laura, la sua migliore amica, che in quanto a genitori non è capitata molto meglio. Il padre guarda tutti dall’alto, ingolfato da un senso di superiorità morale che non gli permette di capire appieno ciò che lo circonda e che lo ha portato a tarpare le ali alla moglie, una donna brillante che si è vista relegare al ruolo di casalinga mettendo da parte i sogni.

Devo dire che l’aspetto che più mi ha colpito e che più mi ha interessato da vicino ha a che fare con la capacità di Elisabetta Pierini di sondare l’universo dell’infanzia in tutte le sue sfaccettature. Sia mostrando le pulsioni che lo contraddistinguono sia, dall’altra parte, mostrando la pressione al quale è sottoposto. Ai poli opposti potrei mettere Eva da una parte e Laura dall’altra. Due bambine apparentemente distanti tra loro, con approcci alla vita diversi che però trovano un terreno di confronto comune. Il mondo fantastico di Eva riesce a conquistare quello più razionale di Laura, ma al di là di questo aspetto, è proprio la caratterizzazione vivida e precisa di quel mondo o delle due bambine che mi ha fatto apprezzare “La casa capovolta”. Come ultima cosa mi sembra sia necessario dire che Elisabetta Pierini riesce a trasmettere perfettamente anche il senso di disperazione e desolazione che nasce nel momento in cui il mondo onirico, il nostro rifugio sicuro di quando eravamo bambini, si frantuma e ci lascia esposti a una realtà che non sembra abbiamo gli strumenti per comprendere e che spesso di sovrasta con la forza del suo impatto.

“La casa capovolta” ha vinto la XXIX edizione del Premio Calvino. Basterebbe questa frase a caricare di aspettative questo testo. Aspettative che, per quel che mi riguarda, sono state pienamente rispettate.
Lasciando da parte la minuziosa caratterizzazione dei personaggi, ma anche dell’ambiente stesso che li vede muoversi, uno degli aspetti più luminosi di questo libro è quello che ha a che fare con la scrittura di Elisabetta Pierini.
I dialoghi, che per opinione personale sono una delle cose più difficili da padroneggiare in letteratura, sono armoniosi e si fondono perfettamente con i testi descrittivi che sono pieni di frasi meravigliose che con poche parole definiscono un mondo di sfumature.

“Laura sapeva di essere intelligente, ma non riusciva a ascoltare e imparare cose così inutili e senza legami con il mondo”.


“Alma sapeva di non essere gradita, parenti e vecchi amici cambiavano strada quando la incontravano. Non aveva nessuno”.

Concludendo, “La casa capovolta” di Elisabetta Pierini è un libro che ho trovato dolcissimo nonostante tratti temi che sanno essere emotivamente impegnativi; è un libro che spero possa trovare un pubblico nutrito perché rispetto a tante proposte tutte molte uguali tra loro, quasi programmate al computer, ha il dono dell’umanità di cui non dovremmo mai fare senza.

Elisabetta Pierini nata a Pesaro (1964), vive a Fermi- gnano. Laureata in Chimica e tecnologie farmaceuti- che, lavora all’Università di Urbino come assistente tecnico. Con La casa capovolta ha vinto la XXIX edi- zione del Premio Calvino.

Cristò – Uno su infinito

martedì, Giugno 8th, 2021

Quando esce un libro di Cristò per me è sempre una festa. Seguo questo scrittore da qualche anno, dalla prima edizione de “La carne” e ogni volta che mi chiedono di fare il nome di qualche scrittore italiano contemporaneo che valga la pena di essere letto lui è sempre nel mio elenco. Adoro la sua inventiva, la capacità che ha di non fermarsi mai alla prima idea, ma di cercare qualcosa di diverso e spiazzante.
Se non avete mai letto nulla di Cristò allora vi invidio, avete un mondo di possibilità davanti a voi. Terrarossa edizioni ha iniziato una collaborazione molto fitta con questo autore. Negli anni scorsi ha pubblicato “Restiamo così quando ve ne andate” e “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare“, libri che io consiglio di leggere perché, accanto all’inventiva dell’autore c’è una lingua meravigliosa e una capacità di sondare la malinconia umana che lascia esterrefatti.

Entrare nel mondo di questo scrittore significa entrare in un Cristòverso fantastico i cui libri rimandano uno all’altro. E veniamo dunque al libro di cui vorrei parlare oggi. “Uno su infinito“, già uscito in un paio di edizioni precedenti ormai introvabili con il nome di “That’s (Im)possible” (per Caratterimobili e poi Intermezzi) è, secondo il mio parere, un’occasione da non perdere per chi non ha mai letto nulla di Cristò. “Uno su infinito” è un introduzione perfetta al Cristòverso, un testo che vi fa entrare lentamente nell’universo visionario di questo autore, un testo che vi presenterà anche un personaggio che ne “La carne” avrà un ruolo importantissimo e che risponde al nome di Tancredi.

Di che parla “Uno su infinito”? L’idea alla base del libro è molto semplice e molto geniale. In una TV locale viene organizzata una lotteria che ha una carattersistica particolare. Non si tratta, come nel classico Superenalotto, di azzeccare una serie di numeri da estrarre tra i novanta canonici. Nulla di così banale. L’ideatore di questa lotteria si chiama Bruno Marinetti e ha deciso che vincerà chi indovinerà il numero estratto all’interno di un insieme infinito. Infiniti numeri, infinite possibiltà. Se più persona dovessero indovinare contemporanamente il numero estratto il montepremi non verrebbe diviso, ma ogni vincitore prenderebbe il cento per cento della cifra. Ma come è possibile indovinare un numero tra una serie infinita di possibilità? E come viene deciso di volta in volta il numero, quale sistema può garantire la validità dell’estrazione? Queste sono tutte domande che troveranno risposta durante la lettura di “Uno su infinito” e, oltre a queste, scoprirete che la questione è complicata ancora di più dal piano di Marinetti.

Ma come viene raccontata questa storia a noi lettori? Attraverso frammenti di un progetto per un documentario che sono capitati in mano al dottor Tancredi. Tancredi è stato, per anni, il medico personale di Bruno Marinetti. A lui arriva un plico contenente una serie di interviste che un documentarista anonimo ha effettuato alle persone coinvolte nella creazione dello show televisivo e nel mezzo ci sono anche delle rivelazioni importanti che portano a verità che nessuno poteva conoscere.

“Uno su infinito” è un’ottimo punto di ingresso per l’opera di Cristò. Terrarossa edizioni sta facendo un lavoro fantastico nel dare a questo scrittore lo spazio che merita e mi auguro che ci siano sempre più lettori all’orizzonte per Cristò e i suoi libri. Di sicuro, nel prossimo futuro, anche all’estero avranno la possibilità di leggere il parto della fantasia di questo scrittore eccezionale e quando si accogeranno si lui dubito che potranno staccarsene.

Cristò lavora in una libreria, suona il pianoforte e ha pubblicato diversi romanzi; tra gli ultimi, con Neo Edizioni La carne e con TerraRossa Edizioni Restiamo così quando ve ne andate e La meravigliosa lampada di Paolo Lunare (in corso di traduzione in Francia, Belgio, Cile e Argentina). Suoi contributi sono apparsi su «la Repubblica», alfabeta2, Artribune e minima&moralia.

Steph Cha – La tua casa pagherà

mercoledì, Maggio 26th, 2021

La prima volta che ho sentito parlare della casa editrice 21lettere è stato merito di Angelo Orlando Meloni che aveva letto “Space Opera“, la loro prima pubblicazione, e ne era stato talmente colpito da volerne scrivere una recensione.
Da allora ho continuato a tenere d’occhio questa piccola e da poco nata casa editrice finché alla fine mi è capitato tra le mani un libro che ha destato il mio interesse perché tratta un tema che purtroppo è molto attuale e chissà per quanto tempo lo sarà ancora.

Il libro si intitola “La tua casa pagherà” e lo ha scritto l’autrice coreana Steph Cha (editor e critica letteraria). La storia si avvia sulle ceneri delle sommosse del ’92 avvenute a Los Angeles, rivolte che avevano uno sfondo razziale e che erano nate a causa dell’assassinio da parte di alcuni agenti di polizia del cittadino di colore Rodney King. Oltre a questo, l’ulteriore fonte di ispirazione è l’assassino di una ragazzina di 15 anni di nome Latasha Harlins per mano di una donna coreana titolare di un negozio. L’assassinio di Latasha viene da molti considerato uno dei passi chiave verso le sommosse del ’92.

Il libro ha queste fondamenta e la storia scritta da Steph Cha, prendendo appunto la sua linfa vitale da questi accadimenti, descrive un america in cui l’integrazione razziale è lontana dall’essere conseguita. Il messaggio di Steph Cha però è ancora molto più chiaro. Normalmente ci limitiamo a considerare il problema dell’integrazione come un problema che vede in gioco da una parte i bianchi e dall’altra le persone di colore. In realtà negli stati uniti il problema è molto più complesso e per comprenderlo vanno tenute in considerazione anche le altre etnie, tra cui quella coreana che è stata particolarmente colpita dall’omicidio di Latasha Harlins. Non va inoltre dimenticato che alle ultime elezioni, il partito repubblicano ha ottenuto un aumento di voti, rispetto alle elezioni di quattro anni prima, proprio da quelle fasce che sembrano insospettabili, ad esempio i latinoamericani. Ciò fotografa un problema che è molto più complesso di quello che una semplificazione “neri vs. bianchi” potrebbe farci credere.

Ed è proprio questa tensione continua che Steph Cha sa descrivere con sapienza utilizzando, come attori, due famiglie con forze contrapposte. Una tensione che nasce dagli eventi passati e che i protagonisti non riescono a scrollarsi di dosso. L’equilibrio precario tra comunità nera e comunità coreana, le entrate e uscite di prigione, la distruzione e la costruzione dei rapporti tra genitori e figli, tutto è visto attraverso la lente di un problema sociale di dimensioni enormi.

Come dicevo all’inizio quello che ha raccontato Steph Cha in “La tua casa pagherà” è un pezzo di america che purtroppo è estremamente attuale. Di recente la questione è tornata alla ribalta dopo la condanna al poliziotto Chauvin per l’assassinio di George Floyd, un caso che ha scosso nuovamente gli Stati Uniti, ma che da solo non potrà portare alla risoluzione di tutte che si possono ancora toccare con mano.

Quello di Steph Cha è un thrille che è molto più di un thriller, che lascia segni profondi, che tratta un’ingiustizia di fondo che a quanto pare non è detto che tutti vogliano sanare, ma nel farlo, l’autrice ci trascina con il suo stile concreto che non lascia spazio alla pietà fine a sé stessa e che nel puntare lo sguardo verso il marcio non lo fa con l’intento di spettacolarizzarlo, ma di metterlo a nudo e di darci la possibilità di comprenderlo.

Traduzione di Andrea Russo.

Steph Cha è una editor e critica letteraria di origine coreana. Scrive sul Los Angeles Times, su USA Today e sulla Los Angeles Review of Book, per cui cura l’antologia Best American Mystery & Suspense. Nata e cresciuta a Los Angeles, ci vive col marito, il figlio e due basset hound.