Una vita – Italo Svevo

by Claudio Della Pietà

Vengo a chiudere il terzetto di libri che ho letto e che molto mi hanno fatto riflettere, raccontandomi la vita di tre impiegati: un bancario, un impiegato delle ferrovie e un altro bancario.
L’ intensità della sofferenza aumenta di libro in libro.
I tempi non sono quelli attuali, ma se cambiassimo solo alcuni vocaboli, o alcuni modi di esprimersi, le distanze temporali verrebbero annullate.
Anche in questo romanzo, il primo della carriera di scrittore di Italo Svevo, “Una vita”, l’essere, il ruolo, la quotidianità di un impiegato bancario o altro, non muta. Quella è sempre stata, quella e’ rimasta.
E se avete già letto i primi due libri che ho proposto, LA MORTE IN BANCA di G. Pontiggia e RICORDI DI UN IMPIEGATO di F. Tozzi bene, ma se non li avete letti non svelo nulla di determinante dicendo che anche Alfonso, il protagonista di Svevo, e’ triste, rassegnato, obbligato, incastrato, preso nella rete, avviluppato direbbe Svevo, apparentemente tranquillo, ma in realtà come sotto ipnosi.
E non è la realtà attuale? No? Fidatevi  di un bancario. Oggi come allora e’ così. E a mio parere Svevo, attraverso il protagonista, ce ne da conferma disseminando il romanzo di sentenze consapevoli e lapidarie, a testimoniare una realtà ineludibile.
Alfonso, come Carabba e come il ragazzo di Tozzi, si infilano in un tunnel che si comprende subito essere tale, buio, nasconde cose, fin da subito e’ tortuoso e molto ripido, non c’è modo di rallentare, sei dentro.
Le prime cento pagine sono fantastiche da leggere per un impiegato dei giorni nostri, e in particolare per i tanti, come tutti e tre i personaggi dei libri citati oltre al sottoscritto amano, molto più del loro lavoro, i libri. C’è da godere molto.
Ma siamo così, solo ad un quarto del libro. Già. Svevo in questo suo esordio, mette le basi per molti altri lavori, ma soprattutto ci fa vedere come ci portiamo a casa il nostro stesso lavoro, in termini di un abito che ci cuciamo addosso nel modo di comportarsi, di parlare, di ragionare, di essere rassegnati, consapevolmente deboli e ancor meno coraggiosi, forti d’animo. Tutt’altro.
Anche nelle passioni amorose, seppur davvero molto molto pesanti da gestire ( io avrei congedato dopo poche ore più d’una delle donzelle che incontrerete tra le pagine), anche nelle passioni letterarie, Alfonso trasferisce la sua confusione mentale, la sua paura di osare, i suoi eccessivi calcoli, il voler fare ma non riuscire, la sua paura, in fondo, di se stesso al resto della sua vita.
C’è da diventar matti, e’ un gatto che si mangia la coda, ma tu che leggi sai che non può essere perché se l’addenti ti fai male, e vai avanti per scoprire come se ne può uscire. Alfonso ha qualità, possiede la sua professionalità, ha soprattutto la sua dignità, come noi tutti, come tutti gli impiegati. Ce la faremo?

“Ma a quale scopo tale analisi? Egli s’era accorto della differenza che correva fra il suo modo di sentire e quello di coloro che lo contornavano e credeva consistesse nel prendere lui con troppa serietà le cose della vita. Quella era la sua sventura ! Valeva la pena di arrovellarsi a quel modo per trovare un’uscita da un viluppoche naturalmente doveva svolgersi da se’?”

“Oh! Gente trista e disgraziata! Gli sembrava che la ferrovia correndo sull’argine piano lo portasse in alto ad un punto donde poteva giudicare tutte quelle persone che correvano dietro a scopi sciocchi o non raggiungibili. E di la’ si chiese: – Perché non vivono più quieti?”

“L’uomo dovrebbe poter vivere due vite: Una per se’ è l’altra per gli altri.”

Commenti a questo post

Articoli simili

14 comments

Leave a Comment