Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Vincenzo e l’elogio della lentezza

Vincenzo e l’elogio della lentezza

by senzaudio

Nibali neveConfesso di non essere tra i milioni di appassionati rimasti incollati al  televisore per seguire l’arrampicata di Vincenzo Nibali in mezzo alla neve verso le Tre Cime di Lavaredo. Non ce la faccio, consumato dal dubbio di assistere a uno spettacolo taroccato e profondamente immorale. Magari Nibali non lo merita e davvero fa parte di una nuova generazione di ciclismo, più pulito e forte davanti alle tentazioni. O magari è solo il terrore dei controlli che si sono affinati e che (unica cosa su cui il mondo delle due ruote ha ragione) a questa disciplina non risparmiano nulla.Però finalmente ho trovato una buona notizia nella consueta lettura mattutina del giornale. Non in prima e nemmeno in grande evidenza. No, un boxino quasi nascosto a piè di pagina sulla Gazzetta dello Sport e che avrebbe meritato di essere sparata a nove colonne. Non è stato fatto e pazienza, ma quelle venti righe mi hanno illuminato la giornata.

Si può celebrare una vittoria facendo l’elogio della lentezza? Godendo della fatica e cullandosi per una volta nell’assenza di record? Certo che si può. E allora ho preso carta e penna e mi sono segnato a futura memoria questi numeri: 18, 1.533 e 13,3. Sono la fotografia scientifica della prestazione della maglia rosa sulle rampe delle Tre Cime. 18 minuti netti per scalare gli ultimi 4 chilometri, 13,3 la velocità media  1.533 il valore di potenza sprigionata da Nibali in quei 4.000 metri.

Perché sono così importanti? Perché l’ultima volta che il Giro è passato di lì il 27 maggio del 2007 a vincere era stato Riccardo Riccò, uno dei prodotti della malattia del doping. E in rosa c’era Danilo Di Luca che il gruppo ha espulso nuovamente a sei anni di distanza chissà se solo per ipocrisia o con vera convinzione. Il fatto è che quel giorno Di Luca aveva divorato quegli ultimi 4 chilometri in 15’30” sviluppando una Vam di 1.780 metri/ora.

Tradotto significa che, anche al netto della neve, Nibali è andato così piano che non sarebbe stato competitivo nel Giro del 2007. Ma quello, hanno giurato tutti, era un altro ciclismo e la lezione è stata imparata. Nel boxino nascosto a piè di pagina c’è scritto che anche altre salite di questa edizione, compreso il mitico Galibier, sono state percorse molto più piano che in passato, con velocità media più umane, crisi frequenti e potenza non da extraterrestri.

Lettura finita e giornale chiuso. E’ un peccato che in molti quelle poche righe se le siano perse perché rappresentano il germoglio della speranza. Sì, si può anche celebrare un campione facendo l’elogio della lentezza. Si potrebbe anche cancellarli quei record farlocchi, ma significherebbe ammettere di aver vissuto un’epoca farlocca e, magari, di averla anche consentita chiudendo gli occhi e girandosi dall’altra parte. Per il momento va bene così.

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