Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Sulla logistica degli stand del Salone del libro di Torino 201

Sulla logistica degli stand del Salone del libro di Torino 201

written by Gianluigi Bodi 15 maggio 2014

Diamo visibilità a chi già ce l’ha.

Verrebbe da pensare che sia questo il motto di chi ha progettato la disposizione degli stand delle case editrici al Salone del libro di Torino da poco terminato. In effetti, bastava una camminata superficiale per rendersi conto che i grandi editori, Mondadori, Feltrinelli, Gruppo GeMS, Rizzoli, etc etc avevano una posizione molto centrare. Erano posizionati tutti (a meno che memoria non mi faccia difetto) nel padiglione centrale, quello più grande e accogliente.
Ora, mi rendo conto che per presenziare al salone del libro, una casa editrice deve investire del denaro, sia per la parte relativa ai materiali, alle spese di vitto e alloggio di chi è fisicamente presente al salone, sia per il compenso di alcuni ospiti e tutte le spese vive. Mi rendo altresì conto che la casa editrice debba anche pagare un affitto per lo spazio che occupa. Ulteriorie ovvietà, una piccola casa editrice avrà un budget sicuramente meno ampio per la promozione rispetto ai grandi colossi dell’editoria nostrana.

Io però alcune considerazioni le vorrei fare lo stesso, consapevole di non conoscere tutte le dinamiche e sperando che chi le sa me le voglia raccontare (anche in privato) per farmi crescere.
Ho di recente visto la classifica dei fatturati delle case editrici italiane. Dopo essermi ripreso dallo stupore di aver visto che in Italia ci sono più editori che lettori, mi sono accorto che A) ai primi posti ci sono, come sospetterete, Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli. B) che la prima casa editrice indipendente (pseudo?) è Adelphi C) che la differenza di fatturato tra la centesima e la centocinquantesima posizione è esigua.
Lì in fondo, cari miei, c’è un mondo che scalcia per farsi notare.

Un letto forte

Un lettore forte

L’altra considerazione è legata al numero di letture pro capite. Il dato è sconfortante, senza fare il moralista, per carità, ma se un lettore forte è un lettore che in un anno legge 12 libri significa che da quel punto di vista un poco dobbiamo lavorare. E’ non è una questione relativa ai tempi di crisi economica perché fin da quando ho frequentato le scuole medie so che gli italiani leggono poco e che se proprio non volessero acquistare i libri che leggono potrebbero rivolgersi con molta facilità ad una biblioteca (sì, pare che esistano ancora). Teniamo poi presente che, in molti casi, ma fortunatamente non in tutti, un lettore debole che legge dei libri può tendere verso i vari Vespa, Dan Brown, Moccia, Jovanotti, Ligabue e simili.
Ho citato questi autori senza voler dare una patente di letterarietà, ma considerando esclusivamente il fatto che ognuno di essi ha una macchina pubblicitaria alle spalle enorme. Per cui, quando esce un libro di Vespa lo sa anche mio cugino di 4 anni che per ora guarda solo le figure. E’ inevitabile non venire travolti da una valanga di pubblicità. Ancora una volta, budget per la promozione.

Come si può conciliare un italiano medio che legge poco con un panorama di editori così variegato? Forse non si può, forse non del tutto, ma almeno provarci sembra essere una buona idea.
Per cui, se la mia idea è quella di andare al salone per visitare lo stand Mondadori mi viene da dire che ci andrei anche se lo stand fosse piazzato in angolo a destra in fondo vicino ai bagni. Mi interessa la Feltrinelli perché conosco la Feltrinelli? Mi interessa perché è uscito l’ultimo di Pennac, della Yoshimoto? Voglio Einaudi perché hanno appena pubblicato Murakami? Già conosco, so che voglio vederli e me li trovo. Gli stand sono enormi, ci sbatti il muso anche non volendo.

Ma come faccio a sapere che un libro dell’editrice Liberaria mi potrebbe interessare se per vedere il loro stand mi devo mettere in fila per comprarmi una focaccia alle olive unta più dell’olio? Come faccio ad apprezzare le belle copertine della Del Vecchio se sono finite in un posto che non guarda quasi nessuno perché è troppo occupato a puntare la porta d’uscita?

A me sembra che per migliorare la situazione editoriale in Italia, per variegare l’offerta, per stimolare la lettura si debba anche agire su queste piccole questioni logistiche. I libri di Sur li vedi perché hanno dei colori strepitosi, ti accolgono come un esplosione di gioia di leggere, ma se sei uno di quelli che guarda sempre avanti quando cammina mica te ne accorgi che sono lì che ti aspettano dietro un angolo.

E lo stesso discorso vale per tanti altri editori piazzati tra uno stand gastronomico e uno che vende piatti ecologici.
E’ il business, me ne rendo conto. Chi vende di più ha più soldi, può permettersi spazi più grandi, può catalizzare l’attenzione con ricchi premi e cotillons. E’ il business, ma pure capendolo posso anche non essere d’accordo, giusto?
Io che sono un romantico del libro spero in qualcosa di diverso.
Spero che un giorno la centralità venga data a chi, nonostante budget risicati (non solo per la promozione, ma anche per la pubblicazione) riesce a fare un grande lavoro di ricerca e riesce a pubblicare libri necessari.
A Torino ho visto un’editoria giovane, ho visto editori che ci mettevano la faccia, ho visto stanchezza e lacrime. Ho voglia di credere che dietro a tutto quello che ho visto non ci sia solo la preoccupazione per un riscontro economico che può o non può arrivare, ma anche qualcosa che nasce dentro ognuno di queste persone.

La passione.

Ah, nemmeno rientrare degli investimenti e fare utile sarebbe una brutta cosa.

Commenti a questo post

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2 comments

Pietro Del Vecchio 22 maggio 2014 at 10:34

Contribuisco, in qualche modo. Qui un bel poì di interventi sul sistema delle fiere.
http://federiconovaro.wordpress.com/2013/12/23/fieri-delle-fiere-riassunto-per-il-2014/

Reply
senzaudio 22 maggio 2014 at 16:51

Grazie mille. In effetti c’è molto materiale e molto da conoscere.

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