A proposito di Portnoy

by senzaudio

In un saggio di un paio di settimane fa pubblicato sul New York Times, lo scrittore americano Philip Roth dice la sua sul libro che lo ha reso famoso: Il Lamento di Portnoy, uscito nel 1969. Dice Roth:

Rileggendolo dopo  45 anni anni mi sento scioccato e compiaciuto: scioccato per essere stato così incauto, compiaciuto del fatto di esserlo stato.

Dobbiamo ricordarci, infatti, che quando uscì il romanzo su Portnoy fu un vero scandalo. Nessuno, prima di Roth, aveva preso e smontato pezzo dopo pezzo le tradizioni e la cultura degli ebrei americani. Durante un’intervista Roth ha dichiarato che prima dell’uscita del libro avvisò i suoi genitori della probabilità che quel libro gli avrebbe dato dei problemi e che in qualche modo loro stessi sarebbero stati chiamati in causa. “Hai manie di grandezza” fu la risposta dei suoi familiari.

Mentre lo scrivevo, non avevo idea che da quel molmento non mi sarei più liberato di Portnoy fino al punto di scambiare la mia identità con la sua.

Per comprendere la portata del successo de Il lamento di Portnoy dobbiamo considerare il fatto che è solo il quarto libro di Roth e che se ne parla ancora, quasi mezzo secolo dopo, sebbene Roth, successivamente, ne abbia scritti altri 27.

Ho ritratto un uomo che è il depositario di ogni pensiero inaccettabile, un uomo di 33 anni in possesso di sensazioni pericolose, opinioni sgradevoli, lamentele feroci, sentimenti sinistri e, naturalmente, un essere ossessionato dalla presenza implacabile della lussuria. In breve, ho parlato del quoziente di asocialità che affonda le sue radici in quasi tutti e che viene affrontato da ciascuno con vari gradi di successo. […]

Si scrive un libro repellente, non per essere repellente, ma per rappresentare il repellente, per diffondere il repellente, per esporlo, per rivelare come appare e quello che è. Cechov sosteneva che il compito dello scrittore non sta nel risolvere i problemi, ma nel presentare adeguatamente il problema.

Secondo Roth si dovrebbe dimenticare Portnoy o in qualche modo lasciarlo lì, in quell’epoca, quella del dopo guerra bigotto, della morale e dei tabù sessuali. Ne parla come di un libro datato: “Come se noi stessimo ancora a discutere de La lettera scarlatta” e conclude con un lapidario: “R.I.P. Alexander Portnoy”.

Nessuno, però, sotterrerà Portnoy e, di sicuro, non lo farò io. Roth mi ha spalancato le porte della letteratura americana, dopo di lui mi si è aperto un mondo fatto di Carver, di De Lillo e Franzen. Tutti abbiamo amato, deriso e colpevolizzato quello stronzo di Portnoy. Ce ne fossero di personaggi così. Nobel o meno, per me è il numero 1.

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