Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Giacomo Sartori – Rogo – Cartacanta 2015

Giacomo Sartori – Rogo – Cartacanta 2015

by senzaudio

di Alessandro Cinquegrani

Giacomo Sartori non è tipo da accettare compromessi. Ricordo sempre con divertito compiacimento un suo articolo su Nazione indiana di qualche tempo fa intitolato Le coglionerie di Paolo Giordano, i romanzi merda, le vetrine delle belle librerie all’estero. No, non è tipo da accettare compromessi, da adeguarsi ai gusti della sedicente società letteraria, da ammiccare al pubblico e tanto meno ai presunti poteri forti dell’editoria.

La sua letteratura, evidentemente, è ragione e conseguenza di questa disposizione d’animo. Sarà perciò indigesta al lettore della domenica, al lettore da spiaggia, a chi voglia bruciare con un libro una parte della sua minuscola vita. Gli altri, quelli che in un romanzo cercano un’inattesa e spiazzante tempesta emotiva, una percezione più prossima possibile a personaggi marginali, un superamento dello storytelling giornalistico per volgersi alle profondità putrescenti dell’animo umano, apprezzeranno invece Rogo, l’ultimo romanzo di Sartori, edito da CartaCanta pochi mesi fa.

Tre donne – Lucilla, Anna, Gheta -; tre epoche storiche – il 1978 con le sue rivolte, il 2012 col suo benessere, il 1627 con la sua crudeltà -; tre diverse condizioni sociali – l’estrema marginalità di una donna alcolizzata, la solitudine borghese e falsa, la crudeltà dei processi sommari per stregoneria -: tutto converge nel rapporto difficile, intollerabile, spaventoso con la maternità. Queste donne, inquadrate in un primissimo piano che toglie il fiato, aggrediscono il lettore con la loro fragilità, con la disarmante assolutezza delle loro emozioni, lo costringono a comprendere o almeno a percepire emozioni apparentemente inconcepibili, al di fuori dell’idillio nel quale si deposita spesso con fiducia l’aspettativa della maternità. Ma la solitudine e la disperazione – quella forzata di Lucilla, quella autoimposta dalla bulimia di Anna, quella obbligata dalla prigionia di Gheta – sono più forti, scardinano ogni certezza.

Rogo (il rogo reale per le streghe del Seicento e il rogo mediatico per le madri infanticide dei nostri giorni) è un libro che brucia davvero, travolge. È fatto di visioni – un puntino rosso che scende da una montagna ripidissima con gli sci, una donna torturata a morte, alcune paste mangiate senza contegno – e di emozioni. Non ha i tempi di un lavoro canonico, non rispetta i saliscendi emotivi consigliati da alcuni manuali: è un martellare ostinato sui tasti, coi polsi che tremano, le lacrime agli occhi; è un’invettiva contro chi si volta dall’altra parte, finge di non vedere una deriva sociale che lascia a terra i corpi esausti di chi non ce la fa, e li calpesta, li usa. Vedere, conoscere, sapere, avere coraggio: questa è l’invocazione di un libro disperato e coraggioso.

Giacomo Sartori non è tipo da accettare compromessi, dicevo. Pubblica per un piccolo editore, non concede mai fiato al suo lettore, incontra critiche e stroncature a volte: per questo è una voce importante, che pur dalla sua nicchia va seguito, per non farci dire dall’alto ciò che dobbiamo leggere, ma scegliere noi ciò che merita di essere letto.

Alessandro Cinquegrani (Treviso, 1974) è ricercatore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato i volumi di critica letteraria La partita a scacchi con Dio (il Poligrafo 2002, Premio Gesualdo Bufalino), Solitudine di Umberto Saba (Marsilio 2007, Premio Promozione Ricerca del Cnr), Letteratura e cinema (La Scuola 2009, Menzione Speciale al Premio Internazionale Efebo d’Oro). Cacciatori di frodo, finalista al Premio Calvino, è il suo primo romanzo.

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