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Daniel Sada – Il linguaggio del gioco

written by Gianluigi Bodi 5 maggio 2015
Daniel Sada

Signore e signori, per “Il linguaggio del gioco” di Daniel Sada, Maurizio Ceccato (Ifix) ha fatto un capolavoro. La copertina color guacamole, lo scheletro vestito da pizzaiolo che porta a spasso una pizza farcita in maniera un po’ alternativa, tutto rientra perfettamente nello spirito istrionico di questo libro.

Abbiamo un padre, Valente, che dopo diciotto attraversate Messico/Usa riesce a mettere via un gruzzoletto per aprire un’attività. La scelta ricade su una pizzeria. Una novità per un luogo che di solito si ciba di tacos e tortillas. Abbiamo la moglie Yolanda che rivendica un posto di comando, la figlia che scopre la sua maturità sessuale e il figlio, Candelario, che attraverso l’amico Monico finisce a far carriera nel campo del narcotraffico. Questo è il terreno su cui Daniel Sada ha costruito con la sua fantasia una edificio letterario che a me ricorda il genio visionario di Gaudì (non sono conterranei ma poco importa).

Il tema principale, sia che si guardi al lato pizzeria, sia che si guardi a quello narcotraffico, è la necessità insita nell’essere umano di fare sempre un passo avanti verso il cielo. Verga vi avrebbe sconsigliato di staccarvi dal vostro scoglio e temo che i personaggi di Sada avrebbero dovuto ascoltare il suo consiglio. Putroppo, da che mondo è mondo, l’essere umano ha “bisogno” di eleversi sopra agli altri e guardare il panorama da un punto privilegiato. Valente ha fatto una vita da clandestino per arrivare a possedere qualcosa di suo. Si è fatto sbattere fuori da gringolandia innumerevoli volte. Il figlio, fa un percorso opposto, parte dalla legalità (che evidentemente non gli basta) per affondare nell’illegalità in pieno controllo per il territorio.

Ma è in un altro punto che si concentra l’esplosività creativa di Daniel Sada. Lo stile e la lingua. “Il linguaggio del gioco” è un continuo susseguirsi di strappi e pause, delle montagne russe in cui la salita lenta fa da contraltare alla vertiginosa discesa a mani alte. Daniel Sada racconta la storia, la storia della famiglia di Valente con uno stile da ubriaco seduto al tavolino del bar. Parole secche come schiocchi, digressioni, percorsi lasciati penzolare nel vuoto, frasi articolate in cui ci si perde con gioia. Sada fa della lingua quello che vuole e racconta una storia originalissima.
Da lettore, la lingua di Daniel Sada non finisce mai di sorprenderti, non da spazio a distrazioni, non ti permette di farti cullare da un ritmo costante. Ti da la scossa, ti strattona, ti chiede di essere consapevole ogni volta che volti pagina.

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Per farla molto breve. Non c’è nessun libro della Del Vecchio che non mi viene voglia di leggere e non c’è nessun libro della Del Vecchio letto fino ad ora che mi abbia deluso.

Spendiamo due parole su Carlo Alberto Montalto. A leggere “Il linguaggio del gioco” mi sono chiesto che razza di lavoro si fosse dovuto sobbarcare il traduttore. Mi sono sempre immaginato che per uno che traduce, trovare il ritmo della frase sia una cosa fondamentale. Qui il ritmo è un ballo sincopato. Carlo Alberto Montalto ha fatto un lavoro grandioso e sono certo che, una volta chiusa la traduzione, si debba essere sintito molto soddisfatto.

Direttamente dal sito Del Vecchio

MENTRE ERA IN VITA, DANIEL SADA fu considerato il più impegnato avanguardista della sua generazione, paragonato per la complessità del suo progetto a Joyce, Faulkner o a Lezama Lima per l’approccio barocco alla scrittura. Nato a Sacramento, nello Stato di confine di Coahuila, ha raccontato la realtà fittizia di Città del Messico in storie ambientate nei ranch e nei villaggi del deserto del Nord. Fin da subito si è distinto per la stravaganza e lo sperimentalismo della forma, spesso giocato in contrasto con la serietà e l’impegno dei temi trattati. Divenuto famoso nel 1999 con Porque parece mentira la verdad nunca se sabe (Nessuno conosce la verità perché sembra una menzogna), la cronaca di una frode elettorale raccontata in 650 pagine interamente in versi che seguono la metrica dell’Età dell’Oro spagnola, è rimasto fedele al suo visionario progetto letterario fino alla morte, avvenuta nel novembre 2011, pochi giorni dopo la consegna del PREMIO NAZIONALE DEL MESSICO PER LE ARTI E LE SCIENZE. Ha vinto nel 2008 il prestigioso Premio Herralde.

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