Alejo Carpentier – Ecue-Yamba-O

by Gianluigi Bodi

Era davvero tanti anni che non riprendevo in mano un libro di Alejo Carpentier. Troppi. Ad un certo punto, un lettore, perso nel tentativo di stare dietro alle continue uscite editoriali rischia di perdersi dei pezzi. Ma aldilà dei nuovi titoli che potrebbe lasciarsi scappare, una delle cose più tragiche è quella di non avere il tempo di riassaporare vecchie atmosfere amate alla follia non più tardi di venti anni fa.
Con Alejo Carpentier è successo più o meno questo. Un innamoramento fulminante e poi anni di silenzio. Quando è uscito “Ecue-Yamba-O” mi sono subito fiondato su questo titolo perché, ve lo confesso, avevo il ricordo vivido di essermi perso tra le pagine de “Il regno di questo mondo”, avevo il ricordo di aver amato alla follia libro e autore, ma non ricordavo più i motivi.
“Ecue-Yamba-O” mi ha fatto tornare alla memoria perché ho sempre considerato Carpentier come uno dei più grandi maestri della letteratura latino americana e mondiale.

“Ecue-Yamba-O” è, lo devo proprio dire, un romanzo di formazione. La storia di Menegildo, dalla nascita alla maturità e oltre. Una nascita che passa quasi inosservata, con una madre che lo mette al mondo e poi quasi lo dimentica.
Ma aldilà della storia del singolo individuo, “Ecue-Yamba-O” è la ricostruzione perfetta e meravigliosa di un mondo pulsante. La scrittura di Alejo Carpentier è sensoriale, mette in moto violentemente il nostro olfatto e ci fa sentire l’odore della canna da zucchero, della terra rossa che si attacca ai pantaloni. Ci scuote l’udito e subito ci capita di sentire i rumori provenienti dalla raffineria, le raffiche di vento che scoperchiano la nostra capanna. Il tatto si fa vivo, sentiamo la terra sotto i nostri piedi nudi, la pioggia sferzante, i muscoli che si contaggono. Gustiamo il cibo e l’alcol. Gli occhi vedono tutto, vedono la magia nera, vedono i pantaloni sporchi, il verde rigoglioso della vegetazione e le danze tribali di uomini e donne rapiti dalla musica.
Leggere Carpentier non è leggere, è abitare un mondo. Un mondo stupefacente, vibrante di vita.

Ecco, voi che non avete mai letto nulla di Alejo Carpentier avete proprio una bella fortuna. Potete penetrare questo mondo immaginario con la dovuta calma, esplorandolo passo dopo passo seguendo la strada che l’autore stesso ha pensato per sé. Per tutti gli altri, per voi che a Carpentier date del “tu” non fatevi sfuggire questa gemma.

Se non conoscete Alejo Carpentier, se non lo avete mai letto beh, siete fortunati. Ammettiamolo, ora avete la possibilità di iniziare a leggere le opere di Carpentier partendo dall’inizio, partendo da questa “novela” scritta in una manciata di giorni, in carcere, nel 1927. Tutto questo grazie a Lindau che ha avuto il coraggio di pubblicare un libro che altri editori avevano (brutto da dire) snobbato.
Avevate un’idea di Lindau fatta di cinema e teatro, di saggi e manuali…forse dovreste rivedere le vostre posizioni.

Non so come fare i complimenti a Thais Sicialiano e Vittoria Martinetto per il risultato raggiunto con questa traduzione. C’è sicuramente della gratitudine nei loro confronti per aver reso disponibile ad un non ispanofono questo llibro meraviglioso. C’è però dell’altro, la consapevolezza che dietro a quanto sto leggendo c’è il duro lavoro di due persone. Lavoro che ha pagato. Se volete saperne di più sulla storia che sta dientro a questa traduzione vi consiglio di leggere questo pezzo di Thais Siciliano.

Alejo Carpentier (1904-1980), nato a Losanna da un architetto francese e da una traduttrice di origine russa poi trasferitisi a Cuba, è cresciuto in un ambiente di meticciato culturale, mostrandosi sensibile fin da giovane al valore della cultura afrocubana. Molto ammirato da García Márquez, la sua opera ha contribuito a elevare e nobilitare la cultura latinoamericana e i suoi narratori. In Italia i suoi lavori sono stati pubblicati, tra gli altri, da Sellerio (Il secolo dei lumi, 1999), Einaudi (L’arpa e l’ombra, 1997) e Baldini Castoldi Dalai (L’Avana, amore mio, 2004).

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