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’80, l’inizio della barbarie

written by Alan Poloni 29 febbraio 2016

Il futuro, e non solo per una questione di tempi verbali, non è certo degli storici. Cosa vorrà dire, infatti, occuparsi di un’epoca come la nostra fra qualche secolo?
Italo Calvino, nell’antelucano 1972, in Lo sguardo dell’archeologo: “Ce ne siamo accorti da un pezzo: il magazzino dei materiali accumulati dall’umanità non si riesce più a tenerlo in ordine”. Se fino a l’altro ieri l’archeologo ha dovuto lavorare in una penuria che probabilmente ha alimentato il significato stesso del suo scavare, se l’epigrafista ha potuto permettersi di trascorrere anni interi sull’interpretazione di una stele, chi si occuperà della nostra epoca nel 2189 dovrà forzatamente essere più simile a un burocrate che a uno studioso: quanti miliardi di informazioni (sui più svariati supporti) dovrà cernere prima di mettersi a scrivere una pagina? Per ricostruire la vita di un Matteo Renzi, ad esempio, quanti milioni di cinguettii, passaggi al tg1, immortali aforismi della Leopolda dovrà sorbirsi, analizzare, decodificare? Da Indiana Jones a Monsù Travet. Ah, beh, certo: ci sarà una app…
Ben vengano, quindi, lavori come quello di Paolo Morando, che con la giusta distanza (quella che permette alla cronaca di farsi storia) effettua il primo stoccaggio limitando l’effetto bazar di epoche storiche fra le prime a presentarsi come affastellamento. Il decennio più controverso del secolo scorso, quello che già da vicino si capiva essere contagiato da banalità e edonismo, viene notomizzato in ’80, l’inizio della barbarie, con lo stesso bisturi affilato di Dancing days. La significativa evoluzione dello spot dell’amaro Ramazzotti (più stiloso e postmoderno dal 1985 al 1987: alle immagini di una fonderia si sostituisce quella di una lettrice del “Sole 24 ore”); il gioco in scatola “Golpe”, in regalo con Panorama, col quale i concorrenti misurano la loro abilità di attuare un colpo di stato in Italia (il lancio del settimanale recita “Il Golpe in Italia: tanti ci hanno provato, qualcuno finalmente ci è riuscito”); la nascita di sostantivi come “cazzeggio” e di riviste come Capital; la scoperta di un’Italia razzista (eravamo mica i più simpaticoni, noi, tra gli imperi coloniali?) e evaditrice fiscale (altri tempi… altro che risentiti patteggiamenti… Sofia Loren che si fa 17 giorni di carcere!).
Un paese che muta frettolosamente, che si fa più becero, rampante, arrivista e violento, dai “Forza Etna” che appaiono sui piloni dei cavalcavia delle autostrade venete (è l’alba della Liga), alle migliaia di scurrilità che vanno in onda su Radio Radicale nel corso di una maratona (pro salvezza emittente) a microfono aperto: tutta la violenza ideologizzata degli anni settanta si incanala nel nuovo individualismo reaganiano pronta ad esplodere negli stadi e nelle periferie (qualche decennio più tardi nella frustrata solitudine del web di chi posterà forni crematori o se lo misurerà col righello degli insulti). Quell’Italia psicolabile che si pensava limitata e rinchiusa nei muri dei cessi degli autogrill, emerge come un’enorme latrina a cielo aperto.
La linea tre avanza, stazione dopo stazione, mazzetta dopo mazzetta, predisponendo Milano ai fasti del pret à porter e di Tangentopoli. Drammaticamente profonda appare l’analisi sociopolitica di Morando che nella stampa leggera individua un sorprendente parallelismo: per la stessa priorità data a sesso e danaro, Cuore (prima inserto de l’Unità, poi in vendita autonomamente) sta ai giornaletti dei paninari come le responsabilità della sinistra stanno alle responsabilità della destra. E’ l’attenzione alla “pancia” la nuova frontiera, ed è per questo che gli anni ottanta sono gli anni in cui statistica e sondaggio entrano prepotentemente nelle consuetudini del paese, prima nel mondo economico, subito dopo in quello politico. Sono studi pionieristici che disegnano un paese inedito. E quando uno di questi dossier finisce fra le mani di un attento collaboratore di De Mita, le inquietanti sottolineature non possono essere che queste:

Stavolta c’è in più un dossier di grafici e osservazioni che però vale la pena di conservare. Ne circola un numero ristretto di copie. Un’osservazione interessante di Fabris: gli elementi dell’indagine confermano che il più legittimo interprete della nuova destra del Paese, oggi, è proprio il Psi.

Non era un caso che il 1980 si fosse aperto con la morte, il primo gennaio, di Pietro Nenni. E in una linea che va da Kennedy a Veltroni, da Fonzie a Renzi, il nevralgico Enrico Letta, all’alba della sua candidatura alla segreteria del partito, nel 2007, dichiarava che gli anni in cui si era formato, gli ottanta appunto, erano stati anni bistrattati, “in realtà straordinari” per la musica, la tv, il cinema, il design. Che dire? forse sono più calzanti le parole di Giuseppe De Rita, che ha definito il decennio in questione come gli anni della “soggettività senza interiorità”. Che poi, quegli anni “straordinari” per la musica, iniziavano il 25 settembre 1980 con la morte di John Bonham e l’8 dicembre con quella di John Lennon…

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