La stella del vespro – Colette

by Gianluigi Bodi

Mio padre diceva spesso, durante un momento critico del passato, che avevamo vissuto delle belle estati e ora ci dovevamo sorbire anche gli inverni.
Quello di “La stella del vespro” di Colette non è ancora l’inverno, è più un malinconico autunno. Denso di ricordi e profumi. Un autunno anticipato da quel rosa antico della copertina, che ti fa venir voglia di portarti a letto Colette*.

Distesa a letto, costretta alla semi immobilità dall’artrite e da una brutta caduta Colette fissa un angolo di cielo visibile dalla finestra e ci racconta la sua vita. E’ emblematico che una visione così ridotta davanti a sé produca un fiorire di ricordi. Anche il via vai del marito, della domestica, le visite di piacere e di lavoro diventano uno strumento per indagare il passato passando attraverso la porta del presente. E allora ecco che da qualche spiffero ritornano vividi i ricordi di guerra ma ecco anche il presente, fatto di lavoro e letteratura. Colette in questo libro è una persona sul viale del tramonto che vuole godersi ogni singola particella di luce.

La scrittura di Colette è perfetta, armoniosa, contiene una dignità che non ho visto in molti altri autori, una sorta di alterigia misurata. Come una vecchia contessa decaduta che mantiene le abitudini maturate in tempo di sfarzo. Si ha l’impressione che Colette ti stia guardando negli occhi mentre leggi, che ti sfidi ad abbassare lo sguardo. E’ ironica, spavalda eppure materna, femminile e autoritaria. E’ la scrittura di una persona che è in pace con se stessa.

E mentre leggo “La stella del vespro” mi piace pensare che Colette fosse perfettamente consapevole del ruolo che aveva avuto nella sua vita, fosse quasi consapevole del fatto che le avrebbero rifiutato la cerimonia funebre in chiesa e che tutto questo, in cuor suo, fosse solo un puntino all’orizzonte senza alcuna importanza.

Del Vecchio ha già pubblicato altri due libri di Colette “Prigioni e Paradisi” e “Le ore lunghe” e tutti e tre sono stati dati in mano, per la traduzione, ad Angelo Molica Franco. Ora, una casa editrice si misura anche dalla sua capacità di scegliere collaboratori di talento. Non so a che punto fosse la carriera di Angelo Molica Franco quando ha iniziato a collaborare con i tipi della Del Vecchio, so che i premi e i riconoscimenti che il traduttore sta ricevendo in questo periodo sono un segnale forte. Da una parte c’è chi sa scegliere e dall’altra c’è chi sa tradurre. Se ve lo steste chiedendo, no, non è poco.

Prendo a prestito dal sito di Del Vecchio una breve biografia dell’autrice. Ricordata soprattutto per i suoi romanzi, fu una vera e completa artista e intellettuale: mimo, attrice, giornalista, imprenditrice, sceneggiatrice, drammaturga, modella. Visse le sue relazioni con le persone e con il mondo con l’intensità, la libertà, la tenerezza e la sincerità di chi sa che il suo sguardo è più acuto, e per questo non può accettare imposizioni. A partire dalle storie sentimentali con protagonista Claudine, scritte a quattro mani con il non geniale e poi abbandonato marito, fino ad arrivare alle sue opere più mature come La fine di Chéri, Il kepì, Il puro e l’impuro, tutti i suoi libri sono stati letti e tradotti in ogni parte del mondo. Alla sua morte la Chiesa cattolica rifiutò i funerali religiosi, e Colette fu la prima donna, in Francia, a ricevere le esequie di Stato.

* Il libro, il libro, che avevate capito.

 

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