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INDIA – Complice il silenzio – Luca Buonaguidi

written by Angela Alexandra D'orso 5 maggio 2016

Luca Buonaguidi, INDIA - Complice il silenzio (Copertina #2)

Caro lettore e/o cara lettrice di Senzaudio, sappi che chi scrive le righe che ti prepari a leggere ha da poco affrontato il trasferimento in una nazione diversa da quella di origine, sappi che sta elaborando – molto lentamente e faticosamente  –  i postumi di uno shock culturale, sappi che ha atteso –  ed ancora attende – la grazia e la pienezza di cui son carichi i versi di INDIA  – Complice il silenzio raccolta di Luca Buonaguidi pubblicata da Italic Pequod.

INDIA –  Complice in silenzio si presenta, fin da subito, come una specie di itinerario per gli occhi e i sensi. Sebbene, però, si tratti di un viaggio immaginifico esso è traslitterazione di un percorso che è tutt’altro che immaginario: Buonaguidi ha trascorso un semestre spostandosi da solo via terra attraverso Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet, Kashmir. Ecco perché alle poesie si intervallano una serie di foto scattate dall’autore e varie citazioni sulla cultura, i luoghi e la spiritualità indiana.

Un “diario di viaggio” costellato da una serie di costanti che illuminano l’oscuro di chiunque decida di partire, di chiunque abbia il coraggio – parafrasando quanto afferma la  citazione di Nicolas Bouvier contenuta nell’introduzione –  di farsi distruggere dal viaggio intrapreso. Una, tra le altre, è l’espilicitazione dell’intersezionismo e sensazionismo Pessoniano che interessano tutte le cose del mondo: «Sono un albero da frutto e ignoro il nome del giardino che mi cinge»; «vedo ora dal tuo corpo l’universo intero/ e non ho più forma/ accetto il comando/ e divento la fiamma.». Ogni elemento terrestre, nella poesia di Luca Buonaguidi, sembra mischiarsi ed incrociarsi non per un sovraumano sforzo meditativo ma per il “semplice” dato di fatto che tutto il creato ha la stessa carne e risale al medesimo schiocco di dita: «Nutro la benedizione/ depongo la ricerca/ felino nel tramonto/ a cui manca il dente/ che afferra, mastica».

Non una speculazione pretenziosa, bensì – dicevamo –  un generoso mettersi in ascolto, fermarsi, infine, cedere alla resa: «Resto seduto/ su un groviglio di reti/ preparato per il mattino»; «Resto qui nell’attesa/ piango ogni volta/ che penso all’addio»; «Da quando la poesia è finita/ resto nudo a mettere un punto/ senza più motivi per spogliarmi.». La stasi, però, non è solo segnata dall’abbondante utilizzo del verso restare ma anche dall’impiego dei verbi coniugati all’indicativo presente. Alla quiete che nasce dal raccontare la vita che scorre, mentre scorre, si oppone il movimento stupendamente misero dell’India, fatto di treni in corsa ed una «raffica di insegne luminose».

C’è poi, come se la narrazione non fosse già sufficientemente ricca, il discorso sulla poesia: riscattata dei suoi antichi fasti essa è dea volubile e capricciosa, che arriva quando vuole senza tener minimamente conto delle tue esigenze:   «Seduto al tavolo di un caffè/ aspetto che la poesia/entri dalla porta principale/ come una Dea Bianca/ che incauti si fissa apertamente/ e che raramente ricambia.»; che –  in quanto forma di divinità riconosciuta –  non si può non desiderare ardentemente ed ininterrottamente: «Mi piacerebbe poter scrivere una poesia/ ogni volta che ho qualcosa da dire,/ anche per ordinare un gelato,/ indicare la strada a un passante,/ chiamare mia mamma dal primo piano».

Ed, infine – ma nel mezzo della raccolta –  la felicità, espressa in forma piena: « Sono felice./  Potrei aggiungere altri dettagli/ ma la felicità sta nel toglierli.». Tre versi che a leggerli ad alta voce riempiono la bocca di un magnifico difetto:  «Completo/ d’una incompletezza/ che accoglie la mia assenza.».

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) ha pubblicato in poesia I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti), Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus), INDIA – complice il silenzio (Italic Pequod), diario di un viaggio in solitaria e via terra di sei mesi tra Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal e Tibet e compare nell’antologia a cura di Stefano Guglielmin Blanc de ta nuque – Volume II (2016, Dot.com Press). In prosa ha curato l’edizione di Franti. Perché era lì – Antistorie da una band non classificata (Nautilus Autoproduzioni), romanzo collettivo scritto insieme al collettivo Cani Bastardi intorno a Franti, una delle più influenti band italiane degli anni ’80 e un suo racconto compare nell’antologia a cura di AsapFanzine La sagra è vicina (2013, Beltempo; nuova edizione prevista nel 2016 con Sartoria Utopia).
Per saperne di più: https://carusopascoski.com/

 

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