Archive for the ‘Baciamo le rime’ Category

Amore ho preso un granchio – Gianluca Lancieri – Poesia

lunedì, Luglio 4th, 2016

Un po’ di poesia

Confesso: solitamente, quando mi trovo davanti una raccolta di poesia evito di leggere la prefazione, lo faccio perché voglio che sia la poesia a parlarmi di sé, nessun altro, nemmeno la mente che l’ha generata. Con Amore ho preso un granchio –  antologia poetica di Gianluca Lancieri edita da Miraggi –  le cose sono andate diversamente: ho letto la prefazione ed ho avuto paura.

Ho avuto paura che le pagine a seguire fossero un coacervo di amore sdolcinato, tristume “post rottura”, litigi a colazione, ho dovuto, invece, ricredermi immediatamente.

Si perché Amore ho preso un granchio narra  -come afferma il preambolo dell’autore – « il [suo] rapporto con l’amore degli ultimi dieci anni» ma lo fa in maniera scanzonata alternando lo stupore dolcissimo che viene dall’assistere allo spettacolo di due anime che si incastrano perfettamente allo sforzo ammirevole di appropriarsi delle cose della vita nominandole: «Io, invece/le chiamerei/vederti sul divano/insieme a me/arrotolati al plaid/a firmare/contratti/d’amore.». Lo fa servendosi del potere della parola, operazione che ha come risultato giochi ed architetture tanto ben riusciti da far sospettare che qui, il primo amore, sia quello per la propria lingua: «A mano a  mano/ le persone/ s’amano»; «Ero un verbo essere /perso all’infinito./Sono, con te/prima persona /plurale.».

La parola d’ordine è, comunque, narrazione e lo è a pieno titolo in quanto  Lancieri osa, addirittura,  il discorso diretto libero che trasforma la poesia in un luogo di scambio istantaneo, rapido, estemporaneo: essa si fa sotto i nostri occhi, prima che leggerla, possiamo vederla. A dialogare, però, non sono solo l’io e il tu transennati nel singolo componimento  ma anche le poesie tra di loro; ecco dunque che queste ci accompagnano –  tenendoci per mano – lungo il filo del discorso; si parlano e ci parlano.

Altra nota di merito va poi all’attenzione che Lancieri riserva alla collettività: Presidente dell’Associazione Culturale Legione Creativa, non disdegna di inserire diversi artisti prendendone in prestito parole ed immagini.

Ed infine, la poesia dialettale: sincera perché viscerale, è forse la più adatta a cantare di cose d’amore: «Ma nun m’addoloro/te vengo a pija nei sogni/stanotte/te porto ar mare/a guardà/er tramonto».

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Le prime volte non c’era stanchezza – Luigi Finucci

giovedì, Giugno 23rd, 2016

E’ un fatto che la poesia italiana contemporanea – a partire da un certo punto del Novecento – si avvalga di un linguaggio esoterico, carico di immagini evanescenti  e più o meno astratte perché atte a suscitare nel lettore lo straniamento, l’empatia e l’astrazione. E’ un fatto che la poesia rischi di trasformarsi, alcune volte, in un esasperato accavallamento di figure, un coacervo di no sense in bilico tra geniale e banale. E’ un fatto che Le prime volte non c’era stanchezzaantologia poetica di Luigi Finucci,  pubblicata da E R E T I C A edizioni non corra assolutamente questo pericolo.

Si perché i versi di Finucci viaggiano gentili nella bocca e negli occhi di chi li legge dipingendo cartoline romanticissime e reali: i mattini d’estate, il profumo fresco del bucato, il rosa cullante dei pescheti. Ogni immagine scorre tanto dolce e fluida che risulta impossibile non immaginarsi lì, spettatori della propria vita, a trastullarsi con i ricordi che l’hanno raffinata.

E proprio il ricordo, presente nella raccolta a partire dal titolo, è l’elemento centrale della poesia di Finucci; non solo per l’ assidua occorrenza dei quando e dei verbi coniugati all’imperfetto, ma per la funzione poetica che il fattore svolge: sembra quasi di intravedere nelle rime del poeta marchigiano, manco a farlo apposta,  un piccolo Leopardi, quello che affida alla ricordanza e alla memoria il cuore del proprio canto: «Al tempo dei canti mattutini il gallo raccontava la notte sui crinali della rugiada […]»; « Quando il bianco era nel cielo andavo al mare di mattino.[…]». In perfetto stile leopardiano il discorso sul ricordo non si esaurisce in vuoto racconto di un’età dell’oro ma è riflessione sul tempo che scorre e che depone nel non tempo della nostalgia da una parte l’essenza della felicità e dall’altra l’impossibilità di viverla nel presente: « Il mentre che s’accartoccia in una nostalgia non avuta […]».

Un po’ Leopardi e un po’ Pascoli perché è difficile, anche solo per forza di suggestione, non calare nei panni del « Piccolo bambino/ scomparso nel passato, […]» il  fanciullino pascoliano in grado di cogliere la magia oltre il raziocinio, «quell’eternità/ finita tra/ i capelli bianchi.». E’ difficile non avvertire nella  natura ristoratrice di Finucci  un richiamo a quella misteriosa e affascinante del poeta romagnolo.

Due parole, infine, sull’età del poeta: classe 1984, Luigi Finucci è poco più che trentenne; stupisce dunque il tenero languore con cui si rivolge a giorni che sembrano essere fin troppo lontani. Stupisce ma non dispiace perché ha come risultato un verseggiare delicato e accogliente, sinceramente antico come solo l’autentica poesia sa essere.

LUIGI FINUCCI nasce il 15/05/1984 a Fermo (Marche), dove risiede.
È autore del libro di poesie “L’ultimo Uomo – Giaconi Editore (2013)” e del libro di poesie per bambini “L’aspirante Astronauta – Giaconi Editore (2015)”.
Ora collabora con Bibbia d’Asfalto:Poesia Urbana e Autostradale, rivista di poesia contemporanea.
I suoi componimenti sono presenti in diverse riviste e blog ( larosainpiù, Iris news, Penne Armate, In.Arti.Poesia, Pastiche Rivista, Versante Ripido, Words Social Forum ).

 

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Consigli di volo per bipedi pesanti – Alessandra Racca

martedì, Maggio 31st, 2016

Caro lettore e cara lettrice, quella che hai davanti è la seconda versione della mia recensione di Consigli di Volo per bipedi pesanti, ultima fatica poetica di  Alessandra Racca – in arte la Signora dei calzini – pubblicata da NEO.Edizioni.

Nella prima versione  – poi abbandonata – mi impegnavo caparbiamente a  raccontare l’antologia di Racca presentandone le linee poetiche principali, forzandole in fila, costringendole in un ordine unico  e definitivo. Lo sforzo nasceva dall’intento di imitare l’ autrice stessa. L’antologia è infatti divisa in serie ben definite in cui il materiale – poetico e non – sembra acquisire concretezza  tangibile, destinata a riempire barattoli, muri, caselle di gioco, ad occupare – insomma  – posti nel mondo tutt’altro che astratti.

La seconda versione di questo articolo è diversa dalla prima ma è  legata  ad essa da due parole  d’ordine: irriverenza e sincerità, alle quali va aggiunta una terza: leggerezza. Se l’irriverenza fa della poesia di Racca un ciclone contenibile solo nei limiti stabiliti dalla poetessa, la sincerità è il filo conduttore che lega ogni verso, ogni  a capo, ogni brillante immagine proposta.

E’ sinceramente concreta la vita che abita queste rime, bella e forte nella rassicurante noia del consueto: «Ci metto gli accendini scomparsi/ le tasche altrui/ le biciclette rubate». E’ leale la foto della donna che scorre come un frame inceppato lungo tutta l’opera,  reale è il suo corpo stigmatizzato dallo sguardo del mondo : «È stato facile/ mentre mi giocavi fra le gambe/ lasciarti guardare dentro/ l’hai vista/ l’adolescente obesa/ la rancorosa rifiutata l’insicura/ l’eccessiva/ la non amata/ hai detto è bella è bella la tua carne/ hai detto questa è una porta non è una ferita/ il tuo seme l’ha curata».

Trattasi, dunque, di un  «un essere umano donna» la cui contemplazione non può che scatenare una  critica a quel ridicolo immaginario che ci vorrebbe eteree, nella rabbia anestetizzate, fatte di carne viva e pulsante a patto che essa sia dolce e profumata:«Cinque, definisci il suo corpo/ definisci vergognoso il sangue/ ammutolisci i suoi orifizi/ parla al posto loro»; «Mi dimetto dalla delicatezza,/ con il dito medio/ tocco punti nevralgici del dolore altrui».

La realtà che emerge da questi versi è un fiume in piena, pronto a straripare e per narrarla con efficacia è forse necessario, in alcuni casi, adoperare il linguaggio della verità per eccellenza, quello genuinamente primitivo che ha fama di essere talmente sincero da risultare, talvolta,  spietato: la nonlingua dell’infanzia: «assorbimento fuoriuscita consumazione exit fuori/ via di qua vada dove deve andare ritorno a casa sua/ sciò totale tutto stop non ce n’è più/ finito tutto il male basta».

La terza parola d’ordine è, come dicevamo, leggerezza. Può una poesia così volutamente ancorata al quotidiano, così profondamente con i piedi per terra farsi vaporosa e spiccare il volo? Può – e con bellissimi risultati –  se chi la compone è pienamente consapevole del piccolo miracolo che sta avendo luogo: una sdrammatizzazione della poetica canonicamente intesa, un’attualizzazione dello strumento lirico, un elogio all’imperfezione e al banale che è miele sulle fatiche imposte dal “normale”: «Se in una poesia scrivo “io”/ “io” non è più mio/ è un io strumento, lirico/ un io in bilico fra me e voi/ un io condiviso – un io-noi/ sono certa di offrire un servizio di io-sharing/ io, di altri “io”, cliente/ basta con questa storia inconsistente/ parlare di sé non è parlare di niente».

INDIA – Complice il silenzio – Luca Buonaguidi

giovedì, Maggio 5th, 2016

Luca Buonaguidi, INDIA - Complice il silenzio (Copertina #2)

Caro lettore e/o cara lettrice di Senzaudio, sappi che chi scrive le righe che ti prepari a leggere ha da poco affrontato il trasferimento in una nazione diversa da quella di origine, sappi che sta elaborando – molto lentamente e faticosamente  –  i postumi di uno shock culturale, sappi che ha atteso –  ed ancora attende – la grazia e la pienezza di cui son carichi i versi di INDIA  – Complice il silenzio raccolta di Luca Buonaguidi pubblicata da Italic Pequod.

INDIA –  Complice in silenzio si presenta, fin da subito, come una specie di itinerario per gli occhi e i sensi. Sebbene, però, si tratti di un viaggio immaginifico esso è traslitterazione di un percorso che è tutt’altro che immaginario: Buonaguidi ha trascorso un semestre spostandosi da solo via terra attraverso Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet, Kashmir. Ecco perché alle poesie si intervallano una serie di foto scattate dall’autore e varie citazioni sulla cultura, i luoghi e la spiritualità indiana.

Un “diario di viaggio” costellato da una serie di costanti che illuminano l’oscuro di chiunque decida di partire, di chiunque abbia il coraggio – parafrasando quanto afferma la  citazione di Nicolas Bouvier contenuta nell’introduzione –  di farsi distruggere dal viaggio intrapreso. Una, tra le altre, è l’espilicitazione dell’intersezionismo e sensazionismo Pessoniano che interessano tutte le cose del mondo: «Sono un albero da frutto e ignoro il nome del giardino che mi cinge»; «vedo ora dal tuo corpo l’universo intero/ e non ho più forma/ accetto il comando/ e divento la fiamma.». Ogni elemento terrestre, nella poesia di Luca Buonaguidi, sembra mischiarsi ed incrociarsi non per un sovraumano sforzo meditativo ma per il “semplice” dato di fatto che tutto il creato ha la stessa carne e risale al medesimo schiocco di dita: «Nutro la benedizione/ depongo la ricerca/ felino nel tramonto/ a cui manca il dente/ che afferra, mastica».

Non una speculazione pretenziosa, bensì – dicevamo –  un generoso mettersi in ascolto, fermarsi, infine, cedere alla resa: «Resto seduto/ su un groviglio di reti/ preparato per il mattino»; «Resto qui nell’attesa/ piango ogni volta/ che penso all’addio»; «Da quando la poesia è finita/ resto nudo a mettere un punto/ senza più motivi per spogliarmi.». La stasi, però, non è solo segnata dall’abbondante utilizzo del verso restare ma anche dall’impiego dei verbi coniugati all’indicativo presente. Alla quiete che nasce dal raccontare la vita che scorre, mentre scorre, si oppone il movimento stupendamente misero dell’India, fatto di treni in corsa ed una «raffica di insegne luminose».

C’è poi, come se la narrazione non fosse già sufficientemente ricca, il discorso sulla poesia: riscattata dei suoi antichi fasti essa è dea volubile e capricciosa, che arriva quando vuole senza tener minimamente conto delle tue esigenze:   «Seduto al tavolo di un caffè/ aspetto che la poesia/entri dalla porta principale/ come una Dea Bianca/ che incauti si fissa apertamente/ e che raramente ricambia.»; che –  in quanto forma di divinità riconosciuta –  non si può non desiderare ardentemente ed ininterrottamente: «Mi piacerebbe poter scrivere una poesia/ ogni volta che ho qualcosa da dire,/ anche per ordinare un gelato,/ indicare la strada a un passante,/ chiamare mia mamma dal primo piano».

Ed, infine – ma nel mezzo della raccolta –  la felicità, espressa in forma piena: « Sono felice./  Potrei aggiungere altri dettagli/ ma la felicità sta nel toglierli.». Tre versi che a leggerli ad alta voce riempiono la bocca di un magnifico difetto:  «Completo/ d’una incompletezza/ che accoglie la mia assenza.».

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) ha pubblicato in poesia I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti), Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus), INDIA – complice il silenzio (Italic Pequod), diario di un viaggio in solitaria e via terra di sei mesi tra Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal e Tibet e compare nell’antologia a cura di Stefano Guglielmin Blanc de ta nuque – Volume II (2016, Dot.com Press). In prosa ha curato l’edizione di Franti. Perché era lì – Antistorie da una band non classificata (Nautilus Autoproduzioni), romanzo collettivo scritto insieme al collettivo Cani Bastardi intorno a Franti, una delle più influenti band italiane degli anni ’80 e un suo racconto compare nell’antologia a cura di AsapFanzine La sagra è vicina (2013, Beltempo; nuova edizione prevista nel 2016 con Sartoria Utopia).
Per saperne di più: https://carusopascoski.com/

 

Dio del cemento – Alessandro Pedretta

giovedì, Marzo 24th, 2016

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Per te che stai leggendo, Dio del cemento sarà solo una raccolta di poesie di Alessandro Pedretta  pubblicata da Mora Editrice. Per me, invece,  Dio del cemento è la perdita della verginità in termini di giudizio, è la deflorazione   che mi strappa  dalle letture silenziose a portata di comodino e mi scaraventa sopra al foglio disponibile a tutti.

Dio del cemento significa la prima volta che scrivo di poesia a fini divulgativi, la prima volta che  inizio una lettura avvalendomi della prefazione (a cura di Rubens Lanzillotti); una prima volta – in definitiva –  di qualità  poiché supera tutti i cliché secondo cui la prima volta è sempre un disastro.

Fin dal titolo l’antologia di Alessandro Pedretta mi fa pensare ad un aspro rimprovero alla globalizzazione, un urlo di rabbia e ribellione rivolto all’urbanistica contemporanea che, specchio delle abitudini digitalizzate degli uomini e delle donne del ventunesimo secolo, ingrigisce, soffoca e divora l’anima verde e viva della terra abitata. Dal titolo, dunque, mi annoio moltissimo, pensando che quello che sto per leggere altro non sia che l’ennesima critica mainstream in rime baciate.

Devo, invece, immediatamente ricredermi: a partire dal primo componimento l’aria che tira è si un’aria pesante, ma a causa di una verità ontologica e non di una modificazione operata dall’essere umano; qui si discute del rapporto tra essere, sapere e saper essere, il tutto contornato da una buona dose di cupe assonanze in u che ti costringono a strisciare lungo le  «patine di sporco sul pavimento» che ospita i versi d’apertura.

Andando avanti la poesia sembra come riempirsi fino a strabordare, a colmarla è una fortissima spinta verso la fisicità: avanzano prepotenti  pance,  teste, mani,  sudore, la consunzione della natura spiegata come cancrena. La palpabilità, però,  non scorre esclusivamente attraverso una precisa scelta lessicale, è la poesia stessa a divenire materia, un corpo a volte duro, muscoloso e fresco, altre esile, di bambino ferito e stanco che si inarca verso il lettore per condividere con lui la rabbia, la frustrazione e subito dopo la gioia che giunge come uno scoppio. Una specie di flusso di coscienza costante e sottocutaneo che affiora, talvolta, con maggiore violenza.

Non manca, a Dio del cemento, la citazione dotta: come non intravedere in quel «ciarpame ossuto» di Dal di dentro e all’infinito la  Signorina Felicita di Gozzano mentre se la ride paffuta e rossa; e se ci si sforza ancora un po’ si scorge la penna forte di Sanguineti che, distante ma non troppo, guida un assemblage d’immagini tanto più efficace quanto più assurdo: « […] Badoglio soffiati il naso / che l’aria è irrespirabile / e poi tutti a sniffare cocaina / a Gardone Riviera col Vate che dà ordini ai servi/ in mutande sul balcone / vacche indiane che occupano le strade / in piccoli sobborghi a sud di Calcutta […]».

Ed infine la forte musicalità, al punto che alcune rime potrebbero diventare un ritornello martellante «Lasciami così. /Lasciami bene. / Lasciami male. / Lasciami stare» da ripetere quando il cielo si fa pesante, quando l’umano è troppo umano e solo la poesia, la più severa tra le consolatrici, ha qualche possibilità d’innalzarlo.