Horizon 2020 e compagni.

by senzaudio

In questi ultimi giorni, avrete sicuramente visto alcuni degli spot pro Comunità Europea che girano sui canali RAI, solitamente, queste perle, colpiscono per la tristezza generale degli argomenti incentrati sull’esaltazione dell’Europa a scapito di tutti gli altri soggetti, sia esteri come gli Stati Uniti d’America che stati membri (compresa l’Italia). Uno di questi cortometraggi che ho visto, elogia il programma di finanziamento scientifico “Horizon 2020” di cui (questo è vero) si parla poco; ma vediamo cosa sono questi programmi e come funzionano.

Il grande contenitore che regola tutti i fondi scientifici a livello europeo e il Frame Program 7, all’interno questo programma quadro ci sono tutti i riferimenti per accedere ad ogni tipo di fondo che riguardi la ricerca, dalla genetica all’energia nucleare ( che ha una sua area specifica chiamata Euratom). In questo contesto, la Comunità Europea ha lanciato il programma “Horizon 2020” in cui ci sono due grandi progetti (di cui ho già parlato precedentemente) chiamati rispettivamente: “Brain” e “Graphene”, il primo è incentrato su tutte le attività di ricerca delle neuroscienze, mentre il secondo raccoglie tutte le discipline ( chimica, ingegneria,nanotecnologia ecc…) che hanno come scopo lo studio e lo sviluppo di questo composto del carbonio di nuova generazione. Come tutti i grandi progetti europei purtroppo, anche questo nasce con delle buone intenzioni ma, grazie alla burocrazia onnipresente, i finanziamenti sono accessibili solo da grandi soggetti prevalentemente statali (che di solito sono esperti nel reperire questo tipo di fondi) e aziende del settore tecnologico che recuperano in questo modo, parte degli investimenti per l’innovazione. Posso capire che, per un budget da milioni di Euro, da dover distribuire in tutti i paesi della comunità a soggetti mai visti, si debba procedere per forza sulla base dei titoli dei singoli e delle possibilità delle organizzazioni; purtroppo però questo approccio, taglia fuori una grossa fetta di ricercatori che magari hanno buone idee, ma non sono supportati da grosse strutture e, viceversa, favorisce enti che possono presentare dei progetti contando sulla propria grandezza piuttosto che sull’idea innovativa. Che fare Quindi? La migliore politica fino ad ora adottata, è quella della valutazione del lavoro di ricerca tramite l’impact factor; con questo metodo, si valuta il ricercatore (o l’organizzazione) rispetto alle pubblicazioni scientifiche che sono state prodotte nell’arco della sua attività, se il numero o la qualità scende, diminuisce di conseguenza anche il prestigio del soggetto. Anche in questo caso si rischia di creare delle aree privilegiate (un laboratorio affermato, avrà mezzi migliori e quindi migliori risultati), ma si tiene sempre sotto controllo la qualità del lavoro. Certo la pratica migliore sarebbe vagliare ogni progetto singolarmente solo in base alla validità dell’idea, questo richiederebbe un grande sforzo da parte della comunità scientifica ma garantirebbe un bacino di innovazione praticamente infinito.

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