Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Giuseppe Pontiggia – La morte in banca. Edizione Leonardo 1994

Giuseppe Pontiggia – La morte in banca. Edizione Leonardo 1994

by Claudio Della Pietà

Ripubblicare, nel 2015, un libro intitolato “LA MORTE IN BANCA”, primo libro di Giuseppe Pontiggia, pubblicato nel 1959 e scritto tra il ’52 ed il ’53, sarebbe un sicuro successo, garantito non solo dalle abilità assodate di questo grande autore italiano, ma dal contenuto specifico.
Oggi, molti vorrebbero la “morte” delle banche, anche senza virgolette, e anche la morte di “qualcuno” in banca, ma se leggessero questo racconto lungo, avrebbero molti elementi in più per riflettere, e non solo sulla vita delle banche, ma nelle banche.
Questo scritto, preceduto da una potente introduzione del prof. Mario Barenghi, farebbe un gran bene a noi bancari, e ai banchieri, che però non lo leggeranno mai, nemmeno se ci fosse applicata al libro una fascetta rossa con una iscrizione provocatoria del tipo: “IL LIBRO CHE IL PRESIDENTE DELLA TUA BANCA NON TI FAREBBE MAI LEGGERE”.
E’ la storia di un giovanissimo impiegato bancario, tale Carabba, che entra nel mondo del lavoro con questa prima esperienza, sogno di molti, di molti genitori desiderosi di sistemare i figli, applicandogli questa etichetta, garanzia di benessere e protezione eterna, amen.
La storia nasce da una esperienza vissuta, dall’aver toccato con mano la realtà di cui l’autore ci racconta,realtà già morta da tempo. E noi siamo dei morti viventi, come quegli zombi a cui sparano all’infinito i maniaci dei videogiochi. All’infinito sì, perchè risorgono continuamente e immediatamente. Conclusa una campagna, raggiunto un obiettivo, superato un budget, ce ne sono altri sei o sette che non hai nemmeno sfiorato e quindi avanti ancora a sparare, perché ti viene ordinato da chi sta sopra di te, al quale l’ha intimato un altro, a cui l’ha imposto un entità superiore, intangibile, inviolabile, onnipotente e indiscutibile: il mercato, il sistema, la soluzione intrinseca, la globalizzazione dell’autoconvincimento.
Pontiggia vive un’esperienza impiegatizia con caratteri peggiori dei nostri attuali, in termini di luoghi comuni, clichè, certezze intoccabili, situazioni preconfezionate che definivano la condizione dell’impiegato di ogni settore, cosi come quella di altre figure umane di lavoratori, quale l’ideale massimo a cui aspirare, la figura principe del progresso, la chiave di volta del boom economico, elemento indispensabile dello sviluppo, del benessere, dio dello star bene. Si, ma …
Ma come succede spesso, dietro a bellissimi cartelloni pubblicitari, si rivelano scheletri, ruderi, fatiche e disagi, coperti temporaneamente perché non ci si può fermare, bisogna andare avanti. Sostare per riflettere sulla parolina magica, LA VERITA’, è vietato, nemmeno pensabile. Un impiegato, da quando è pagato per pensare ?
Avete presenti i moderni corsi di formazione, magari finanziati dalla Comunità Europea e quindi pagati da noi stessi che vi partecipiamo, li avete mai vissuti ?
Batterie di polli, imboccati a forza dalla tal ora alla tal altra, con rigorosissimi tempi di pausa per lo più impiegati a chiamare i colleghi rimasti in filiale, per capire se sono riusciti a fare a meno della tua presenza che al corso stesso ti fanno credere indispensabile; avete presente ?
Dare spazio alla riflessione o addirittura al dubbio, sarebbe come togliere alcune carte dalla base del castello.
Una storia, vera, dei primi anni cinquanta, un mondo estremamente diverso da quello attuale, ci racconta che gli uomini e le donne continuano a non cambiare o più correttamente a non fare tesoro delle esperienze passate, a non far crescere bene le generazioni future, a perdere tempo crogiolandosi al sole dell’attimo che si vive, convinti ancora, tutti, di essere immortali. E allora avanti, avanti, sempre, ripetendo gli stessi schemi, perché si è sempre fatto così, perché te lo dico io, è la strada giusta, la percorreva mio nonno….
Detto questo, il protagonista si incammina per una strada originale. Seguitelo, non sarà una strada facile, il principe della nostra favola non vivrà felice e contento, ma voi non abbiate paura della verità. Leggetelo, per essere un pochino più felici di quanto siete ora, un po’ più consapevoli, leggete per vivere, come disse Flaubert.

“Incontrava a volte l’amico bancario e, facendolo parlare, ritrovava in lui la propria crisi, le stesse speranze deluse. Eppure non poteva accettare le conclusioni dell’altro. Certo, questo era strano: si irritava ancora, ad ascoltarle. Non poteva accettare che proprio la crisi, che gli aveva aperto gli occhi, gli imponesse una nuova finzione, impedendogli di vedere oltre. Che il fallimento fosse mentale. Ne provò una stretta d’angoscia. Ecco, era quella la morte: la morte in banca. che era poi una delle infinite morti nella vita.”

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