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AAA cercasi ditta di traslochi per spostamento salone del libro da Torino a Milano

giovedì, Luglio 28th, 2016

Penso al “Salone internazionale del libro di Torino” e penso che avere dell’entusiasmo in questo ambiente è quasi controproducente. Ho alcuni amici che mi prendono in giro perché, a dir loro, sono uno che ancora “ci crede”. Qualsiasi cosa intendano con quel “ci crede”, vi posso assicurare che più passa il tempo e più l’idea (sempre di uno di loro) di farmi una T-shirt con su scritto “Prova a crederci adesso!” mi alletta sempre di più.

Esternamente sembra che nel mondo dell’editoria tutti si vogliano bene. O almeno questa è l’idea che ti fai a quindici o sedici anni quando inizi a frequentare le biblioteche e a raccogliere dagli scaffali i grandi classici e i contemporanei pubblicati dalle solite sorelle forti.
Poi scopri che c’è una cosa chiamata “editoria indipendente“, che ha dei contorni abbastanza frastagliati, di cui alcuni non ammettono nemmeno la bontà dell’etichetta, ma che, esternamente, sembra far fronte comune contro lo strapotere dei grandi editori. Per quelli come me a cui piacevano le commediole in cui i perdenti alla fine rovesciavano i bulli questa dicotomia ha sempre rivestito un certo fascino. A chi non piace veder vincere i perdenti e soccombere gli arroganti?
Purtroppo, a mano a mano che ti inoltri in questo ambiente capisci che nemmeno in questo caso sono possibili i fronti comuni. All’inizio c’è un po’ di tristezza, poi passi avanti.

E’ notizia di questi giorni che l’AIE ha deciso di spostare il Salone del Libro di Torino a Milano. La questione va approfondita ulteriormente, ma a quanto sembra Torino organizzerà comunque un suo salone mentre a Milano sarà attivata un’altra iniziativa. Pare quasi che le cose funzionino per partenogenesi. L’AIE (Associazione Italiana Editori) non è rappresentativa di tutti gli editori italiani e, nella questione dello spostamento del salone, ha agito in tempi brevi e senza le dovute consultazione. Inoltre non ha nemmeno dato il via ad uno spazio per confrontare le idee degli editori italiani. Questo secondo alcuni editori indipendenti, questo è comunque quello che si raccoglie dai commenti sui social che, evidentemente, spesso arrivano prima dei comunicati stampa e delle interviste. A me sembra una decisione molto italiana, presa dall’alto e subita a cascata. Senza una vera e propria intenzione di risolvere i problemi strutturali di una manifestazione e di un settore. Lindau si è dissociata dalla decisione dell’AIE mentre E/O in un comunicato ha espresso la volontà di uscire dall’associazione. L’AIE era già un fronte ristretto e ora perderà inevitabilmente altri pezzi. Suppongo che di questo passo rimarranno solo quelle figure che già comandano e spostano.
La critica più frequente che ho sentito è quella che definisce la decisione di spostare il salone come un favore a quelle case editrici che detengono già la maggioranza delle quote di mercato e hanno le mani anche sulla catena distributiva. Accentrando il potere si soffocano le resistenze. Se vogliamo buttarla giù in maniera romantica, le piccole case editrici ora saranno costrette ad agire in incognito, darsi alla latitanza, colpire e nascondersi. Poi viene da pensare che la resistenza ha sconfitto la morte nera, ma non è sempre così che finisce.

Io (e vi prego di considerare la mia scarsa importanza all’interno della catena editoriale) avevo già l’impressione che il Salone del libro di Torino avesse un occhio di riguardo nei confronti della grande editoria. La centralità degli spazi espositivi di Mondadori, Feltrinelli, Einaudi etc etc mi aveva colpito fin dal primo anno in cui avevo messo piede a Torino. Mi era sembrato inutile mettere in risalto la posizione di quelle case editrici che avrebbero avuto comunque pubblico (leggi clienti) anche se posizionate dentro i bagni. Mi sembrava più sensato aumentare la visibilità di quelle case editrici che devono lottare tutto l’anno per uno spicchio di sole.
Poi, diciamocelo, la questione della lettura non ha nulla a che fare con quella del salone o dei saloni. Chi va ai salone è spesso uno che già legge, è spesso uno che sa già dove andare a parare e che conosce gli stand espositivi come fossero la sua camera da letto. Le iniziative per incentivare la lettura dovrebbero essere proposte durante tutto l’arco dell’anno e dovrebbero essere indirizzate anche alle scuole. Coltivare l’amore per la lettura è, prima di tutto, un problema culturale. Insegnare a leggere e a godere di questo privilegio è una questione che va affrontata fin da piccoli e che deve essere seguita passo passo fino ai diciotto anni, come minimo. Non dovrebbero essere i genitori a spiegare ai figli l’inutilità del tempo perso a leggere. Dovrebbero essere i figli ad insegnare ai genitori quanto possa essere appagante la lettura di un buon libro.

Detto questo, il Salone, ovunque si faccia, è un’operazione commerciale. Un’occasione che, se ben sfruttata, permette alle piccole case editrici di vendere alcune centinaia di copie e di tirare una boccata d’aria. Però anche in questo caso c’è qualcosa che stona. Il Salone non può essere semplicemente visto come un sussidio all’editoria. Ti faccio pagare un posto nel nostro spazio perché qui ci saranno talmente tante persone a visitare Einaudi che magari qualcuno di loro sbagliando strada arriva al tuo stand e compra qualcosa. Il salone dovrebbe essere una tappa intermedia nel percorso di arricchimento culturale di ogni singolo individuo. Ci vado perché siccome sono un lettore voglio capire cosa mi manca per essere un lettore consapevole. Anche leggere necessità di abilità, abilità che acquisti con l’esperienza e attraverso continue cadute. Proprio come se andassi con lo skateboard.

In definitiva (cerco di chiudere, spero vogliate perdonare il mio terribile sproloquio senza fine), lo spostamento del salone da Torino a Milano è, ai miei occhi, una perdita di tempo. Significa creare un problema in più. Spostare qualcosa con dei problemi da sistemare da Torino a Milano non li risolverà. Si è svolta una battaglia politica a spese di una fetta di editoria importante e bistrattata. Che si vada a Caltanissetta, Perugia, Dosson di Casier, ai grandi editori importa poco o nulla. Io avrei mantenuto la sede dove stava, perché non credo sia un problema di sede, e avrei cercato di ripensare gli spazi e gli eventi. Avrei cercato di spremere il massimo da Torino possibilmente senza poi farmi arrestare.

Ora che succede? Avremo due manifestazioni letterarie? E gli operatori forti? Le agenzie stampa? Gli agenti internazionali? Il pubblico? Chi sarà privilegiato? Chi avrà grandissima visibilità sugli organi di comunicazione perché sede scelta dall’AIE o chi dovrà fare a spallate perché ormai abbandonata? Avremo, a Milano, oltre a Bellissima e Bookpride (e anche in questo caso ce ne sarebbe da dire) un’altra manifestazione? Che poi, non si tratta nemmeno di Milano, ma Rho. Evidentemente parlare di Milano ha un appeal maggiore.
E Torino farà la parte del dissidente? Di chi non si arrende? In fin dei conti la decisione è passata con 17 voti favorevoli su 32. Un ottimo scenario se si vuole pensare ad una profonda spaccatura nell’AIE. E Roma? Più libri più liberi va bene così o la dobbiamo spostare a Pistoia? Facciamo che spostiamo a Rimini il Pisabook? Spostare il parlamento a Genova non credo risolverebbe tutti i problemi che abbiamo perché ad uno spostamento fisico non corrisponderebbe uno spostamento di persone ed idee. Soprattutto le idee, dovunque le metti stanno, ma se sono idee di merda…

Gli editori indipendenti propongono “editori in scambio” al Salone del libro di Torino

giovedì, Aprile 21st, 2016

Se quest’anno, dal 12 al 16 maggio aveste deciso di passare le vostre ferie al Salone Internazionale del libro di Torino vi potrebbe capitare di passare davanti a degli editori indipendenti e non vedere le solite facce. Si sa, al Salone è tutto un camminare, si passa e si ripassa attraverso gli stessi corridoi a macinar chilometri. Voi però, che c’avete l’occhio clinico e non vi sfugge mai niente, vi ricorderete di avere già visto quelle facce in altri stand. Non è che la vostra sia un’allucinazione data dal caldo e dall’annegare dolce nel mare dei libri. Non è che sembrano gli stessi, lo sono! Sono solo momentaneamente in casa altrui. E tutto questo perché a una solerte addetta stampa è venuto in mente di proporre “Editori in scambio”. Ora, sono certo che le domande da porre a questa persona vi siano arrivate in testa a centinaia, quasi da ingolfarvi i neuroni, siccome sono buono, alcune di queste domande a Silvia Bellucci, gliele pongo io.

Silvia, facciamo finta che ci siamo trovati in un bar con l’idea di bere un caffè e fare due chiacchiere e che il caffè è poi diventato una birra, poi un altra e un’altra ancora e io, con la lingua felpata ti chiedo: come diavolo ti è venuta questa idea?

Può sembrare che mi fossi già scolata la terza birra quando mi è venuta in mente l’idea di organizzare “Editori in scambio”, in realtà avevo in mano una granita alla mandorla con la panna, ero a Messina durante una fiera dell’editoria. Accanto allo stand di Exòrma quello di Miraggi Edizioni. Un ragazzo si avvicina e mi chiede se tra le pubblicazioni di Exòrma ci sono raccolte di poesie. Nel nostro catalogo c’è un poemetto in versi, Mandeville, storie del primo viaggio intorno al mondo di Matthew Francis, ma non delle raccolte; avevo però iniziato a leggere pochi giorni prima Ostello della gioventù bruciata di Alfonso Maria Petrosino pubblicato da Miraggi. Così mi sono spostata verso lo stand di Miraggi e ho caldeggiato questo titolo al lettore in cerca di poesia. La cosa banalmente sorprendente sta nel fatto che consigliando una pubblicazione di un altro editore ti puoi permettere di dire cose che nei tuoi soliti panni non potresti mai dire senza cadere nell’orribile autoreferenzialità. In casa altrui sei un lettore alla pari e ti puoi concedere anche un semplice: “Quello è un libro molto bello, glielo consiglio perché…”.

Scherzando ho detto a Fabio Mendolicchio– editore di Miraggi – che mi sarebbe piaciuto organizzare un vero e proprio scambio di stand tra editori.

Tra gli editori indipendenti c’è sinergia, si è notato in modo evidente al Book Pride di Milano. È stato in quella occasione che sono andata da Daniela Ferrante – ufficio commerciale Add Editore, perché un “commerciale” serve sempre – e le ho proposto di organizzare “Editori in scambio” in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Eravamo evidentemente ubriache di adrenalina e stanchezza, c’è sembrata un’idea divertente e ci siamo messe all’opera.

Ok, adesso tutti sanno come siamo arrivati a “Editori in scambio”, ora a me interesserebbe sapere, nel lato pratico, come organizzerete la cosa, ci sarà un programma dell’iniziativa?

Gli editori partecipanti si scambieranno stand per un’ora. Tramite Facebook verrà comunicata nei giorni precedenti all’apertura del Salone l’“ora X”, gli “scambisti” si troveranno davanti all’ Independent corner (padiglione 1) del Salone e da lì si dirigeranno ognuno allo stand ospite dove adotteranno e promuoveranno un titolo.
L’iniziativa è aperta a tutti gli editori indipendenti che vogliono aderire al progetto. Il 2 maggio verranno pubblicati sulla pagina dell’evento Facebook i nomi degli editori aderenti e successivamente il programma completo con orario e destinazioni dei partecipanti.

Qui: https://www.facebook.com/events/1547331118896700/

Quale pensi che sia l’aspetto più difficile da gestire per un editore che va in un altro stand a proporre un libro non suo?

Siamo editori ma siamo prima di tutto lettori e non leggiamo solo ciò che pubblichiamo in casa. Una volta giunto nello stand dell’ospite, l’ospitato sceglie in totale libertà un titolo che per lui è interessante, significativo, godibile… Un libro letto e consigliabile. Forse la difficoltà maggiore sta nel dover selezionare un unico titolo.

Ultima cosa, cosa pensi che ti lascerà dentro questa iniziativa? Dal punto di vista professionale, ma soprattutto da quello personale?

Una brutta fama nel settore? Diciamo che te lo farò sapere il 17 maggio.

Pietro del Vecchio e gli ebook a 1,99.

venerdì, Ottobre 16th, 2015

Sono di parte, è vero, ma in tempi come questi mi sembra buona cosa prendere poco sul serio le verità del reale e prestare invece massima fede al serissimo gioco della letteratura. Il personaggio di un romanzo da noi pubblicato lo scorso anno, Gli innocenti di Burhan Sönmez, afferma in via assai condivisibile che “l’ignoranza non è il non sapere, è sapere la cosa sbagliata”. Mai come oggi, infatti, viviamo di narrazioni potenti che conformano la nostra percezione delle cose. Venti anni di informazione scadente, proposte culturali annacquate e crisi economica hanno minato la nostra capacità critica alla radice, per cui sempre più spesso ci accontentiamo di fare da grancassa all’altrui opinione e all’altrui versione delle cose senza prenderci la briga di verificare la fondatezza delle informazioni spacciate come “dati di fatto”. Il ragionamento ha lasciato il posto al tifo. Càpita ad esempio – per rimanere in tema di fatti editoriali – che una fusione perniciosa come quella recentemente perfezionata tra Mondadori e Rizzoli sia salutata da più parti come “utile per lo sviluppo del mercato”. Quando il cosiddetto mercato si contrae e reagisce alla crisi, lo fa – come in questo caso – attraverso una concentrazione del potere. Gli organismi elefantiaci accorpano funzioni e forniscono il beneficio di costi ridotti e – dicono – di vantaggi diffusi. La narrazione è efficace. Molti la credono salvifica. Pochi si accorgono che a lungo andare ne va di mezzo la nostra stessa coscienza di cittadinanza democratica: il potere fa il potere e riduce – anche senza la necessità di pressioni dirette, solo perché è la sua natura – gli spazi di critica e di scelta, spacciando tutto ciò con il nome altisonante di “libero mercato” (che tutto è tranne questo azzeramento progressivo della possibilità di concorrenza) e garantendo l’illusione di una felicità  che si conquista facilmente, attraverso il massimo sconto e la riduzione del prezzo di copertina. Si è lasciato che il focus di questo mercato fosse incentrato sulla scontistica e tutto si è puntato su di essa. A lungo andare, gli unici libri a essere venduti saranno quelli con il 25% (e oltre, se fosse possibile), ché tanto un escamotage per aggirare la Legge Levi lo si trova quotidianamente.

La domanda sorge spontanea: perché questo si profonde in cotanto pippone se deve parlare degli store online per la vendita degli ebook? Il discorso è a mio avviso correlato. Il mercato digitale sperimenta una lenta crescita, ma è ancora fermo, come e più di quello cartaceo, al palo del daily deal. Si vendicchia online, ma a farla da padrone sono i soliti best-seller che-proprio-non-possiamo-non-leggere-perché-capolavori-letterari-imprescindibili (il marketing fa davvero miracoli) e, soprattutto, i titoli che quotidianamente vengono posti in supersconto a 0.99 euro e 1.99 euro. Anche titoli improbabili, ai quali non si darebbe un minimo di credito, che arrivano a vendere migliaia di copie perché lo specchietto per le allodole dell’offerta stracciata è un meccanismo che ormai ci ha fritto il cervello. C’entra secondo me in qualche misura anche l’idea – tutta italiana – dell’immateriale come oggetto intrinsecamente privo di valore, e quindi intrinsecamente subalterno al prodotto cartaceo. In ogni caso, ai fini del nostro ragionamento, ciò che conta è fotografare la situazione. Analogamente a quanto avviene per i libri di carta, non è la domanda a conformare il mercato, piuttosto l’esatto contrario: acquistiamo e leggiamo ciò che ci viene detto di acquistare e leggere, con – in aggiunta – la meravigliosa illusione di una sconfinata libertà di scelta. Niente di più falso, come si può vedere facilmente. Più il mercato si concentra, più la nostra capacità critica si assottiglia e la nostra possibilità di scelta si riduce. Leggere le stesse cose, dover scegliere tra le medesime proposte, mina alla base i valori fondamentali di una società libera e democratica. Sostenere le librerie di consiglio piuttosto che i grandi supermercati del libro sviluppa la bibliodiversità ed equivale a una precisa scelta politica. Non è diverso con gli store online. Ci vogliono soltanto come consumatori, torniamo a essere innanzitutto lettori e cittadini, liberi.

Intervista a Silvia Bellucci, addetta stampa.

mercoledì, Ottobre 7th, 2015

Ciao Silvia, che ne dici se prima di partire con le domande ti presenti ai nostri lettori? Loro non sanno di quante cose ti occupi e che dormi due ore per notte.

Ciao Gianluigi, prima di tutto ti ringrazio e non ti nego che questa chiacchierata mi imbarazza un po’, di solito parlo tanto, anche con i muri, ma parlare di sé è un’altra cosa.

Una mia amica libraia spesso mi prende in giro dicendo: “Ciao, sono Silvia e non rispondo a una mail da tre minuti, scusate mi sta suonando il telefono…”, lei esagera ma ha le sue ragioni, sarebbe divertente iniziare così a parlarti di ciò che faccio.

Lavoro come addetta all’ufficio stampa free-lance per due case editrici molto diverse tra di loro: una è Caravan Edizioni, si trova a Roma, è nata nel 2010 e ha come principale progetto editoriale quello di pubblicare giovani autori sudamericani. Anche l’altra realtà della quale mi occupo è nata nel 2010, ma in modo del tutto diverso: Valigie Rosse è il braccio poetico del più noto premio musicale Premio Ciampi Città di Livorno. Il progetto iniziale di Valigie Rosse, che ancora oggi sta andando avanti, è quello di premiare con la pubblicazione ogni anno due poeti, uno italiano e uno straniero. Nel caso dell’italiano si tratta di un “primo premio alla carriera”, scegliamo di premiare un giovane scrittore già affermato; nel caso del premiato straniero si tratta di un poeta molto conosciuto in patria ma alla prima traduzione italiana. Solo nel 2013 abbiamo iniziato a pubblicare narrativa, con la collana Gli Asteroidi. Valigie Rosse è una casa editrice sui generis, è un progetto no-profit che mira a essere un catalizzatore di idee.

Da qualche mese mi sono imbarcata con Exorma Edizioni e per loro gestisco l’ufficio comunicazione, lavorando dall’interno. Exorma si occupa principalmente di letteratura di viaggio, ma non solo ed è l’editore del Festival della Letteratura di Viaggio di Roma.

L’anno scorso, grazie al progetto A Tribute to Scotty Pone’s Fiumicino premiato con il Premio Ciampi L’Altrarte, cugino artistico di Valigie Rosse, ho conosciuto Federico e Nicola della Cappuccino Records, un’etichetta livornese che produce dischi solo in vinile. Questa estate, complice qualche birra di troppo davanti al bellissimo mare di Livorno, mi hanno chiesto di entrare a far parte della squadra come ufficio stampa e io ho detto di sì.

Ecco,  diciamo che questo è quello che faccio, nel tempo libero mi annoio.

Qual è il percorso che ti ha portata a diventare addetto stampa?

È stato un processo particolare, non era una figura professionale che ho avuto sempre ben presente, ho capito pian piano che mi interessava occuparmi dell’ufficio stampa. Durante gli anni dell’università non avevo ben chiaro quello che volevo fare, studiavo lettere ma non ho mai pensato di voler insegnare; collaboravo con un quotidiano locale, mi occupavo di cultura ed eventi, ma poco dopo ho capito che mi piaceva di più stare a parlare con gli organizzatori e seguire le conferenze stampa piuttosto che scrivere gli articoli. Nello stesso periodo lavoravo come bibliotecaria a Vicopisano, un piccolo borgo medievale nella provincia di Pisa, un paesino ma con una biblioteca fornitissima e attenta anche agli editori indipendenti. Diciamo che a un certo punto ho mixato insieme tutte queste cose e ho deciso di fare un master in editoria e comunicazione a Roma. Poco dopo ho iniziato a collaborare con un associazione organizzando eventi culturali e occupandomi della comunicazione. Un giorno, durante la presentazione di una raccolta di poesie di Giacomo Trinci, Valerio Nardoni – direttore della sezione di poesia di Valigie Rosse – mi ha chiesto se volevo occupandomi dell’ufficio stampa di Valigie Rosse.  Poi è arrivato un Caravan e mi ha riportata a Roma…

Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi del tuo lavoro? Condivideresti con noi un momento di esaltazione nel quale di sei detta che eri esattamente dove volevi essere?

Gli aspetti positivi sono senza dubbio il conoscere sempre realtà e persone nuove, cercare quotidianamente di reinventarsi a seconda delle varie situazioni e delle diverse necessità. È una condizione molto stimolante, è difficile annoiarsi. Si assiste a tutto quello che è il lavoro di redazione e contemporaneamente si cerca di indagare cosa succede fuori dalla casa editrice per capire dove meglio può andarsi a collocare ciò a cui stiamo lavorando. Si tiene un occhio dentro la redazione e uno fuori, per mettere in relazione queste due realtà. Ci sono senza dubbio momenti più stancanti e quindi ascrivibili forse tra gli aspetti negativi ma fanno parte del gioco. Ti puoi ritrovare a parlare di lavoro in qualsiasi occasione, mentre sei in banca, al bar o alla fermata dell’autobus e gli orari non sono proprio quelli da ufficio. Una gran fetta di questa torta è rappresentata dagli eventi: presentazioni, fiere, saloni e festival; per quanto gli spostamenti e i ritmi siano snervanti sono sempre momenti d’incontro divertenti e interessanti.

Ogni volta che esce una qualche notizia sul nostro lavoro c’è sempre quell’emozione mista ad apprensione un secondo prima di iniziare a leggere o ascoltare cosa dicono di noi, sarebbe sciocco negare che premi o bei riscontri sulle pubblicazioni non mi hanno gratificata, la recensione che non ti aspetti, quella che salta fuori dal giornale –  magari la domenica, quando con gli occhi ancora appiccicati dal sonno stai bevendo il caffè – è un vera epifania per un addetto stampa (19 aprile, in un Autogrill poco fuori Roma); oppure un autore che viene invitato all’estero per la giornata internazionale della Lingua Italiana.

Che sono dove voglio essere lo so, e l’esaltazione c’è, tra i mille #sclerieditoriali, tutti i giorni, è un ingrediente indispensabile in un settore così in crisi.

Un momento molto emozionante è stata la prima (e unica al momento) presentazione di Cimettolafaccia (Valigie Rosse 2014) che siamo riusciti a fare alla presenza dell’autore, Costanzo Ferraro. Banalmente era una delle presentazioni più facili da organizzare: nella città di residenza di Costanzo, in un Caffè Letterario. La disabilità che accompagna Costanzo Ferraro dalla nascita gli rende però difficile ogni spostamento, nonostante la sua energia vulcanica. La possibilità, dopo un anno dall’uscita del libro, di poter finalmente vedere Costanzo parlare, anche se con immensa difficoltà, del suo libro è stato uno dei momenti più emozionanti che abbia mai vissuto, indipendentemente dal contesto lavorativo. In quel momento, in quel caffè di Pisa, ero dove volevo essere, come persona prima che come addetta all’ufficio stampa.

Di quale libro del passato di piacerebbe curare l’ufficio stampa?

“Il mar delle blatte” di Tommaso Landolfi. Il perché mi sembra scontato.

Cosa volevi diventare quando eri piccola?

No, Gianluigi, questa domanda non dovevi farmela! Volevo fare il carabiniere con il grado specifico di Maresciallo. Ti lascio solo immaginare la felicità di mio padre che nei primi anni ’70 si era battuto per l’obiezione di coscienza.

E ora una bella domanda banale per concludere. Cosa consiglieresti ad una persona che vuole intraprendere il ruolo di addetto stampa? Ci sono dei segreti da svelare? Dei riti propiziatori?

Prendi un editor, sei giorni prima della pubblicazione fai sì che l’insegna della casa editrice gli cada in testa  e poi, tramortito, cospargilo con i fogli della correzione di bozze mentre danzi in onore a Ciano, protettore della stampa… a parte gli scherzi, se ci sono segreti spero di scoprirli quanto prima, l’unica cosa che posso dire a chi vuole intraprendere questo percorso è che si tratta di un lavoro stimolantissimo e mai banale. Credo che, se un segreto c’è, stia nell’essere curiosi, ma questo penso valga un po’ per tutti i lavori.

P.S.: il caffè non è mi abbastanza

“Senzastruttura” chi c’è dietro al libro?

martedì, Ottobre 6th, 2015

Dopo aver dedicato gran parte dei nostri sforzi alle recensioni e alle interviste con gli autori, ci siamo detti che doveva esserci un modo per affrontare la questione libro con un po’ più di profondità.
Abbiamo fatto due passi indietro e ci è sembrato che il libro non fosse solamente un oggetto appoggiato su uno scaffale pronto per essere raccolto e letto. Ci è sembrato che oltre all’autore ci fosse molto altro di cui si poteva parlare per dare una certa tridimensionalità alle chiacchiere che facevamo nel parlare di questa o di quell’altra opera.
Bisognava dunque parlare degli autori, ma anche di chi rende possibile il libro in quanto opera finita.
Ecco che da poco abbiamo inaugurato una sezione completamente dedicata alla traduzione “Senzatraduzione” che si occuperà di raccontare il mondo dei traduttori con tutte le problematiche di cui esso è costituito.
Purtroppo o per fortuna, non ci sembrava che la cosa fosse sufficiente. Il libro arriva nelle vostre casa anche grazie al lavoro di altre persone. La cosa vi può interessare o no (a noi, per dirla tutta, interessa molto), ma dietro all’ultimo libro che avete comprato c’è un grafico, un correttore di bozze, un addetto stampa, un editore. Gente che lavora affinché voi possiate anche solo sentir parlare di un libro. Converrete che al giorno d’oggi, con la furiosa offerta di titoli in catalogo, sia sempre più difficile far risaltare un libro da tutti gli altri e quando succede, spesso succede anche per la bravura di queste persone. Ovviamente anche per la bravura dello scrittore.
A noi, dunque, le storie che hanno da raccontare le persone che ruotano attorno ai nostri libri interessano talmente tanto che vorremmo che le ascoltaste anche voi.
“Senzastruttura” apre i battenti. Faremo parlare gli addetti stampa, faremo parlare chi mette le copertine, chi corregge le bozze e chi sceglie i libri da pubblicare. “Senzastruttura” perché senza una vera e propria struttura di supporto il libro, da solo, non sta in piedi.
Buona lettura.