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Alberto Trentin – Vuoti d’ossa.

by Alessandra Piccoli
Alberto Trentin

Le poesie di Trentin hanno la forma di un equilibrio perfetto tra classico e moderno, richiami alla metrica di S.Agostino ne fanno componimenti in cui il Tempo, fulcro principale, è scandito da un ritmo e da una musicalità perfetti. Il poeta gioca con analogie e consonanze con una padronanza esperta che non lascia spazio alla critica e al dubbio. L’unico modo è sentirle a voce, immergersi nella loro melodia.

Sono fotografie sonore, pochi versi endecasillabi, le rime quasi sempre essenziali, in cui si incastonano lo spazio e il tempo come dei luoghi che non hanno una collocazione precisa nel mondo e si ancorano qui, facendosi elemento, mare, sole vento, di cui la natura è stata privata.

La prima parte, Palingenesi è formata da Movimenti.

Il poeta approda, sperduto, disorientato coglie il mondo che ha davanti, quasi per caso. Sente la gioia (nel fondo), sa che esiste anche se è nella natura delle cose piccole, quelle di poco conto, il senso del tutto, come un retrogusto che si fa poco a poco imperante. Lui ci prova, con gli occhi puri dei bambini.

MOVIMENTO – IV

Mentre approdo in queste isole

capisco il bene quasi per caso.

La gioia ha nel fondo

la natura delle bricole

che davanti al naso

danno senso al mondo.

 

Lascia al vento il dire degli umani e del corso degli eventi, come se si abbandonasse al cielo mutevole, alle nuvole senza una forma stabile, per essere colto così, come viene, come si può.

 

La memoria è affidata ai gesti semplici, si aggrappa al fiume, al sasso lanciato, e dice, come se fosse cosa da niente, i cerchi che si formano sono grida di dolore. In questo modo, con questa metafora che ho trovato bellissima e potente, si coglie l’ininfluente.

Il ricordo della perdita è tormento, l’amore è un fiore, una margherita da “sgrumare”. Si sentono i gesti, alcune parole sono onomatopee primarie, le chiuse forti, lapidarie.

 

 

MOVIMENTO – XIII

Mi guardi fuori sesto

mentre ricopri le cosce

con cui sei stata moglie.

Convinciti di questo:

nessuno più riconosce

l’albero dalle foglie.

 

 

 

 

Trentin dice dell’insufficienza del tempo e come in una partitura musicale, aggrappandosi alle note, i suoi chiodi stabili, passa con ritmo attraverso le stagioni che sono un tema centrale. Il poeta non svela ogni cosa, spesso il contenuto è enigmatico, offre più chiavi di lettura, cosa che trovo sempre piacevole in poesia perché permette al lettore di specchiarsi e scavarsi dentro, accade soprattutto in questa raccolta che ho trovato densa di contenuti psichici.

I movimenti sono i tentativi di misurare tempo e distanze, gli umani sono distanti ma trovano un modo per sopravvivere, e lo trovano in uno scapicollo di bambini, o guardando la fissità delle stelle o le piccole cose. Grandi cose universali, piccole cose quotidiane, il bisogno di assoluto, di divino, di intoccabile e indecifrabile e al contempo delle quotidianità dei gesti, del Sole come del buio, di ogni cosa e del suo opposto che ci rende completi, un uomo che è anche un dio che ha nel cuore un linguaggio elementare, un fiore.

 

MOVIMENTO – XVI

È di questa notte

la migliore pace dei giardini

che terre e cuori spossa.

Le anime mignotte

svelano ai mattini

il vuoto delle ossa.

 

 

L’afa, la sensazione sui corpi che ne deriva, così come il vento non sono solo un metro per stabilire il passare dei giorni ma anche tutto ciò che ci fa sentire vivi, fragili, umani: uomini.

E così come l’uomo e il suo muoversi e il vivere, anche, i ricordi che lo attraversano si imprimono negli eventi climatici, come passi nella neve.

 

MOVIMENTO – XXI

Ancora oggi mi assilla una bianca

parola che più non ricordo,

il tuo passo d’addio sulla neve.

Vorrei saper dire che sfianca

il senso di colpa, ingordo

di quella tarda stagione e lieve.

 

La seconda parte, Apocatastasi, è divisa in Palinodie.

Trentin qui ritorna al sé, racconta una realtà diversa, una natura matrigna, ritratta le stagioni con violenza.

 

PALINODIA – XX

Odio ottobre, le resse

di colori e l’oscena

mattanza nel filare.

Sono sempre le stesse

pene che la Balena

non sanno ripagare.

 

 

 

L’amore scandito dai passi che prendono il loro spazio al mondo, il ritmo per fissare un sentimento, ancorarlo alla realtà, sentimento che è destinato a finire ma di cui si vuole lasciare memoria, come in un intercalare, apparentemente inutile, ma che è fiato vivo.

 

Arriva la neve. Neve che gela e copre e solo se si riesce a seguire il cane si potrà scoprire dove e come andare. Il cane fa le orme che deve, quelle essenziali per trovare una via vitale.

 

Trentin dà una misura del rancore, della colpa e della rabbia. Un uomo colpevole, affannato, stanco e in preda alle bugie dove la vendetta rende giusto l’amore e dove le parole amate sono destinate ad essere dimenticate.

PALINODIA – X

Due nature sceme

come le nostre assieme

sanno stare lontano

o in quelle zone estreme

che abbeverano il seme

del bene quotidiano.

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