A Calais, Emmanuel Carrère

by senzaudio

Recensioni più brevi. Così mi hanno suggerito, altrimenti la gente cambia canale. Ed è vero. E’ sufficiente pensare a quante persone restino indifferenti di fronte ai fatti del mondo, quelli che se vivessimo in un posto più lento, disconnesso, meno denso, potrebbero sconvolgerci per giorni, settimane o addirittura anni.

Eppure va così, ci sono troppe cose a cui star dietro ed è impossibile ricordarle tutte, soprattutto se al ricordo si richiede anche un certo grado di comprensione dello stesso. Quello che resta, di tutto ciò che ci investe come un’onda, spesso sono immagini slegate dal contesto. Simboli di un momento che in qualche modo ha segnato la storia, collettiva o personale, poco importa: la fila di persone davanti alle banche, il bimbo annegato, il fumo che sale dalle torri.

Emmanuel Carrère è un maestro in questo. Lui evoca immagini con la stessa capacità di una foto, o un fotogramma televisivo, un attimo prima che il canale venga cambiato per sempre. Tutto questo è A Calais (Adelphi, 2016, pp. 49, € 7,00). Un reportage, un longform, letteratura. Pochi scrittori (soprattutto se pensiamo ai contemporanei) sono in grado di fare autofiction come Carrère; ci sono Annie Ernaux, Doubrovsky, Céline, guarda caso tutti francesi, ma anche Ben Lerner e Knausgård. Carrère però preferisce non chiamarla autofiction, bensì realtà, tutta verità, nient’altro che la verità, lo giuro. E lo fa, come specifica nella quarta di copertina di questo libricino, nello stesso modo in cui scriverebbe un libro. Con un piccolo particolare: questo è un libro.

In definitiva, ho quasi finito le righe a disposizione e non ho ancora parlato realmente del testo. Ho parlato d’altro, ma quale modo migliore per raccontare un volume di Carrère se non attraverso l’espediente che lui stesso utilizza? Parlare di qualcosa senza parlarne. Ecco svelato il nocciolo di questo libricino. Qualsiasi spiegazione in più risulterebbe oltremodo superflua.

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