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Rodrigo Hasbún – Andarsene

written by Gianluigi Bodi 26 maggio 2016
Rodrigo Hasbun

Andarsene, già, perché sono tutti personaggi incapaci di rimanere fermi in un punto. Immobili. Che spesso, stare immobili è una cosa che viene considerata brutta, ma a volte, essere immobili significa creare delle radici. Piantare i propri piedi per terra e imparare a conoscere ciò che ti circonda talmente tanto bene da farlo tuo. Questo, ai personaggi di Rodrigo Hasbún non riesce. “Andarsene” per loro diventa un imperativo, un moto interiore che li spinge ad allontanarsi anche dai propri cari, alla ricerca di un equilibro che non sono geneticamente preparati ad ottenere. Ecco quindi che il padre, Hans Erlts, è un esploratore, qualcuno mosso da impeto interiore che DEVE esplorare, deve scovare territori nascosti, ma non riesce a far suo l’unico territorio, quello familiare. Scappa, lui, scappa da casa, dal suo paese d’origine e dalla moglie.
Monika, figlia dal carattere difficile. Non ha apprezzato il trasferimento dalla Germania e in lei nasce un seme di inquietudine che pare sopirsi per un po’ per poi dar sfogo a tutta la sua virulenza con l’avvento delle lotte politiche, le militanze, i cortei, la violenza. Lei che per troppo desiderio di allontararsi dal padre finirà per fare un giro completo della giostra e tornare al punto di partenza.
Una delle altre due sorelli, non ce la fa, torna sui suoi passi appena può, si sposa, divorzia, fa una vita normale, se fossimo cattivi diremmo anonima. Eppure sentiamo che non è giusto, che non è così che deve andare, che forse, la via giusta l’ha presa Monika. Nonostante tutto.

Tutto questo per definire poi un paese, la Bolivia, che è quello di adozione e che sta, in quel momento, andandosene altrove da quello che era. In questo senso è interessante notare come pur avendo odiato l’idea di lasciare la Germania, si trovi a lottare per dei principi che fa suoi, non in nome di un’identità non con il paese, ma con un’ideale che è sovranazionale. Lotta per difendere un concetto, come il padre lotta nella giungla a colpi di machete.

La scrittura di Rodrigo Hasbún è delicata e quasi ipnotica. Eppure le sue parole sembrano scolpire la pietra con la forza della calma, hanno la ruvidezza della corteccia, le puoi sentire mentre le leggi. Racconta una storia tragica come quella che ha coinvolto il popolo boliviano (seconda ondata di guerriglia che si crea dopo la fallita impresa del Che), racconta una storia che ha avuto dei riverberi epocali partendo dalle vicissitudini di una famiglia di immigrati. Qualsiasi cosa dica ti fa pendere dalla sua penna, quella forza che ti costringe a voltar pagine e in un libro che non è una sequela di effetti speciali o di colpi a sopresa questa è una qualità eccezionale.

Devo fare i miei complimenti a Giulia Zavagna, per un paio di cose. La prima, la traduzione è fantastica e si sente in ogni pagina. La seconda, per quanto sia pesante la cappa di stanchezza, ogni volta che parla dei libri e dei “suoi” autori ha sempre gli occhi che le brillano. O è congiuntivite o è amore.

Sur continua a far parlare di sé. L’accoppiata vincente con BigSur sembra aver funzionato come deflagrazione. Questo libro è l’ennesima prova che alcune persone l’energia ce l’hanno dentro e se la portano ovunque.

Rodrigo Hasbún (Cochabamba, 1981) nel 2007 è stato selezionato dall’Hay Festival come uno dei migliori scrittori latinoamericani sotto i 39 anni, e nel 2010 la rivista Granta l’ha scelto come uno dei 22 migliori giovani scrittori in spagnolo.
È autore del romanzo El lugar del cuerpo e di due raccolte di racconti. Andarsene è il suo primo titolo pubblicato in Italia.

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