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Tutto quello che è un uomo di David Szalay, recensione

by senzaudio

Inserito tra i 100 migliori libri del 2016 dalla New York Times Book Review e finalista al Man Booker Prize, il quarto libro di David Szalay (il primo in Italia, portato da Adelphi) non è in realtà un romanzo. Ma non è neanche una raccolta di racconti, almeno in senso stretto. I nove capitoli di cui è composto sono altrettante storie, sì slegate tra di loro e senza apparentemente nulla in comune. Ma è proprio su quell’apparentemente che si gioca il senso ultimo di quest’opera. Infatti ogni episodio appartiene a una precisa età della vita, dall’adolescenza con cui si apre “Tutto quello che è un uomo”, fino alla vecchiaia dal sapore della morte imminente, e qui forse possiamo dare un senso al titolo (la traduzione italiana ne è letterale), dalla valenza di sintesi. Inoltre la varietà si gioca anche sulle ambientazioni – e in questo senso è un libro “europeo”, forse uno dei pochi scritti finora – dove ci spostiamo tra Inghilterra, Francia, Belgio, Grecia, Praga, Venezia, la Toscana, la Croazia e così via, in ordine sparso. Pure i background di provenienza ci sono familiari: lo studente in interrail, il cervello fuggito in un altro paese, il pappone moldavo, l’oligarca russo, il pensionato inglese che va a svernare/sopravvivere sulla costa croata, tutti strettamente connotativi del vivere in Europa, oggi e ora. Szalay punta l’obiettivo, nelle sue storie che non sono storie ma più momenti di passaggio – come l’entomologo che osserva una certa fase della vita degli insetti, cominciando e finendo arbitrariamente la finestra temporale – sulle miserie e debolezze umane, la cui portata si gonfia e sgonfia attraversando le varie età, senza un apparente continuum logico ma semplicemente come sono nel momento dato. Possono essere piccoli e  grandi affronti a se stessi – non cogliere l’occasione propizia, o invece coglierla ma sacrificandosi alla logica del meno peggio, non agire per viltà o invece agire proprio per quella, e così via – e hanno in comune il voler esplorare, da parte dell’autore, la grettezza umana, indagandone perimetri e circonferenze, per darne non tanto una dimensione esatta quanto una suggestione, l’idea che ci appartengono tutte. Fino alla paura/debolezza suprema, quella della morte, protagonista dell’ultimo episodio, dai vaghi accenti rothiani e fra i più convincenti. Lo stesso stile di Szalay si presta al gioco, seguendo traverse sia parallele che intersecanti ed esprimendosi a volte in maniera piana a volte in elaborati giochi virtuosistici-sperimentali, supportati anche a livello tipografico, ma cerca sempre di tenere la barra su un piano alto ed elegante, aulico verrebbe da dire, quasi in contrapposizione alla materia oscura di ciò di cui scrive. Come a dirci che, alla fine, questo è tutto quello che è un uomo.

Traduzione di Anna Rusconi

David Szalay (nato nel 1974 a Montreal, in Quebec) è uno scrittore inglese: nato in Canada si è poi trasferito nel Regno Unito l’anno successivo e da allora vive lì, dove ha studiato all’Università di Oxford. Szalay ha scritto numerosi episodi radiofonici per la BBC. Ha vinto il Betty Trask Award per il suo primo romanzo, Londra e il Sud-Est, insieme al Geoffrey Faber Memorial Prize. Da allora ha scritto altri due romanzi: Innocent (2009) e Spring (2011). Una raccolta di racconti collegati, All That Man Is, è stata nominata per il Premio Man Booker e ha vinto il Gordon Burn Prize nel 2016. Szalay è stato incluso nella lista dei migliori 20 scrittori britannici under 40 del The Telegraph del 2016, così come nella lista 2013 dei migliori giovani romanzieri britannici della rivista Granta.

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